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Consorzio Suonatori Indipendenti - Ko de Mondo
15/04/2018
( 745 letture )
Annus Horribilis in decade malefica
Decade malefica in stolto secolo
Secolo
Secolo osceno e pavido
Grondante sangue e vacuo di promesse
(Finistère, Consorzio Suonatori Indipendenti, Ko de Mondo)


Sono anni di grandi cambiamenti, anni nei quali certezze acquisite crollano miseramente lasciando il posto a macerie e crisi di identità. Anni nei quali tutto viene rimesso in dubbio, lacerato, sminuzzato, passato al vaglio. Sono gli anni della “fine delle ideologie” e del cosiddetto Secolo Breve, secondo una discussa teoria storiografica. Anni nei quali anche la musica cambia, forse inevitabilmente, assieme a tutto il resto. Cresce la disillusione, crescono il disgusto e il distacco. Come in tutte le epoche di crisi, improvvisamente si avverte la necessità di un faro, di qualcuno che sappia dove andare, cosa fare; qualcuno in grado di emergere dalla folla confusa e fornire le risposte a domande che prima potevano apparire oziose e che diventano improvvisamente urgenti e fondamentali: dove andiamo? Dove sta il bene e dove sta il male? Cosa ci aspetta nel futuro?
Per i CCCP – Fedeli alla Linea, il crollo del Muro di Berlino e la fine dell’URSS sono un segnale troppo forte per essere ignorato. È tempo di cambiare, di fare un passo avanti. Il nucleo fondante si scioglie nel 1990 e i due emiliani, Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, uniscono le loro forze a tre toscanacci in cerca di nuova storia, gli ex Litfiba Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, che si portano dietro anche il proprio tecnico del suono Giorgio Canali e la compagna di Magnelli, Ginevra De Marco, che avevano già collaborato all’ultimo album in studio dei CCCP. In coerenza col cambio di nome dell’ex Unione Sovietica, il nome prescelto per il nuovo gruppo sarà Consorzio Suonatori Indipendenti (o C.S.I.). Fondata una casa di produzione propria, che in quegli anni scritturerà numerosi altri artisti indipendenti, i Dischi del Mulo, la rinnovata e rifondata formazione si mette al lavoro su quello che sarà l’album di debutto, presentandosi come atto di nascita nel 1992 grazie ad una esibizione passata alla Storia, presso il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, assieme a Disciplinatha e Üstmamò. Il disco estratto da questo concerto, che riporta il nome dell’evento, sarà Maciste Contro Tutti e si tratta senz’altro di uno di quegli episodi che hanno fatto la storia della Firenze (in questo caso, ribadiamolo, Prato) capitale del rock tra gli anni 80 e i primi 90.

Ripetendo l’esperienza già compiuta con l’ultimo album dei CCCP, il gruppo decide di ritirarsi presso un casolare in campagna: nel 1990 fu prescelta Villa Pirondini, un casolare abbandonato nella campagna reggiana, nel 1994 invece la meta sarà Le Prajou presso Finistère in Bretagna. Un luogo che ha sicuramente contribuito col suo fascino alle atmosfere rarefatte di gran parte dell’album, tanto che riferimenti ad esso si ritrovano nei titoli dei brani e in parti dei testi, a conferma dell’importanza di un momento creativo forte e suggestivo. Il disco che nasce da queste premesse è a tutti gli effetti un manifesto del rock alternativo degli anni 90 e una delle punte massime della musica italiana d’autore. Non dimentichiamo che in quegli anni il fermento musicale nazionale era ai suoi massimi livelli e band come Timoria, Karma, Ritmo Tribale, Marlene Kuntz, Uzeda, oltre a tutti i compagni di etichetta dei C.S.I. e a tante altre formazioni, stavano riscrivendo un’identità musicale fortissima e Ko de Mondo col suo ondeggiare tra ricerca e musica popolare riusciva a fondere mirabilmente le diverse anime irrequiete che componevano il nucleo del gruppo portando ad sostanziale nuova identità, che superava l’esperienza CCCP e creava qualcosa di nuovo e originale. Le pulsioni new wave e post punk, unite all’influenza noise portata in dote da Canali, le splendide atmosfere disegnate da Magnelli, gli intrecci chitarristici e i tribalismi della sezione ritmica, creano un paesaggio sonoro vastissimo, che tocca anche pop e jazz, pennellando dodici brani ciascuno dotato di una propria indole ed identità, sui quali Ferretti si adagia col suo salmodiare declamante, a metà tra Battiato e massimalismo punk. Il livello delle liriche impostate è sovente altissimo, per quanto in alcuni passaggi forse eccessivamente ermetico; eppure, proprio grazie a questa sua difficoltà di interpretazione regala visioni minimali di una potenza enorme. Sicuramente, lo scenario è cambiato rispetto a quello dei CCCP e la visuale risulta appena più intima e orientata a temi universali e riflessioni a largo spettro, pur non rinunciando alla consueta vena apocalittica, cinica e feroce, ma al contempo poetica e visionaria che fa di Ferretti uno dei migliori parolieri del Paese. Ko de Mondo è in effetti solo un gioco di parole, riferito a Codemondo, paese in provincia di Modena il cui nome significa “capo del Mondo”, ma indica anche K.O. del mondo, il mondo sta crollando:

È stato un tempo il mondo giovane e forte
Odorante di sangue fertile...
Dimora della carne, riserva di calore
Sapore e familiare odore...
Il nostro mondo è adesso debole e vecchio
Puzza il sangue versato è infetto...


È un tema che ritroviamo spesso, in più vesti, nello scorrimento del disco: questo mondo è sfinito e vecchio, ha perso la propria spinta propulsiva e feconda e si è accartocciato su sé stesso, senza speranze, dopo un secolo terribile, teatro di guerre mondiali e di una “pace armata” che era improvvisamente venuta a mancare. Ma ancora prima di dichiarazioni così forti e pervasive, c’è il necessario distacco: A Tratti che apre il disco, si regge tutta su un riff ossessionante, sul quale si innesta il tempo continuo e ritornante della batteria di Pino Gulli, che sorregge tutto il brano, sul quale Canali inizia a sconvolgere e stravolgere in sottofondo e Ferretti prende le distanze da un ruolo di guida che rifiuta apertamente, pur nella consapevolezza che il momento è difficile e l’ora buia:

Non fare di me un idolo mi brucerò,
se divento un megafono m'incepperò,
cosa fare non fare non lo so,
quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va,
non va, non va, non va, non va...


Come detto, non tutto il disco gira attorno a temi politici e, anzi, brani come Palpitazione Tenue e Intimisto, tutti giocati su atmosfere soffuse e praticamente prive di quei contrasti che invece tagliano il resto dell’album, sono animate in pratica dai testi di un Ferretti particolarmente felice nel descrivere le proprie emozioni ed esperienze di vita, nel primo caso in modo ironico e leggero, nel secondo malinconico e caustico. Decisamente più duri e diretti invece i testi di Occidente e Memorie di una Testa Tagliata, nei quali il cantante tocca con coraggio e forza i temi della guerra che stava sconvolgendo la ex-Jugoslavia. Tema questo che tornerà anche nel successivo Linea Gotica. Anche in queste due tracce, il sottofondo musicale prodotto dalla band è minimale, appena più accennato in Occidente, ma quasi tutto il peso dei brani si regge sulla voce e sulle parole di Ferretti. Diverso il caso della celeberrima Celluloide, da non degradare a filastrocca, che dallo straripante basso di Maroccolo, vero baricentro musicale lungo tutto l’album, porta ad una lunga e riuscita concatenazione di titoli di film, sulla quale anche Canali innesta la propria voce urlata e il “piccolo Juri” torna, cresciuto e segnato dalla vita e dai cambiamenti. Home Sweet Home inizia invece come descrizione di una giornata a Finistère per poi portare dentro le preghiere buddiste e gli altri gruppi della famiglia del Mulo, in una felice epifania di momenti gioiosi. Come in uno specchio oscuro, la brughiera bretone torna invece protagonista in Finistère, furibonda invettiva, il cui incipit è riportato ad inizio recensione, nella quale il giudizio sulla Storia umana recente non potrebbe essere più feroce e tranchant. Qua, come in altri episodi del disco, è quasi impossibile non percepire lo sguardo fisso, lucido e tremendamente spietato degli occhi di Ferretti che compare in copertina, come un monito. Mancano ancora due tra le canzoni più famose del Consorzio Suonatori Indipendenti: il singolo In Viaggio, splendida traccia new wave, scandita dalla batteria e dalle chitarre, ancora una volta sorrette dal basso, con un testo che è impossibile non ricordare per le sue spettacolari immagini, sognanti e feroci al tempo stesso, un vero capolavoro di equilibrio. Stessa potenza avrà Fuochi nella Notte, unico brano assieme a Home Sweet Home a donare un qualche raggio di luce e speranza, ancora una volta legata alla comunione di spiriti e amicizie, riunite in questo caso davanti ad un fuoco e in una danza continua, forse senza senso o forse con l’unico senso possibile. Si chiude così un disco meraviglioso, profondo, potente, originale e se vogliamo innovativo, con una canzone per metà acustica e di puro e semplice folk rock, semplicemente splendida.

Sono anni difficili quelli cantati dal Consorzio, anni di dubbi, di grandi sogni che sembrano finire per sempre, eppure di rilanci generosi, di una scena rock italiana ad un passo dal divenire finalmente grande, mentre il quadro di fondo stava inesorabilmente cambiando e il mondo si ritrovava d’improvviso debole e vecchio. Ko de Mondo è un disco che ancora oggi turba per la potenza delle immagini evocate e per la qualità inequivocabile della musica in esso contenuta, risultando quasi del tutto immune ai ventiquattro anni trascorsi. La felice unione tra le anime della band ha senz’altro il colore e il calore delle grandi occasioni, dei momenti magici e quasi irripetibili. Si trattava in realtà solo del primo passo di un gruppo che avrebbe segnato inevitabilmente la storia musicale italiana lungo tutto il decennio. Un capolavoro che tutt’oggi brilla senza macchia e che difficilmente è possibile descrivere con parole più appropriate di quelle, più volte citate, pronunciate da Giorgio Canali:

“Probabilmente tutti siamo soddisfatti. Probabilmente nessuno è soddisfatto al cento per cento. Io so che tutto doveva essere un attimo più esasperante, un attimo più violento, ma mi sta benissimo questa cosa che è venuta fuori, che è più rilassata di me, probabilmente molto più incazzata e più nervosa di quanto Massimo (Zamboni) lo sia, molto più armonica di quanto Gianni (Maroccolo) volesse, molto più dissonante di quanto Francesco (Magnelli) volesse. Penso che l’unico soddisfatto al cento per cento sia Giovanni, il quale ha scritto dei bellissimi testi. Detto questo, per me, abbiamo fatto un gran bel disco.”



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
89 su 5 voti [ VOTA]
Ilnuraminis
Martedì 17 Aprile 2018, 9.38.44
11
Poco da dire.Una delle più belle realtà musicali del panorama italico.Essenziali.
Carmine
Martedì 17 Aprile 2018, 0.24.26
10
Album storico per la più grande band italiana del XX secolo. Maestri!
ObscureSolstice
Lunedì 16 Aprile 2018, 14.55.54
9
duke, ma non ti piace neanche la musica d'autore..evabeh. Associarli a nanni moretti, forse a Berlinguer per la dose esagerata di politica che invade le menti anche se per breve tempo di questo gruppo di suonatori e soprattutto il leader carismatico Lindo Ferretti specialmente nei CCCP. A quando le recensioni di questi ultimi?
TheSkullBeneathTheSkin
Lunedì 16 Aprile 2018, 14.27.01
8
Ingombrantissimi anche se musicalmente relegati in un angolo a causa dell'ideologia che ne impregna l'esistenza. Non c'è da stupirsi che abbiano raccolto meno di quanto meritato, Don Camillo non passava in radio/tv i pezzi di Peppone... a piccole dosi, mi piacciono anche, sono un ascolto impegnativo... concordo col Matador qui sotto, sono un patrimonio della nostra cultura. Cultura, non solo musica. Imprescindibili fra le realtà -davvero- italiane
Alex Cavani
Lunedì 16 Aprile 2018, 14.15.50
7
Vabbè ma di cosa stiamo parlando qui! C.S.I. uno dei patrimoni della nostra musica italiana sempre troppo poco citati. Questo disco in particolare mi aveva fatto innamorare fin da subito, più dei seguenti che erano più impegnativi da farsi piacere al primo ascolto secondo me. Voto 99, solo perché la perfezione per me la raggiungeranno nel live dedicato a Beppe Fenoglio. Lì sì che sono brividi dall'inizio alla fine, meraviglioso! E sul Ferretti non mi sembra il luogo giusto per parlarne, io l'ho conosciuto grazie allo spettacolo che fa da qualche anno coi cavalli e mi è sembrato molto distaccato. Non da me, ma dall'intera umanità... Stranissimo, ma in linea col personaggio. Fedele alla linea, anche quando non c'è.
duke
Domenica 15 Aprile 2018, 18.01.43
6
li ho sempre visti come i "nanni moretti" del rock italiano...c'e' chi li trova paranoici e noiosi...e chi li trova ispirati ed ipnotici....trovo difficolta' ad ascoltare tutto di un fiato un loro disco....come i cccp...
No Fun
Domenica 15 Aprile 2018, 16.15.50
5
Giusto una precisazione. Come dice giustamente Lizard questo album può essere visto come un manifesto del rock "alternativo" italiano anni '90. Questa è una bella definizione. Però secondo me lo è proprio perché esemplifica non solo i pregi ma anche i difetti che quella musica aveva.
Sha
Domenica 15 Aprile 2018, 16.11.41
4
Io invece ho sempre preferito loro ai CCCP, di cui sono l'evoluzione rassegnata e matura, non più provocatori come un tempo. Punto fisso fondamentale della musica alternativa italiana, in particolare A Tratti è un pezzo da brividi.
Jimi The Ghost
Domenica 15 Aprile 2018, 16.06.47
3
Lindo...Ho avuto modo di conoscerlo, come Massimo. Non commento per un esclusivo campanilismo alla "linea" e che, per molti del resto come per il sottoscritto, oggi rimane solo un flebile simbolo post-punk espressionista che si è disgregato integralmente lasciando misere tracce nel tempo di un filo-soviet punk mai ritrovato. Parafrasando una loro riga presa in prestito dall'ortodossia del pensiero CCCP: "Fedeli alla linea, anche quando non c'è." Un plauso a Lizard per la completezza e la significativa qualità delineata da un tratto editoriale sempre distinguibile. Jimi TG
No Fun
Domenica 15 Aprile 2018, 14.03.58
2
Non so, non mi hanno mai convinto. Mi sembra che oscillino sempre tra musica da cantautori, new wave, punk senza trovare coerenza, come un voler essere "alternativi" senza riuscirci, non riuscendo a proporre più niente di veramente originale o provocatorio. Per me i CCCP erano proprio di un altro livello, ironia, attitudine, casino, punk fino al midollo. E nello stesso periodo i primi Disciplinatha (i primi EP sono delle fucilate incredibili) e il primo dei Marlene Kuntz (solo quello però, bello noise) penso fossero molto meglio di qualunque altra cosa fatta dai CSI. La recensione mi è piaciuta molto, penso solo che il voto sia troppo alto, non avrei messo più di 65, 70.
Hellion
Domenica 15 Aprile 2018, 12.40.34
1
Capolavoro senza tempo. Recensione stupenda, ho rivissuto gli anni '90 in 5 minuti.
INFORMAZIONI
1994
I Dischi del Mulo/Blackout
Post Punk
Tracklist
1. A Tratti
2. Palpitazione Tenue
3. Celluloide
4. Del Mondo
5. Home Sweet Home
6. Intimisto
7. Occidente
8. Memorie di una Testa Tagliata
9. Finistère
10. La Lune du Prajou
11. In Viaggio
12. Fuochi nella Notte (di San Giovanni)
Line Up
Giovanni Lindo Ferretti (Voce)
Ginevra Di Marco (Voce su tracce 5 e 10, cori)
Massimo Zamboni (Chitarra)
Giorgio Canali (Chitarra, Voce)
Francesco Magnelli (Tastiera, Magnellophoni)
Gianni Maroccolo (Basso)
Alessandro Gerbi (Percussioni)
Pino Gulli (Batteria)

Musicisti Ospiti
Marco Parente (Percussioni su traccia 4)
Corale Mistica dell’Appennino Tosco Emiliano (Cori)
 
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