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Rome in Monochrome - Away from Light
18/04/2018
( 2270 letture )
Di certo il rapporto con la malinconia e la negatività con l’età cambia notevolmente. A questo punto della vita non si è più, come dire, nell’occhio del ciclone, la malinconia è divenuta sempre meno individuale e sempre di più universale e omnicomprensiva, non riguarda più il microcosmo personale. La rabbia rimane molto di più sotto la cenere, è subentrata una sorta di rassegnazione, di abbandono della speranza. Questa trasformazione consente di poter guardare il dolore da molto, molto più distante. Non vogliamo esorcizzarlo, ma dipingerlo, rappresentarlo, quasi per scendere a patti con esso ed, in un certo qual modo, accettarne l’essenza

Con queste parole, in un’intervista pubblicata sulle nostre pagine poco più di due anni fa, il singer/chitarrista/compositore Valerio Granieri riassumeva il senso di una proposta musicale che stava muovendo allora i primi passi sulla scena metal (e dintorni, più che altro, viste le coordinate artistiche della band) capitolina, forte di un EP di debutto che aveva catturato subito l’attenzione di critica e pubblico promettendo di regalare interessanti sviluppi in quella fascia di confine tra generi e sensibilità dominate dai chiaroscuri malinconici e dal trascolorare delle emozioni. Erano passati pochi mesi dalla pubblicazione di Karma Anubis e i Rome in Monochrome stavano per avviare un’attività live in cui, oltre alla riproposizione della scarna tracklist del debut, era già possibile scorgere materiale in più che matura gestazione in vista dell’approdo alle lunghe distanze di un full-length.
Ad onor del vero e per stretto dovere di cronaca, chi scrive non si era iscritto da subito al partito dei pienamente convinti dalle prospettive in fermento nell’EP, intravvedendo alcuni rischi insiti nell’eccessiva liofilizzazione delle trame, che poteva portare, se ulteriormente estremizzata negli esiti, a quel classico senso di fredda cerebralità capace di generare prematura stanchezza nell’ascolto, in un microcosmo popolato oltretutto da nomi la cui “altisonanza” a livello internazionale suggerirebbe prudenza, in un eventuale processo anche di semplice accostamento. Se, infatti, da un lato, poter annoverare nel proprio pantheon figure titaniche della statura di Katatonia, Anathema e Antimatter può contribuire a definire i confini di una poetica catturando interesse, dall’altro il peso suscitato dalle attese rischia di schiacciare chiunque abbia osato scomodare cotali divinità, se ci si accinge alla sfida con mezzi improvvisati o non sufficientemente affinati. Di certo, per contro, in Karma Anubis ai Rome in Monochrome non è mancato il coraggio, complici tre tracce dalle mille sfaccettature in grado di solcare acque dalla disparata densità, che si tratti degli oscuri vapori doom della titletrack o dell’etereo sciabordio alcestiano di Endmusic.

Con simili premesse, era più che lecita qualche perplessità, in vista dell'uscita del nuovo lavoro, ma questo Away from Light spazza letteralmente via qualsiasi riserva figlia delle incertezze del passato, regalandoci un platter che certifica un livello di maturità impressionante, mai disgiunto da una carica emozionale che si sprigiona praticamente da ogni anfratto. Approdati tutt'altro che a caso sotto le insegne della Solitude Productions (ultimamente in prima fila nel lavoro di scandaglio dei territori doom, fino agli estremi confini funeral), i romani confermano sostanzialmente le coordinate portanti della rotta accennata nel debut, frantumando le rigide linee di demarcazione dei generi e sfuggendo a una facile “localizzazione” nella classica mappa delle catalogazioni. Personalmente abbiamo optato per la famiglia doom soprattutto in virtù delle atmosfere complessive, ma va sottolineato che qualsiasi collocazione tra il post e l'atmospheric rock godrebbe di pari legittimità, senza dimenticare i sempre robusti contributi in arrivo dai rivoli slowcore e shoegaze.
A trionfare, in ultima analisi, è la declinazione “intimista e crepuscolare” della materia doom, che, rispetto ai modelli soprattutto scandinavi verso cui si sono orientati prevalentemente i nostri gusti nel terzo millennio, vede qui una messa in sordina delle componenti di monoliticità e impatto, a vantaggio di quella tavolozza dei grigi che è da sempre la cassetta degli attrezzi per antonomasia quando al centro della scena non ci siano titaniche e (a loro modo) orgogliose disperazioni ma piuttosto quel senso di rassegnazione figlio della presa di coscienza della sorte angosciante che incombe sull'umana specie a cui si accennava nell'introduzione. La monocromaticità dell'insieme così ottenuto è splendidamente annunciata dall'artwork della cover, in cui né la natura né le opere umane riescono a trasmettere segnali di speranza o anche solo un semplice appiglio, annegate come sono entrambe in un'uggiosità che tutto permea e tutto scompone.
Sul fronte musicale, il ruolo di Caronte in un viaggio segnato dalla desolazione figlia della morte dei colori è affidato al timbro vocale del singer e qui al recensore tocca cospargersi il capo di cenere. Quello che nell'EP era sembrato un elemento di sostanziale debolezza si è trasformato in un clamoroso punto di forza; lontano dall'evocatività dei maestri Renkse, Cavanagh e Moss, Granieri si affida a una sorta di cantilena ipnotica che finisce per avvolgere sinuosamente l'ascoltatore, per un effetto che ci spedisce ancora più lontano dalle lande canonicamente metal (e non è per piaggeria ma per oggettivi elementi di contatto che ci permettiamo qui di scomodare i nomi di Michael Stipe e Thom Yorke). Anche le piccole parti riservate al growl, sia quelle affidate a Gianluca Lucarini sia il cammeo che vede protagonista Carmelo Orlando dei Novembre, sono del tutto funzionali alla lenta discesa in un mondo di ombre vinte e di sogni infranti, i cui ultimi sussulti restano imprigionati e cristallizzati in una sorta di gelatina paralizzante.

Il tratto paesaggistico del platter si prende subito il proscenio nell'opener Ghosts of Us, forse il brano più poeticamente autunnale dell'intera tracklist con il suo carico di delicate increspature su un tema che si carica progressivamente di tensione senza mai arrivare davvero a un'esplosione liberatoria, ma si ha appena il tempo di rendersi conto della nebbia che ci ha avvolto che il clima muta all'improvviso con A Solitary King, capace di sfoderare sorprendentemente un ritmo di tutto rispetto da chanson de geste medievaleggiante grazie a una sei corde che azzarda sconfinamenti nel registro dell'epica. Qualche dubbio in più si addensa invece su Paranoia Pitch Black, scelto peraltro come brano di lancio dell'intero lavoro, complice una componente melodica in troppo prepotente affermazione e che sulla (troppo?) lunga distanza satura l'aria di un retrogusto dolciastro che mostra un po' la corda. Funziona decisamente meglio Uterus Atlantis, brano in cui i Rome in Monochrome danno prova di una grande abilità in quel lavoro “in sottrazione” di cui gli Antimatter sono maestri riconosciuti, ma si prende decisamente il largo con la successiva December Remembrances, dove si affaccia ancora un ritmo narrativo con Granieri nei panni del bardo che sembra intrattenere una corte con qualche racconto intriso di suggestioni magiche e combattimenti leggendari, salvo accorgerci a metà traccia che il nemico dell'eroe di turno è la solitudine che gli abita dentro. Tempo di una veloce pausa con la delicata e acustica Until My Eyes Go Blind e si riparte per il gran finale, aperto dalle movenze eleganti di Between the Dark and Shadows, che segna il passaggio al momento più doom dell'album, raggiunto davvero nella conclusiva Only the Cold. Un avvio in sospensione, un prolungato corpo centrale di scuola Anathema di Alternative 4, un bridge trasognato e infine eccolo, l'approdo swallowiano che era nell'aria, completato da un growl in controcanto sui ricami in clean di Granieri. Si spengono le luci... e ci rendiamo conto che il paesaggio è sempre lo stesso, su entrambe le rive dell'Acheronte.

Solitudini sconfinate che sprofondano in un tramonto permanente, dissolvenze sfuocate che confondono i contorni, figure umane in inutile processione verso non-luoghi, Away from Light è un album con tutte le carte in regola per affacciarsi in più di qualche classifica in posizione di eccellenza, nei consuntivi di fine anno. Non c'è bisogno di occhi di riguardo e compiacenti pacche sulle spalle nel nome del sostegno alla scena tricolore, i Rome in Monochrome hanno semplicemente confezionato un gioiello di malinconica bellezza.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
95 su 6 voti [ VOTA]
ale
Domenica 7 Ottobre 2018, 19.25.25
4
capolavoro !!!!
Enrico 86
Martedì 1 Maggio 2018, 22.31.59
3
La cosa interessante, tra le tante, è che il cantante ha una voce molto simile a quella di micheal stype dei rem
Red Rainbow
Mercoledì 18 Aprile 2018, 13.49.53
2
Giusta precisazione, d.r.i., qui ho scelto di indicare la casa madre, ma siccome in casi analoghi (gli ultimi di Helevorn ed (EchO) su tutti) avevo optato per la "costola" correggo al volo, per analogia...
d.r.i.
Mercoledì 18 Aprile 2018, 13.27.48
1
Per la precisione il disco è uscito per la BadMoodMan Music, sottolabel della Solitude che però sta pian piano staccandosi dalla 'mamma'
INFORMAZIONI
2018
BadMoodMan Music
Doom
Tracklist
1. Ghosts of Us
2. A Solitary King
3. Paranoia Pitch Black
4. Uterus Atlantis
5. December Remembrances
6. Until My Eyes Go Blind
7. Between the Dark and Shadows
8. Only the Cold
Line Up
Valerio Granieri (Voce)
Gianluca Lucarini (Voce, Chitarra)
Alessio Reggi (Chitarra)
Marco Paparella (Chitarra, Violino)
Riccardo Ponzi (Basso)
Flavio Castagnoli (Batteria)

Musicisti Ospiti
Carmelo Orlando (Voce in traccia 3)
 
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