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Porcupine Tree - Up the Downstair
21/04/2018
( 1595 letture )
Up the Downstair è il secondo album della discografia dei Porcupine Tree, ma considerando i numerosi lifting apportati allo stesso e lo scialbo risultato ottenuto da Wilson (nei primi anni, come one man band) con lo sperimentale ed amatoriale On the Sunday of Life, l'album oggetto della recensione può essere considerato a tutti gli effetti il primo vero prodotto della carriera degli inglesi. Una carriera, come gli appassionati sanno, costellata da pubblicazioni di una certa qualità, troppo spesso poco riconosciuta.

Up the Downstair è probabilmente l'album più sottovalutato e sconosciuto di Steven Wilson e compagni. Le motivazioni di questo timido riscontro critico (nonostante le lodi di un paio di famose riviste musicali che non sono bastate per dargli slancio) si possono trovare ovunque, soprattutto nell'ombra di autentici capolavori che hanno dettato legge negli anni successivi e che sono riusciti a ritagliarsi spazio anche tra quel pubblico sordo alle novità e al progressive psichedelico. È anche una questione di budget, ovviamente, fattore fondamentale da non dimenticare mai. Come noto, però, non è la risonanza di un disco a decretarne il valore, almeno non sempre e non di certo oggi, periodo di musica spazzatura strapompata. Up the Downstair è semplicemente la fonte silenziosa del successo dei Porcupine Tree, l'ispirazione per ciò che verrà e sarà. Ed è in un certo senso magica la lenta metamorfosi che caratterizza la musica del gruppo sino allo scioglimento mai reso davvero ufficiale. In questo disco c'è davvero tutto, dalle melodie che cavalcheranno Stupid Dream e Lightbulb Sun all'hard rock tipico degli ultimi tre lavori, passando per l'inconfondibile psichedelia parecchio marcata nei successivi The Sky Moves Sideways e Signify. Rinunciare ad Up the Downstair, almeno restando nel contesto dei porcospini, è come definirsi chitarristi senza essere in grado di accordare lo strumento. Una follia. E il ragionamento vale ancora di più dopo la “recente” e gratificante re-incisione delle parti di batteria ad opera di Gavin Harrison che sostituiscono l'originale drum machine -curata alla meno peggio da Wilson- e valorizzano nel migliore dei modi una musica a dir poco spaziale. Up the Downstair segna inoltre il decisivo ingresso a fine collaborativo di due importanti musicisti come Colin Edwin al basso e Richard Barbieri alle tastiere, che diverranno componenti stabili del gruppo assieme al batterista Chris Maitland approfittando dei live in supporto dell'album dal 1993.

Nei quasi cinquanta minuti di durata, la scaletta regala una certa omogeneità sonora e sembra quasi volare sino alla solida semi-suite strumentale che porta il titolo del disco. In realtà, prima di arrivare alla title track e al suo ipnotico giro di basso, è necessario citare la bellissima quanto malinconica Always Never, brano dalle atmosfere sospese che parla al cuore e all'animo con sussurri indefiniti provenienti da un lontano passato e che più di Synesthesia conquisterà l'ascoltatore già profondamente allucinato e smarrito. Tra piccoli intermezzi, ci penserà poi l'instabile tris d'assi Small Fish/Burning Sky/Fadeaway a completare il quadro con la pennellata finale d'autore. È principalmente a questi tre clamorosi episodi citati che si aggrappano gli amanti della prima epoca dei Porcupine Tree. Un finale così perfetto è una rarità, un punto di grande forza che purtroppo in pochi possono dire di conoscere. E qui aggiungo una nota personale: molti di coloro che si avvicinano a questa band tendono a glorificare lavori più recenti e moderni come Fear of a Blank Planet o In Absentia, certamente due ottimi album. Occorre non dimenticare, però, che i Porcupine Tree sono anche e soprattutto gli esordi, nei quali la professione era prima di tutto una vocazione e non un business, per quanto forse non davvero cercato. È in quel lontano periodo che Wilson tira fuori il meglio di sé.

Up the Downstair è dedicato a Terumi, una vecchia fidanzata giapponese di Steven (sue le parole di fondo in Tinto Brass e soggetto della copertina di Signify) e George Orson Welles, noto attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. È un disco che ci invita a riflettere, introspettivo e dal significato sfuggente. Sinceramente, non è facile trovare le parole adatte per descriverlo. È frustrante, ma è così. Forse, basterebbe solo ascoltarlo quanto merita.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
88.33 su 3 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Domenica 21 Ottobre 2018, 11.48.42
3
I Porcupine Tree che preferisco sono quelli degli esordi, quelli più psichedelici: The sky moves...Signify e Stupid dream su tutti. Questo esordio me lo ero "perso"; grazie alla recensione l'ho recuperato e in effetti conferma quanto detto. Del resto con Always never, Small fish e soprattutto Burning sky è facile. Canzoni mirabolanti in cui i Pink Floyd pre Dark Side jammano con gli Ozric Tentacles creando perle assolute. 80
ReCremisi
Martedì 11 Settembre 2018, 16.33.08
2
Amo questo disco e amo i PT. Perfettamente d'accordo con il recensore: con tutto il rispetto per In Absentia, Deadwing ecc... a mio parere le cose più interessanti che hanno prodotto vanno cercate negli anni 90, una delle poche band "progressive" nel vero senso del termine, degli ultimi 30 anni.
Alessio
Sabato 21 Aprile 2018, 14.37.12
1
Album che contiene dei grandi pezzi. Erano gli anni in cui cominciavano a farsi notare. Ricordo un bel concerto al vecchio Frontiera.
INFORMAZIONI
1993
Delerium/Kscope
Prog Rock
Tracklist
1. What You Are Listening To...
2. Synesthesia
3. Monuments Burn Into Moments
4. Always Never
5. Up The Downstair
6. Not Beautiful Anymore
7. Siren
8. Small Fish
9. Burning Sky
10. Fadeaway
Line Up
Steven Wilson (Chitarra, Tastiera, Programmazione, Voce)
Colin Edwin (Basso su traccia 4)
Richard Barbieri (Programmazione su traccia 5)
Suzanne Barbieri (Voce su traccia 5)
Gavin Harrison (Batteria su remastering 2005)
 
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