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Headless Crown - Century of Decay
28/04/2018
( 360 letture )
Ignorance will set you free

L’ignoranza vi renderà liberi. Con questo incipit volutamente ironico tratto dalla traccia Listen e a sua volta tratto, sovvertendolo di significato, dal Vangelo di Giovanni si può iniziare a tratteggiare il tema che sta alla base del concept album sfornato a fine marzo dagli Headless Crown, Century of Decay. Esso è profondamente influenzato dai classici film science fantasy distopici quali Brazil, 1984 e soprattutto dalla serie TV inglese Il Prigioniero e narra la storia di un umile lavoratore, probabilmente un operaio, che durante la propria esistenza matura una sensazione di assenza di qualsiasi significato positivo attribuibile alla vita: le giornate si ripetono continuamente identiche e dappertutto si vede solo miseria e dolore, nulla per cui valga la pena restare svegli. Ecco perciò che il Nostro proverà a creare un mondo fantastico utilizzando i propri sogni, un mondo permeato di pace, appunto un’utopia, un luogo in cui iniziare una nuova vita sostituendola a quella reale a sua volta trasformata e declassata al rango di “incubo”. Anche qui, come da modello, siamo in presenza di uno Stato totalitario che si avvale di una sorta di psico-polizia capace di sondare la mente degli umani intesi come singoli atomi sradicati da qualsiasi contesto sociale diverso da quello statale. Sarà quindi difficile realizzare il sogno del protagonista, ma egli è determinato a fare di tutto per riuscirci e di certo non mollerà fino alla fine.

Com’era doveroso introdurre il tema trattato nel lavoro, lo è altresì spendere due parole sugli Headless Crown, nome non esattamente tra i più conosciuti anche tra i fans più informati. Si tratta di una formazione svizzera dedita ad un classicissimo hard’n heavy che è giunta alla sua seconda pubblicazione dopo il debut Time for Revolution di tre anni fa. Fondati per volere del cantante Steff Perrone e del chitarrista Manu Froelicher, sono da diversi anni sotto contratto con la tedesca Massacre Records e hanno fatto molta gavetta di spalla ad altre band leggermente più conosciute (ma a parte il gruppo di Blaze Bailey nulla di eclatante). Rispetto al precedente album lo stile di fondo di Century of Decay è sostanzialmente rimasto invariato però si nota un sound più marcato verso soluzioni dark, quasi opprimenti in alcuni frangenti; caratteristica che si pone in estrema coerenza con il racconto narrato nei testi ed ha una propria legittimità. Purtroppo il difetto principale di questo lavoro, esattamente come quello del precedente, è la mancanza di un asso forte nella tracklist, un pezzo che sollevi il livello generale dalla mediocrità diffusa. Intendiamoci, i musicisti sanno suonare e non sta qui il problema, bensì risiede nella vera e propria costruzione della forma canzone che presenta molte lacune. Se ci aggiungiamo un cantante che è purtroppo l’emblema della staticità e dell’asetticità le cose non possono che peggiorare. Il primo brano è la title track, canzone senza dubbio aggressiva ma dotata di un bassissimo appeal per essere la traccia d’apertura, quella che solitamente è la prima ad essere memorizzata. Segue Radiant in Grey, totalmente anonima e sintesi perfetta di ciò che non funziona nel platter. Un 1-2 del genere farebbe passare la voglia a chiunque di continuare nell’ascolto ma fortunatamente vi è una leggera ripresa alla numero 4 con Grinder of Souls: un riff finalmente azzeccato in pieno stile priestiano coadiuvato da un grande assolo centrale e un interessante intermezzo con il basso di Mack Machet in prima linea riportano in carreggiata il veicolo. Listen prosegue sui giusti binari grazie ad un ritornello accattivante ed una sezione ritmica ottima. La seguente Plan 9 pecca nel ritornello un po’ banale ma per il resto è una signora composizione. Dopo un’altra track facilmente skippabile ci imbattiamo in The End, forse a livello di scelte compositive la migliore del lotto. Sfortunatamente anche quest’ultima è penalizzata dall’alone di anonimità emanato da Perrone e viene davvero da chiedersi se non sia lui il primo problema per il gruppo di Ginevra, almeno in termini di resa emotiva. Chiudono il disco The Eyes of the Crow, malinconica come da trend scelto per il lavoro, la troppo derivativa The Manipulators of Dreams e la pesante (stavolta in senso buono) Degree Absolute.

C’è poco da dire, gli Headless Crown non sono ancora riusciti a fare il salto di qualità che da un gruppo come il loro ci si aspetterebbe lecitamente. L’idea di effettuare un concept è ottima e la storia raccontata molto interessante, peccato che a livello sonoro si può e deve pretendere di più dato che risulta difficile memorizzare anche solo un passaggio, un piccolo segno distinguibile dal resto, un elemento che possa spingere il fruitore del prodotto a riprodurlo un’altra volta per suo diletto personale e non per obbligo. Delle volte abbiamo sentito parlare e scrivere, anche in altre sedi, che un ipotetico terzo disco di un ipotetico gruppo può generalmente essere considerato quello della maturazione; inutile sottolineare che la nostra più grande speranza è che questo assioma valga anche per gli Headless Crown. Rimandati a settembre.



VOTO RECENSORE
57
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Massacre Records
Heavy
Tracklist
1. Century of Decay
2. Radiant in Grey
3. The Blackness
4. Grinder of Souls
5. Listen
6. Plan 9
7. Outermind Travel
8. The End
9. The Eyes of the Crow
10. The Manipulators of Dreams
11. Degree Absolute
Line Up
Steff Perrone (Voce)
Manu Froelicher (Chitarra)
Ced Legger (Chitarra)
Mack Machet (Basso)
Carlos Bensabat (Batteria)
 
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