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Warrior Soul - Salutations from the Ghetto Nation
12/05/2018
( 616 letture )
Dopo aver cantato la fine di un secolo di decadenza nel primo album, la corruzione e il marcio della società americana nel secondo, il tema di sottofondo che segna entrambe le prime due uscite dei Warrior Soul, ovverosia la rivolta degli ultimi, il canto profondo degli esclusi, la rabbia e il desiderio di rivincita dei reietti, diventano l’esplosivo e incontenibile urlo nel terzo album, Salutations from the Ghetto Nation. Già dal titolo è evidente la rivendicazione e la veemenza che animano tutto il disco, dall’inizio alla fine, senza respiro. E’ il 1992 e i Warrior Soul stanno vivendo un momento decisamente particolare: Last Decade Dead Century sorprese tutti con un grande successo iniziale e oltre duecentocinquantamila copie vendute, che lo rendevano un debutto particolarmente riuscito. Purtroppo per loro, la Geffen Records all’epoca si ritrovava a gestire il successo di band come Guns n’ Roses e Nirvana e di fatto l’interesse nei confronti dei newyorkesi era tutto sommato molto relativo. Oltretutto, i Warrior Soul erano una bella patata bollente: testi politici così diretti e corrosivi, che mettono in discussione il sistema capitalista partendo appunto dalla voce degli esclusi, da coloro per i quali la luce del “sogno americano” non ha mai brillato e che semplicemente vengono rimossi dalle coscienze, non erano proprio quello che una casa discografica che faceva i milioni stando nel sistema voleva dover gestire. Tanto più che la band non abbassava minimamente il tiro, mostrandosi mentre brucia una bandiera americana nel video del singolo estratto dal secondo album. Difficile in un Paese come gli Stati Uniti far dimenticare episodi del genere, per quanto di pura provocazione. E’ così che Geffen semplicemente si “dimentica” di promuovere il gruppo e non fa nessuno sforzo per bissare il successo del debutto, lasciando cadere la band o proponendogli tour improbabili come quello con i Queensryche. Drugs, God & the New Republic peraltro è inferiore al debutto nel complesso, pur presentando alcune delle migliori composizioni dei Warrior Soul e la produzione fredda di Don Fury forse non lo valorizzava al meglio, pur donandogli un’aura indimenticabile. Ecco quindi che la pressione all’interno del gruppo si fa fortissima: la consapevolezza che la Geffen non avrebbe fatto nulla per promuovere il terzo disco, ancora una volta, non aiuta certo a lavorare in serenità; d’altro lato, la certezza dei propri mezzi e della propria identità e la voglia di rifarsi spingono ancora i quattro a voler dare il meglio di sé, a prescindere dall’aiuto che la casa discografica avrebbe offerto loro. Su questo, Kory Clarke, vocalist e “filosofo” della band, non transige, confermando la propria vocazione punk, anarchica e ribelle, figlia della natale Detroit Rock City.

Cosa poteva nascere da una situazione del genere? Probabilmente, una schifezza di album o, nella migliore delle ipotesi, un capolavoro. Volendo azzardare, uno degli album più importanti degli anni 90 e della storia del Rock. Un disco che, come la band che lo ha creato, è difficile inquadrare in un genere: è heavy metal? Hard rock? Street Metal? Punk? Psichedelia? Alternative/Crossover? Sì, tutto questo e ancora altro. Rispetto ai primi due album che nella loro grandezza soffrivano forse per un livello diseguale delle tracce in essi contenuti e per una varietà non sempre gestita al meglio, Salutations from the Ghetto Nation si presenta decisamente più omogeneo, confermando il caleidoscopio stilistico che i Warrior Soul erano capaci di utilizzare, ma al contempo offrendo un livello qualitativo altissimo lungo tutta la scaletta, con una serie di classici, snocciolati uno dietro l’altro con una furia e una volontà rivendicatrice da primato assoluto. Le liriche sono tra le più lucide scritte da Clarke e creano dodici anthem di lotta di classe disperati, eroici, senza speranza eppure capaci di guardare al futuro ed ispirare alla rivolta. La prospettiva è sempre quella di dare voce a chi da quel maledetto ghetto non potrà mai uscire per consentire agli altri di ripararsi nei propri eleganti sobborghi protetti dalla realtà e dal fatto che il prezzo di tutto quel benessere lo paga qualcun altro con la propria disperazione. Love Destruction, primo -e unico- singolo estratto dall’album è la perfetta esemplificazione di tutto questo, un inno di metallo contaminato e disperato:

Far out scenery, the year 2000
You like destruction, well let's get started
The country's broke, the kids retarded
Crime stained lovers in cities rotted


E quando Kory urla

I don't take shit, I bow to no one
Don't pledge allegiance to flags, I burn 'em


Qualunque sia il vostro ideale politico, è davvero difficile non provare la sensazione di trovarsi su una barricata all’assalto di un sistema corrotto in nome dell’ideale di un mondo più giusto. Ma Love Destruction è anche un riff che farà storia, con un refrain contagioso che la voce straziata di Kory esalta al meglio. Schema che si ripete anche nella successiva Blown, canto di una generazione persa, aperto da un riff monumentale. Shine Like It è un pezzo clamoroso, quasi una semi ballad che letteralmente esplode nel refrain, da urlare al cielo ancora e ancora e che mostra quanto McClanahan fosse fondamentale nell’economia della band. Dimension esprime le prime inflessioni psichedeliche, che ritroveremo anche nella dolcissima ballad The Golden Shore e, ancora una volta, impressiona il riff contagioso, che verrà utilizzato come sigla anche in qualche programma TV. Un’ulteriore sfaccettatura di un sound inafferrabile eppure immediatamente riconoscibile che prelude al delirio psichedelico che sarà Chill Pill e che esalta lo straordinario John Ricco. L’esplosione punk rock di Punk and Belligerant riverbera ancora di metal in realtà, ma la sfrontatezza e l’attitudine del pezzo sono inequivocabili, così come la carica che attraversa Ass-Kickin’, pezzo nel quale Clarke cerca di ricordare al mondo che comunque sempre di rock’n’roll si parla.
Girando quello che all’epoca era il Lato A veniamo accolti da un mid tempo granitico e da quella che probabilmente è la canzone più politicamente schierata del disco: The Party è un attacco frontale senza mezze misure al Partito Repubblicano americano. Come detto, è il 1992, il presidente è George H. W. Bush e la prima Guerra del Golfo è appena terminata:

We stack the courts and we tax the poor
Got Johnny Lunchbox to fight our wars
Tax him to his knees and make him love the flag
We get corporate freedom, he gets a body bag
We're makin' a killin', you know we kill so well
Cut the country to pieces and we're havin' a sale
We take it all, just like ya knew we would
Hell, we even got Nixon lookin' pretty good

Welcome to the party, the republican party
Ya havin' fun at the party, the republican party
We're havin' a party, right now



La dolcissima The Golden Shore, ennesimo capolavoro di un album che non finisce mai di convincere e ammaliare, stupirà chi ha conosciuto i Warrior Soul con gli ultimi lavori per l’interpretazione di un Clarke che utilizza al meglio il proprio timbro pulito toccando note piuttosto alte e raggiungendo profondità liriche inaspettate in quella che è a tutti gli effetti una struggente canzone d’amore. La due tracce successivi sono leggermente meno impegnative, ma non per questo meno interessanti o intense, con Trip Rider in particolare a tenere alto il livello, preparandoci al gran finale. Prima tocca alla meravigliosa The Fallen, condotta dal basso di McClanahan con un crescendo emotivo quasi epico fino all’esplosione all’altezza del refrain: un livello di pathos tale non può non entusiasmare spingendo ad urlare con Clarke fino all’estenuazione delle corde vocali. Infine, la quasi titletrack, Ghetto Nation. Difficile dire quale sia la miglior composizione di un disco epocale, ma è certo che questa fa onore al proprio ruolo, dimostrandosi non solo uno dei brani più rabbiosi e liricamente potenti del disco, col suo ferocissimo saluto dalle miserie dei bassifondi del mondo occidentale, ma anche una delle canzoni oggettivamente più riuscite e coinvolgenti, permeata da quell’epica e disperante vena che solo i Warrior Soul erano in grado di evocare.

Cosa c’è di più romantico ed eroico di un gesto inutile, ma del quale non si può fare a meno per soddisfare la propria voce interiore che urla senza posa? Chi poteva sperare di salvare un’umanità carnefice di sé stessa con delle semplici canzoni? Nessuno e non certo Clarke e compari, vittime a loro volta delle proprie scelte e di una situazione di carriera che si era indirizzata inevitabilmente verso lo spettacolare collasso del rapporto con la Geffen, sancito da Chill Pill, disco meraviglioso e allucinato. Salutations from the Ghetto Nation resta proprio per questo un album strepitoso, unico, capace di raccogliere tutto il meglio dell’ispirazione dei Warrior Soul e trasformarlo in dodici brani sfaccettati, potenti, indimenticabili, finalmente con una produzione semplicemente perfetta. Se credete che in ambito rock duro la massima espressione della canzone “impegnata” sia rappresentato dai Rage Against the Machine, se state cercando una band da amare incondizionatamente, se semplicemente cercate un album “diverso” dal solito, i Warrior Soul fanno per voi. Salutations from the Ghetto Nation è un capolavoro assoluto del metal novantiano e uno dei dischi che potrebbero cambiare la vostra vita, se glielo permettete. E’ fin troppo facile dire che è assurdo che dopo tre album del genere i Warrior Soul restassero patrimonio di pochi fortunati, ma così è stato. Fortunatamente la musica resta per sempre e la purezza di certe pietre uniche non si altera con le mode. Non perdete tempo.



VOTO RECENSORE
93
VOTO LETTORI
96 su 3 voti [ VOTA]
Area
Giovedì 17 Maggio 2018, 12.46.46
15
Durante le superiori un mio amico che ne andava matto mi fece ascoltare loro con questo disco e un altro e anche gli Space Age Playboys (o un nome così), mi diceva "Se ti piacciono i Guns, questi te li devi ascoltare"... beh le attese non vennero ripagate purtroppo.
Ben
Martedì 15 Maggio 2018, 21.59.33
14
EPICO! Un monumento al metal, per me ha un posto a fianco di Painkiller..tutto dire!!
Mix
Martedì 15 Maggio 2018, 9.30.19
13
Che ricordi! Un album che ha segnato i primi anni '90, canzoni tutte favolose e testi bellissimi. Rece perfetta, aggiungerei che anche la produzione , per i tempi in cui il disco è uscito, è davvero ottima, specie il suono della chitarra del mitico John Ricco!
Galilee
Lunedì 14 Maggio 2018, 14.03.02
12
Gran disco, e probabilmente assieme al debutto l'apice di questa meravigliosa band. Peccato che i seguenti 2 lavori non furono all'altezza. Per me Voto 90.
Hard & heavy
Lunedì 14 Maggio 2018, 10.52.45
11
i primi 5 album dei Warrior Soul sono dei capolavori.
Lizard
Lunedì 14 Maggio 2018, 10.02.55
10
@Metal Shock: d'accordissimo con te nel tributo a John Ricco, sottovalutato tra i sottovalutati. Secondo me la sua mancanza si sente tantissimo e sì purtroppo anche lui come McClanahan con diversi problemi di dipendenza.
Metal Shock
Lunedì 14 Maggio 2018, 9.52.49
9
Vabbè....di cosa stiamo parlando??? Terzo capolavoro di quattro della band più sottovalutata di sempre: il disco più vario, dal punk alla psichedelia con tutto quello che c'è in mezzo, la voce roca e stupenda di Kory che sputa fuori liriche sempre meravigliose, dodici canzoni che non stancano mai, anzi che continui ad ascoltare in loop perenne. Per me il loro capolavoro sarà sempre il primo inarrivabile Last decade dead century, manifesto degli anni 90', ma se quello è da 100, questo disco è da 98 non di meno. Spezzerei una lancia a favore di John Ricco chitarrista straordinario che incendia i dischi del gruppo con riff ed assoli stupendi, peccato che si sia perso (mi sembra anche per problemi di droga).
Andrew Lloyd
Domenica 13 Maggio 2018, 15.36.29
8
Una delle mie band preferite. Splendido disco. Fuori dagli schemi come pochissimi hanno saputo fare. "Love Destruction" vale l'acquisto.
Enrico87
Domenica 13 Maggio 2018, 13.40.02
7
Grande band e grande disco...... Dire sottovaluti è poco
Rob Fleming
Sabato 12 Maggio 2018, 15.42.06
6
Voto 100. Capolavoro assoluto del decennio. Commentando le canzoni andrei a riscrivere la (ben fatta) recensione per quanto adori ogni singola sua parola e nota. E non avrebbe senso. La superiorità di questo disco risiede nella commistione di stili che mai prima né tanto meno dopo Kory riproporrà nei suoi album. Si va dall'hard rock alla psichedelia, dal punk alla ballata, dall'invettiva politica all'affermazione poetica. C'è la cattiveria di "I'm ready to rock, are you ready to suck?", ma anche l'epica di parole che alla fine i Manowar non hanno mai scritto: "Take a look in your heart, fist to the sky, A spirit that lives to fight, remember will never die".
P2K!
Sabato 12 Maggio 2018, 15.10.47
5
Disco della madonna, con un tiro pazzesco è una qualità generale di ALTISSIMO livello. Ancora oggi ha una botta spaventosa.
InvictuSteele
Sabato 12 Maggio 2018, 14.36.08
4
Vabbè, disco mostruoso, adoro i WS. Forse questo è l'apice della band, anche se ammetto di ascoltare di più sia il precedente, più punk, che il successivo, più psichedelico. Una tripletta di capolavori.
lux choas
Sabato 12 Maggio 2018, 13.16.06
3
Il mio preferito di Clarke e soci, capolavoro. Pesanti, grezzi, e unici
Enrisixx
Sabato 12 Maggio 2018, 12.18.14
2
Grande album grande band da avere assolutamente
Giaxomo
Sabato 12 Maggio 2018, 12.15.41
1
Perché non abbiamo la "Love reaction" per questi album? 😉
INFORMAZIONI
1992
Geffen Records
Alternative Metal
Tracklist
1. Love Destruction
2. Blown
3. Shine Like It
4. Dimension
5. Punk and Belligerant
6. Ass-Kickin’
7. The Party
8. The Golden Shore
9. Trip Rider
10. I Love You
11. The Fallen
12. Ghetto Nation
Line Up
Kory Clarke (Voce)
John Ricco (Chitarra)
Pete McClanahan (Basso)
Mark Evans (Batteria)
 
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