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Scientist - Barbelith
13/05/2018
( 267 letture )
10100||00101. Non è una conseguenza delle traveggole causate dal caldo che incombe, non si tratta nemmeno di uno scherzo e no, non ci stiamo confondendo con il più celebre 01011001. Se quest’ultimo codice binario è infatti già noto alla prog-community da un decennio, la prima sequenza di numeri è invece il titolo dell’album precedente a questo Barbelith, terzo lavoro in studio di questi Scientist, eclettica formazione di Chicago, che ha visto e accolto con entusiasmo l’entrata di Barry Kotarba (Boatman’s Toll) in veste di cantante a tempo pieno in questa nuova e convincente fatica discografica. Per coloro che non fossero a conoscenza delle gesta della band, è saggio presentare in linea generale la proposta artistica di questi “architetti dell’avant blackened sludge metal”. Un’etichetta ambigua, complicata, magari presuntuosa per gli ascoltatori più attenti e metodici, ma che risulterà al termine dei 40 minuti una proposta variegata, coraggiosa, fresca, altalenante pure -ma diciamolo- decisamente riuscita. Partendo da questo presupposto e dal monicker stesso, il risultato non può che essere cervellotico, a cominciare dalla perizia tecnica degli strumentisti stessi. Le sette tracce ruotano attorno all’importanza del ruolo che ricopre il satellite-protagonista, il Barbelith appunto, appartenente alla saga fumettistica intitolata The Invisibles (1994-2000) di Grant Morrison (non credo ci sia bisogno di presentazioni), focalizzandosi su “la ricerca del significato della vita (...), per scoprire infine che non siamo ancora nati”.

Dopo i buoni riscontri di critica ricevuti per 10100||00101, i Scientist hanno dunque deciso di arricchire il proprio sound con influssi provenienti da una miriade di generi, e va ribadito ancora una volta: stupisce come riescano a convivere all’interno di questo full-length, senza risultare mai fuori luogo (scoglio primario da abbattere per ogni band) o stucchevoli. Barbelith abbraccia una moltitudine di generi recenti, senza dubbio, a cominciare dal timbro vocale di Kotarba, ma potrebbe mettere d’accordo ascoltatori di tutte le “provenienze metal”, dagli incalliti fan della prima ora di thrash, groove, sludge, post-metal, ai più recenti fruitori di metalcore e nu-metal del nuovo millennio. Ah già…e possiamo aggiungere senza remora alcuna in questo quadretto anche gli ascoltatori di black metal “made in Sverige”. E prima ancora di addentrarci in una descrizione track-by-track, nella quale evidenzieremo echi e rimandi di una buona metà del metal dell’ultimo quarto di secolo, è necessario sottolineare nuovamente le doti vocali di Kotarba, protagonista di una performance superlativa per versatilità ed espressività: si passa dallo scream graffiante alle harsh vocals del miglior Alexi Laiho e del Robb Flynn più furibondo (quando vuole esserlo …), perfettamente inserite nel contesto core in cui vengono piazzate, dagli slanci più vigorosi di matrice sludge (chi ha detto Mastodon?) alle clean vocals à la Maynard James Keenan di Mer de Noms e Thirteenth Step. E non terminano qui, le influenze.
Realtà distorta da perfidi alieni (Arconti) che manipolano la nostra realtà e uno sparuto gruppo di eroi cerca di contrastare gli Invisibili. Molto sinteticamente, questa è la trama di The Invisibles. Il Barbelith si pone nel mezzo, fra questa realtà distorta e la realtà negata al genere umano dagli Arconti, e si tratta di una figura indispensabile all’interno della trama del fumetto, nonché nucleo di questo platter, affinché i personaggi “scalino” (metaforicamente) la realtà distorta in cui vivono e giungano ad una realtà più nitida e veritiera. Ecco perché secondo Morrison, giustamente, questo satellite ha funge da placenta materna. E se di citazionismo post-moderno vive l’opera di Morrison (G. Orwell, A. Burgess, Shakespeare, H.P. Lovecraft tra gli spunti principali), di citazionismo post-moderno vive a sua volta anche questo Barbelith.

Le ritmiche mastodoniane più groovy e claustrofobiche trovano ulteriore sfogo e traguardo nell’opener Chokmah/binah, brano che poco sorprende rispetto ai gioiellini posti più avanti nella tracklist. Magick Mirror comincia con sfuriate di blast beat da manuale, rotte poco dopo da una sequenza di vocals epicheggianti, trascinanti, alternate a sua volta da altre sfuriate di blast beat, messe a tacere da un brivido onirico di tooliana memoria nella seconda metà del pezzo. Una cappa sludge(core) melodica e sofferta avvolge la titletrack, sostenuta da vocalizzi sinuosi che renderanno felici ancora una volta i sostenitori più accaniti dei primi A Perfect Circle, per poi esplodere beatamente in un breakdown metalcore che più metalcore non si può. Anzi, azzarderei un paragone con Deliver Me dei Parkway Drive, se non fosse per l’entrata in scena di un altro blast beat che spazza via ogni supposizione o punto interrogativo. Fiction Suit è una traccia che galleggia tra i trascorsi più aggressivi dei Machine Head (Davidian?) e la lezione dei Tool arricchita da fraseggi sghembi noise, smorzato dalle incursioni post-rock (pregevolissime) della successiva Retrograde, ma ancorata di nuovo al Mastodon-sound mediano nella prima parte. E tra tappeti di doppio pedale un po’ troppo insistenti, aperture progressive e un trittico di bending sul finale che valgono da soli il pezzo, volge al termine anche Shed This Meat. Stessa impressione all’incirca con il brano finale, /(Home)/ at Last, dove scariche di thrash modernissimo alquanto insipide, soccombono davanti all’ultimo assolo dell’album, debitore del prog più schizofrenico. Ed emulando il Laiho più festaiolo, Kotarba chiude dignitosamente questa terza fatica discografica.

Fantascienza, post-modernismo, cultura e controcultura pop sono le colonne portanti del tempio cult su cui si erge The Invisibles. I Scientist si sono cimentati nell’impresa di riportare su nastro quello che Morrison riuscì a fare circa un ventennio fa pur avendo, a differenza loro, molto più tempo e più spazio a disposizione, con uscite in serie.
Questo Barbelith invece, nonostante la peculiarità di vivere gravitando attorno a una quantità più che consistente di sottogeneri ( ma sempre di metal si parla...), soffre di alcuni passaggi a vuoto nel cuore e nel finale del platter, causati probabilmente da un’inesperienza globale nell’affrontare alcuni dei (sotto)generi suonati, laddove altri episodi (Magick Mirror, Barbelith e Fiction Suit


VOTO RECENSORE
71
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2018
Hell Comes Home
Sludge
Tracklist
1. Chokmah/binah
2. Magick Mirror
3. Barbelith
4. Fiction Suit
5. Retrograde
6. Shed This Meat
7. /(Home)/ at Last
Line Up
Barry Kotarba (Voce)
Patrick Auclair (Chitarra)
Eric Plonka (Chitarra)
Matthew Milligan (Basso)
Justin Cape (Batteria)
 
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