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RECKLESS LOVE + GUESTS
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Melvins - Houdini
26/05/2018
( 2778 letture )
Time is a big one
only have to free us all.
Misery to hope laid
have them with the bong hit


September 21st, 1993. Una data da annotarsi.

Uno scatto fotografico dalle tonalità sbiadite e dagli angoli consumati, raffigurante quattro individui, nonché quattro geni della musica contemporanea, ognuno nel proprio ambito. Il quarto soggetto, con fare timido, entra dall’ingresso principale.
Nell’estate del 1993 potremmo aver assistito ad un rendez-vous di ordinaria amministrazione/follia fra personalità del calibro di Kurt Cobain, King Buzzo, Billy Anderson e, dulcis in fundo, Steve Albini. Una sigaretta fumata, un vinile ascoltato (o una musicassetta?), qualche critica rivolta da Albini al giovane Nevermind e nel frattempo il primo, quello biondo e dal volto angelico, era divenuto da un paio d’anni la rockstar simbolo di quel decennio, il secondo aveva apportato una piccola rivoluzione nel metal più pachidermico e lento con Bullhead, sancendo la nascita del “dogma-sludge”, il terzo aveva da poco contribuito alla produzione di due capolavori (tra i tanti prodotti…) quali Sleep’s Holy Mountain (1992) ed Enemy of the Sun (17 agosto 1993) e la quarta figura, quella in ritardo, ma sempre in anticipo all’interno del panorama “indie-alternative” statunitense, meriterebbe una serie di monografie a parte. Che sia il padre spirituale dei Pixies e del loro esordio, Surfer Rosa (1987), dei The Jesus Lizard, degli Slint e che fosse stato arruolato nel 1993 come produttore di In Utero, riteniamo sia un “discreto” biglietto da visita, nonostante la collaborazione con Kurt Cobain, Grohl e Novoselic non abbia avuto un lieto fine.
Questa ricostruzione della scena musicale (parzialmente) alternativa statunitense, monca di decine di figure fondamentali, ne siamo consapevoli, e farcita di elementi scenici, è utile per comprendere a fondo l’album e perché il duo Buzzo-Crover abbia intrapreso questo percorso artistico, proprio nel ‘93, ma soprattutto perché proprio dopo la pubblicazione dello sperimentale Lysol (1992), altro tassello fondamentale della loro sterminata discografia.
I Nirvana agli inizi del 1993 sono in procinto di entrare in studio per registrare In Utero. Non tutti sanno che Kurt Cobain provava da sempre una stima profonda sul piano artistico per i Melvins e per la figura del loro leader, Roger “Buzz” Osborne. E se Cobain, per volere supremo di stampa e media, rappresentava il “grunge”, o il “Seattle sound” (ipotesi opinabilissima, ma poi, che significano questi termini?), per sottrazione anche i Melvins, provenienti dalla fredda Aberdeen, dovevano virare verso sonorità più accessibili, più fruibili dal grande pubblico, o meglio, da quella massa che idolatrava Cobain, E. Vedder, L. Staley, C. Cornell, M. Lanegan, il fulmine a ciel sereno che fu A. Wood e chissà quanti altri ho dimenticato.
Il salto nel mainstream può essere pericoloso, può rivelarsi, alle volte, un autentico balzo nel vuoto, aggravato da critiche (a dir poco) ingiuriose da parte di quella porzione di fan che si sentono “traditi”. E quindi, “chi” decide “come” o “cosa” suonare nel mainstream? Risposta scontata. Le etichette. Più precisamente, le majors. I Melvins firmano un contratto con il colosso Atlantic Records e abbandonano la storica Boner Records e (momentaneamente) il panorama discografico indipendente. Melvins-Atlantic Records. King Buzzo e Crover a tu per tu con il music business più attuale, composto da royalties, clausole e pressioni imposte dai vertici manageriali.

Perché tutto questo background extra-musicale? Perché la descrizione (fugace) della major potrebbe condurre qualche lettore al ripudio di questo ambiente. Errato. Errato dal momento che nei crediti compaiono nelle vesti di produttori gli stessi Melvins, un certo Garth “GGGarth” Richardson (Rage Against the Machine), nei panni di co-produttore e artista ospite Kurt Cobain e l’ingegnere (principale) del suono, nonché addetto al mixaggio finale, risponde al nome di Billy Anderson. Desiderate un aspetto più pragmatico? L’artwork è ad opera di Frank Kozik, il “pastello di Seattle” e non solo.
In nuce: il risultato finale non può che essere eccellente. La data di pubblicazione è fissata per il 21 settembre 1993. Lo stesso giorno di arrivo sugli scaffali di In Utero. Una sorta di congiunzione di due pianeti all’interno della Via Lattea.
A distanza di un quarto di secolo possiamo affermare che questo “21 settembre 1993” dovrebbe essere segnato in un’apposita agenda, al di là dell’arcinoto valore artistico delle due uscite, ad esempio, per comprendere quanto la concezione di “mainstream” sia mutata nel corso degli anni e quale fosse allora in suolo soprattutto statunitense. Sicuramente un aspetto affascinante.

Sotto il segno di Aberdeen, ancora una volta.

Con Bullhead si è codificato lo sludge e con Lysol il trio ha sondato territori drone doom. Un approdo naturale, logico, fisiologico, una prosecuzione netta di quel sound pachidermico, ancor più dilatato e straniante sentito in Bullhead e iniziato già con Ozma (1989). Nel '92-'93, come già detto, vi saranno certe discriminanti fondamentali che influiranno su questo Houdini (e sulla propria semantica): l'amicizia di King Buzzo con Kurt Cobain e la loro stima reciproca, la firma di un contratto con una major, ma soprattutto quella temperie musicale che aveva spazzato via qualsiasi istanza musicale legata agli anni '80. La tabula rasa del decennio precedente era avvenuta e un “mainstream” del tutto antonimico aveva preso vita, aveva preso il sopravvento e invaso le classifiche mondiali. Il corduroy aveva sostituito l'elastam e le pailettes. Seattle faceva a pugni con Los Angeles. Denominatore comune? Lo sballo. Le dipendenze. Empirico. Anche a Londra e a Manchester, nessuno escluso.

Kurt Cobain fu lungimirante con i Melvins, fin dai tempi di Gluey Porch Treatments (1987). Il “presente” lo si doveva catturare, afferrare, rimaneggiare, plasmare, ingoiare ed espellere, discograficamente parlando, per dar vita ad un ennesimo lavoro avanguardistico, come i due precedenti. La collaborazione con Cobain in quest’album ha quel gusto amaro che hanno le storie d'amore stroncate sul nascere. Un amore mai sbocciato, perché furono i Melvins in persona a licenziare Cobain per ovvie ragioni: la lucidità mentale non era più dalla sua e, siamo onesti, come co-produttore non aveva alcuna utilità. Cobain figura nei crediti, ma a che gioco stava giocando realmente l’Atlantic Records, pur essendo consapevole della tossicodipendenza della rockstar? Reale apporto artistico o, ipotesi più plausibile, becero marketing volto ad alimentare a dismisura il mito della sua figura e quella di Houdini? In ogni caso, fece centro in entrambi i casi.
Cosa può succedere quando personalità di questa caratura si trovano nello stesso luogo? Il risultato non può che essere strabiliante, commovente nella propria genuinità. Houdini è un album di quello che agli albori “dovrebbe essere stato” quel genere successivamente denominato “grunge”, quel calderone di generi putrescente antecedente all'approdo sotto le insegne di una qualche major (Geffen Records, Epic Records, Columbia Records, A&M Records..). delle band più famose del movimento. Se l'equazione “Grunge = Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Soundgarden” è da oltre un ventennio confermata e assimilata dal pubblico, ma non dalla critica, non ci rimane che etichettare questo Houdini -ancora- come un disco “sludge” appartenente alla prima ondata, lontano dal tribalismo onirico portato allo stremo dei Neurosis che poi si fece post-metal (Souls at Zero) e dallo sludgecore putrido e sofferto degli Eyehategod (Dopesick). Il confine è sempre (stato) sottile tra i due generi: le influenze di un genere convergono nell'altro, e viceversa. Houdini è più snello rispetto a Bullhead, ma soppesatele bene, queste mie parole. Rimane ancora figlio diretto dell'hardcore dei padri Black Flag e Black Sabbath (e le sentiamo tutte qui, le reminiscenze), in una variante più rallentata e marziale e colorata di una radiofonicità grottesca. Il loro lato più catchy, pure quello, emergerà in questo classico dei 90’s.

Cosa si prova nell'osservare un cane siamese?

Lost icka toe rest
Might like a sender doe ree
Your make a doll a ray day sender bright a penalty
Exit ease my ray day member half lost a beat away.


L'artwork concepito da Kozik colpisce per lo stile fumettoso, per i colori sgargianti, e com'è possibile notare anche nell'artwork di Americana (1998) dei The Offspring, per la solita scena posta sul limbo del “grottesco” - “trash da B-Movie”. A qualcuno scapperà una risata, ad altri un conato di nausea. Tutto nella norma. Nel frattempo, a distanza di quasi 25 anni è divenuto un artwork simbolo di quel periodo musicale.

L'album è suddiviso in due parti ben distinte, una il contraltare dell'altra: la prima rappresenta il lato più diretto, più schietto dell'opera, ed ebbene sì, il biglietto da visita per il grande pubblico. Come sia stato composto un numero di tracce così semplici nella struttura, senza ombra alcuna di un assolo, ma risultanti tutte maledettamente efficaci, variegate nella ritmica e sludge nel mood, è tuttora mistero irrisolto delle accademie musicali di tutto il globo. La seconda parte racchiude l'anima più lisergica e sperimentale dei Melvins, il cui inizio combacia con il demenziale trip che prende il nome di Sky Pup, scandito dal basso di Lori Black (siamo sicuri sia lei al comando del 4 corde?) e dal ride di Crover. Capitolo “voce”: major o non major, la voce di Buzzo giunge nuovamente alle nostre orecchie deliziosamente sguaiata, rabbiosa e tormentata.
Si parte subito con lo storico riff di Hooch. Uno sludge forte di chitarre in primo piano: una dichiarazione di guerra a tutto e a tutti, fredda, incessante, nella quale lampeggiano a intermittenza gli armonici della Gibson di King Buzzo e i guizzi del proprio genio nella costruzione della sezione ritmica.
Avanti con Night Goat e con il proprio incedere nevrotico, epilettico, squarciata occasionalmente dal latrato del frontman e sospinta da un bending infernale che trascina con sé il rock rimaneggiato dagli altri artisti connazionali. Seguono una manciata di minuti di “tregua” in cui grasse ritmiche doom sono intarsiate da fraseggi stoner introspettivi rimandanti a qualche distesa dell'Arizona (Lizzy) e dove splende pure per drammaticità la cover dei Kiss (Goin' Blind). Sappiate che è in arrivo il gancio destro definitivo, uno dei brani più celebri della band: Honey Bucket è la quintessenza della lezione dei Black Flag, una sfuriata minimale di 3 minuti che vale una carriera e che può essere un esempio di quanto è stato scritto nei primi due paragrafi. Con Hag Me, monolite sabbathiano, si tira il freno a mano e si torna su territori sludge riconducibili a Bullhead. Riflettiamo un istante. Quanto può aver influenzato un brano di questo tipo il metal degli anni a venire, senza nulla togliere a quanto pubblicato in precedenza? Set Me Straight è la dimostrazione della versatilità di questa formazione, e su nastro, il pezzo più affine ad altre uscite discografiche coeve (anno più, anno meno): un pop cupo e ferrugginoso che non vi lascerà più. Da qui si entra nella porzione di ricerca sonora, inaugurata più da Joan Of Arc, che da Sky Pup, stoppata dall'incedere martellante di Teet, con quel magico feedback finale, e dal punk terremotante, barbaro ma così malinconico di Copache, che non avrebbe sfigurato affatto in un Bleach a caso.

Un punto di partenza illuminante.

Houdini segna l'inizio della collaborazione con Atlantic Records, terminata tre anni dopo con la pubblicazione di Stag (1996). Un triennio denso di eventi, è risaputo.
I Melvins si potranno contestare oggigiorno per uscite non all'altezza della loro fama, dovute ad una bulimia artistica che trova pochi consensi, ma non si può, e non si potrà mai attaccare il loro contributo consegnato prima alla musica estrema a stelle e strisce, e propagatosi poi a macchia d'olio in ogni scantinato che si rispetti. Ed è proprio questo platter ad essere un ottimo punto di partenza per coloro che non conoscono l'opera della band, ma che intendono approfondirla: non si tratta di una passeggiata, ma l'arrivo vi renderà orgogliosi, perché è giusto conoscere, prima o poi, le “nostre” origini musicali. Sludge, post-metal, doom, hardcore, (hard) rock e pop, li ritroviamo tutti e sei in un brodo primordiale ridente, essenziale, scarno, col volto coperto da quel contratto firmato con Atlantic Records, ma che trovano dignità artistica elevatissima, traccia dopo traccia, in questo Houdini. E perché non considerarlo intrinsecamente un atto rivoluzionario nei confronti di quell'etichetta che mai diede (e darà) loro il giusto supporto e l’adeguata fiducia?

Indispensabile.



VOTO RECENSORE
93
VOTO LETTORI
86.44 su 9 voti [ VOTA]
Diego75
Martedì 26 Gennaio 2021, 18.04.36
19
Disco bello e grezzo....semplice e pesante...una delle perle del 1993
ObscureSolstice
Giovedì 5 Settembre 2019, 17.21.05
18
Al commento @15 LAMBRUSCONE rosica perché c'è la presenza di Kurt Cobain
mauroe20
Giovedì 5 Settembre 2019, 12.34.43
17
disco imprescindibile
Giaxomo
Martedì 29 Maggio 2018, 19.43.02
16
@LAMBRU: troppo strano tutto ciò...
LAMBRUSCORE
Martedì 29 Maggio 2018, 19.15.05
15
Inascoltabili è dire poco.....
Area
Lunedì 28 Maggio 2018, 13.58.21
14
Nonostante la presenza di Kurt Cobain in questo disco e la sua amicizia con la band non sono mai riuscito a capirli in pieno.
Giaxomo
Domenica 27 Maggio 2018, 16.31.55
13
@InvictuSteele: anni meravigliosi, vecchio mio, e immenso album pure il successivo, già già, un "compresso storico" tra questo e Stoner Witch da incorniciare... 😉 e grazie!
InvictuSteele
Domenica 27 Maggio 2018, 14.48.06
12
E gran bella recensione Giax, bravo bravo, 90 pure a te eheh
InvictuSteele
Domenica 27 Maggio 2018, 14.46.39
11
Il disco più bello dei Melvins, insieme al seguente Stoner Witch, una pietra miliare dello sludge. Storia. Voto 90
Giaxomo
Domenica 27 Maggio 2018, 10.29.53
10
@Jan Hus: fa niente, Houdini mette d'accordo un po' tutti... 😉
Jan Hus
Domenica 27 Maggio 2018, 9.02.25
9
Ahimè, sì.
Giaxomo
Sabato 26 Maggio 2018, 15.27.28
8
@Jan: grazie mille! Sei lo stesso che ha commentato sotto la rece dei Besvarjelsen?
No Fun
Sabato 26 Maggio 2018, 14.47.28
7
Ah ah no no io parlavo solo degli Oasis, infatti ho scritto "UNA band che mi fa l'effetto del bifidus", erano degli esaltati che facevano canzonette e si credevano chissà chi. I Blur sono meglio musicalmente anche se non mi sono mai piaciuti molto, però sono assolutamente da rispettare.
Jan Has
Sabato 26 Maggio 2018, 14.43.17
6
Ho goduto alla grande a leggere una recensione così (per un capolavoro così). Complimenti al recensore e al King!
Giaxomo
Sabato 26 Maggio 2018, 14.33.37
5
@No Fun: e invece c'hai azzeccato in pieno.. 😉 Mamma mia che severità! Va bene gli Oasis (più o meno), ma non toccarmi i Blur, che a momenti mi farei un gigantografia della copertina di Parklife da appendere in camera. Ahahahaha, si scherza comunque, i tuoi interventi sono sempre più che apprezzabili! 😉
No Fun
Sabato 26 Maggio 2018, 14.29.00
4
Devo essere sincero ho paura a rispondere perché devo nominare una band che mi fa l'effetto del bifidus activia etc. quando l'ho letto ho pensato a Blur vs Oasis però magari non c'entrano niente, allora meglio così e cancellate pure il post che certi nomi meglio non leggerli (mi piace fare il true)
Giaxomo
Sabato 26 Maggio 2018, 14.05.18
3
@No Fun: Grazie amico, sempre un piacere leggere i tuoi commenti e notare che quest'album non sia stato dimenticato... 😉 P.s: hai capito a chi mi riferivo nella rece quando ho scritto "anche a Londra e a Manchester, nessuno escluso." ? 😉
No Fun
Sabato 26 Maggio 2018, 13.09.04
2
Rece interessante, soprattutto una bella ricostruzione del periodo in cui fu concepito l'album e degli intrecci tra volontà dei musicisti, produttori, amici, interessi delle major e mode del momento. Sull'album niente da dire, bisogna ascoltarlo, e mi rivolgo soprattutto a chi magari può fare lo schizzinoso leggendo Seattle, Cobain, Grunge, e vedendo l'attitudine scanzonata e bizzarra dei Melvins, che tra l'altro sono simili ai loro idoli Kiss in alcune cose fondamentali: essere dei cazzoni, non prendersi sul serio, pubblicare delle copertine orrende. Questo è metallo pesante. Come già detto sotto la rece di Bullhead, sentitevi cosa dicono di loro Pepper Keenan, Jimmy Bower e Phil Anselmo nel primo episodio del documentario NOLA life death and heavy blues from the bayou: Fuck fast, you play fast you bore.
Pacino
Sabato 26 Maggio 2018, 11.06.58
1
Capolavori. 97
INFORMAZIONI
1993
Atlantic Records
Doom/Sludge
Tracklist
1. Hooch
2. Night Goat
3. Lizzy
4. Goin’ Blind
5. Honey Bucket
6. Hag me
7. Set Me Straight
8. Sky Pup
9. Joan of Arc
10. Teet
11. Copache
12. Pearl Bomb
13. Spread Eagle Beagle
Line Up
King Buzzo (Voce, Chitarra)
Dale Crover (Voce, Batteria)
Lori “Lorax” Black (Basso)

Musicisti ospiti
Kurt Cobain (Chitarra in Traccia 8, Percussioni in Tracce 1 e 13)
Billy Anderson (Basso in Tracce 6 e 10)
Bill Bartell (Chitarra e Basso in Traccia 4)
Al Smith (Percussioni in Traccia 13)
Mike Supple (Percussioni in traccia 13)
 
RECENSIONI
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