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Grateful Dead - American Beauty
01/06/2018
( 522 letture )
Accade con relativa frequenza che, approcciando dischi di gruppi che sono nati e si sono imposti con un certo stile e poi lo cambiano più o meno all'improvviso, si utilizzi la parola "tradimento"; molto spesso a sproposito. Non è però solo il metal ad essere contraddistinto dalla propensione dei fan ad usare termini forti ed a vivere i cambiamenti con difficoltà. Anzi, è ogni gruppo che produce musica realmente di qualità a trovarsi nelle condizioni potenziali per essere bersaglio di questo tipo di critica; e non certo da oggi. Proprio questo è ciò che accadde ai Grateful Dead dopo l'uscita dell'eccellente Live/Dead, quando lavori come Workingman's Dead ed il qui trattato American Beauty dovettero subire critiche del genere al momento della loro apparsa sul mercato.

Avvolto da una pregevole copertina con il titolo racchiuso in un delizioso ambigramma in cui American Beauty si può leggere anche "American Reality" e poggiato essenzialmente su una base Folk e Blues, ma senza tralasciare il Bluegrass (ed in questo senso la presenza di Robert Hunter si fa sentire oltre quella sui testi), American Beauty ricercava palesemente il giusto equilibrio dell'armonia, anche sulla scia della lezione dei migliori gruppi e singoli artisti della West Coast. Non che latitino completamente accenni a quella psichedelia che fino a pochissimo tempo prima era stata il centro della loro cifra stilistica, ma questi erano ormai relegati ad un ruolo decisamente di secondo piano. Il focus della proposta musicale dei Grateful Dead e di Andy Garcia si era infatti ormai spostato verso una raffinata morbidezza tipicamente statunitense che, in questo caso, produsse un lotto di canzoni capaci di mettere d'accordo i più e di tacitare la gran parte delle critiche di cui sopra usando l'unica arma capace di farlo: la qualità. L'intreccio elettro-acustico di Box Of Rain, canzone destinata a restare tra i grandissimi classici del gruppo, apriva magnificamente l'album, seguita da Friend of the Devil, una specie di simil-jam bluegrass dal buon ritmo, nella quale spiccava l'apporto di David Grisman al mandolino. Sugar Magnolia descrive la capacità di sintesi dei Grateful Dead tra West Coast e Blues, con il lavoro al basso di Lesh a dare quell'ulteriore tocco di tipicità alla canzone. Folk più tradizionale per Operator, mentre maggiormente interessante è la sentita ballata Candyman, che poi cede il passo alle armonie di Ripple ed al sicuro lavoro della coppia Garcia/Grissman, già all'opera in maniera eccellente in Friend of the Devil, come prima riportato. Con Brokedown Palace si definisce come si deve il concetto di ballata e l'aumento delle battute introdotto da Till the Morning Comes riporta a sprazzi ad un passato in quel momento ancora recente. Attics of My Life risulta un po' disomogenea rispetto al corpus del disco, lasciando filtrare accenti che all'altezza del coro, risultano addirittura prossimi al gospel. Scaletta che giunge alla fine sulle note del singolo Truckin' -Ripple era il lato "B" del 45 giri- perfetta per chiudere efficacemente il vinile in maniera letteralmente elettrica.

Uscito a stretto giro di posta dopo la pubblicazione di Workingman's Dead, registrato e prodotto con un entourage diverso rispetto a quello che normalmente gravitava intorno ai Grateful Dead e col grande Stephen Barncard impegnato alla produzione insieme al gruppo, American Beauty colpisce forse meno dal punto di vista "spettacolare" rispetto alle migliori prove precedenti, per puntare in parte maggiore sul perfetto dominio della forma-canzone. Tuttavia, ascoltare l'album con occhio totalmente devoto verso il punto di vista attuale sarebbe in parte fuorviante, perché contestualizzato rispetto al momento della sua uscita, risulta persino un prodotto innovativo, dato che la commistione tra gli stili proposti non era affatto usuale alla fine degli anni 60. E Garcia conferma di essersi calato all'interno di questa filosofia con grande convinzione e costrutto, contenendo le parti soliste a favore dell'equilibrio formale dei pezzi che, non per nulla, ricevettero un ottimo airplay radiofonico con conseguente buon successo presso il pubblico generalista. Un disco certamente da conoscere per capire mediante il posizionamento di un altro importante tassello, la scena americana del tempo.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
60 su 2 voti [ VOTA]
Area
Martedì 5 Giugno 2018, 14.11.07
7
@Metal Shock, tralasciando che anch'io preferisco album come Aoxomoxoa (St. Stephen lo ritengo uno di quei pezzi irraggiungibili), ma una più di un gruppo della Summer of Love, soprattutto quelli Americani proponevano già svariati brani acustici e tendenti al folk/country anche durante gli show. C'è da tenere ben presente che il Country negli Stati Uniti é musica a cui tutti sono esposti fin da bambini. I gruppi Psichedelici Inglesi crearono il Prog, mentre quelli Americani virarono al Country Folk.
Metal Shock
Venerdì 1 Giugno 2018, 19.34.38
6
Al di là della grandezza del disco in questione, anche se preferisco i Grateful dei primi dischi, sulla questione dell'innovazione io sono d'accordo quando è fatta con qualità e coscienza da parte di un gruppo, mentre purtroppo troppe volte ci sono band che stanno dietro a mode od ai soldi e giustificano un cambiamento di sound dicendo che vogliono cambiare ed andare avanti con un sound diverso in nome della libertà artistica (anyone say Metallica???).
No Fun
Venerdì 1 Giugno 2018, 18.44.57
5
No ma anch'io su questo sono d'accordo, dico solo che in questo caso le critiche per questo ritorno al folk non erano del tutto ingiustificate, al di là dell'indubbia qualità del prodotto e se uno preferisce queste sonorita alle precedenti. Ad esempio io personalmente avrei preferito che i Jethro Tull dopo Aqualung fossero tornati a fare il blues folk degli esordi piuttosto che mettersi a fare Bach col flauto, ma immagino che questo sarebbe stato giudicato da tutti come un passo indietro.
Testamatta ride
Venerdì 1 Giugno 2018, 18.29.03
4
No fun: il tuo è un punto di vista interessante e condivisibile. Ma quello che dice Raven per me rimane corretto. Alle volte i commenti isterici che gridano al tradimento quando si sperimenta qualcosa di diverso li ho sempre trovati fuori luogo. Un artista può (e forse deve) trovare ad un certo punto della sua carriera la necessità di fare qualcosa di diverso. Poi va da sé che i miei erano esempi estremi e irrealizzabili, era per rendere il concetto con un'iperbole.
No Fun
Venerdì 1 Giugno 2018, 18.15.01
3
Mmh, non sono d'accordo, in questo modo tutto si riduce a un giudizio sul valore tecnico dell'opera. Invece ogni opera, anche quelle più innovative e di rottura all'interno della carriera di un gruppo, deve comunque cercare di essere coerenti con le altre e con il percorso precedente e futuro. Picasso tecnicamente era un mostro di bravura e da giovane dipingeva quadri realistici, poi ha intrapreso un percorso che lo ha portato a dipingere altro. Ma con coerenza, non è che si sveglia la mattina e fa una cosa il mattino dopo un'altra, anche se sarebbe stato tecnicamente in grado di fare quello che voleva. Nella musica uguale. Un'innovazione deve essere giudicata nel contesto della band che la compie e del periodo storico in cui avviene. Per restare in questo caso, ci sta che un ritorno alle radici folk dopo composizioni acide e live incredibili possa essere visto come un regresso, dovuto anche alla fine di un epoca, infatti un abbandono di quelle sonorità lo trovi anche nei Jefferson Airplane e nei Doors. Che poi tecnicamente sia un buon disco, anche ottimo va bene, ma che i Grateful sapessero suonare lo si sapeva già.
Testamatta ride
Venerdì 1 Giugno 2018, 17.19.28
2
Essendo troppo di parte evito quelli che sarebbero solo commenti sperticatamente entusiasti su cotanto album. Mi soffermo, piuttosto, sull'introduzione di Raven che sposo in toto (l'introduzione, non Raven). Infatti ho sempre detto: qual è il parametro per giudicare un album? Chi l'ha composto o la musica che contiene? Mi spiego meglio. Se gli Exodus pubblicassero un album di punk filosvietico e musica melodica emiliana (per dirla alla CCCP) dovremmo giudicarlo male solo perchè è stato pubblicato dagli Exodus - come accade quasi sempre in questi casi - o dovremmo soffermarci sulla qualità della musica ivi contenuta a prescindere da chi l'abbia composta e dal genere? A volte ci complichiamo la vita da soli con tutti ste pippe mentali, ma bisogna essere bravi a non essere prevenuti secondo me. Se Toto Cutugno pubblicasse un album metal epocale in pochi avrebbero il coraggio di riconoscerne la qualità immagino. Quindi dico, godiamoci la musica e basta. In questo musica musica di ben altro livello.
Area
Venerdì 1 Giugno 2018, 16.25.50
1
E' l'ultimo album dei Grateful Dead ad essermi piaciuto passati dalla Psichedelia a un Folk/Country pregiatissimo. In Aoxomoxoa qua e là si poteva sentire qualcosa dello stile che poi avrebbero adottato da Workingman's dad in poi... diversi gruppi e artisti Psichedelici facevano pezzi folk acustici o tendenti al country (anche Janis Joplin, Country Joe & The Fish, Tim Buckley, Donovan etc...).
INFORMAZIONI
1970
Warner Bros. Records
Folk Rock
Tracklist
1. Box of Rain
2. Friend of the Devil
3. Sugar Magnolia
4. Operator
5. Candyman
6. Ripple
7. Brokedown Palace
8. Till the Morning Comes
9. Attics of My Life
10. Truckin'
Line Up
Jerry Garcia (Voce, Chitarra, Pedal steel, Piano)
Bob Weir (Chitarra, Voce)
Phil Lesh (Basso, Piano, Chitarra, Voce)
"Pigpen" Ron McKernan (Armonica, Voce)
Mickey Hart (Percussioni)
Bill Kreutzmann (Batteria)

Musicisti Ospiti
David Grisman (Mandolino nelle tracce 2 e 6)
David Nelson (Chitarra elettrica nella traccia 1)
Ned Lagin (Piano nella traccia 5)
Dave Torbert (Basso nella traccia 1)
Howard Wales (Organo nelle tracce 5 e 10, Piano nella traccia 7)
 
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