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Amenra - Mass IIII
02/06/2018
( 990 letture )
Music is some sort of psychedelic

Rispondeva lapidariamente così, qualche anno fa, lo storico frontman degli Amenra, Colin H. Van Eeckhout, a chi gli chiedeva quale fosse lo stato dei rapporti tra musica e psichedelia, riassumendo in pochissime parole il senso di una carriera ormai avviata alle soglie del quarto lustro di attività e capace come poche di illustrare le potenzialità di un lavoro artistico multimediale di cui la componente pentagrammatica è sempre stata solo uno dei possibili cimenti. Piombato sulla scena al volgere del Terzo Millennio sulle ceneri del progetto Spineless, il combo belga si è posto infatti da subito come collettore di esperienze disparate, dalla fotografia al teatro, dal cinema alla pittura, unite dal filo rosso della percezione alterata di una realtà dominata dall’inconoscibilità e dal conseguente senso di angoscia, qualora si provi a coglierne il senso profondo al di là della rassicurante dimensione del quotidiano.
Avviatisi in un percorso di formazione in cui la sperimentalità delle forme espressive è immediatamente entrata in contatto con il metal genere più seriamente candidato a rappresentare un universo sbriciolato in frammenti del tutto inadatti a ricomporsi in unità, gli Amenra sono diventati immediatamente una delle bandiere del post metal più visionario e contemporaneamente claustrofobico, portando alle estreme conseguenze (o a logico compimento?) tutte le linee di forza emerse prepotentemente nella poetica dei padri Neurosis a partire dal seminale Souls at Zero. In quel lontano 1992, infatti, la coppia destinata a diventare inossidabile Kelly/von Till dimostrava come le appuntite spigolosità core possano esaltare in termini di alienazione e straniamento un canovaccio sludge, quando all’impasto vengano aggiunti riflessi melodici o anche semplici momenti di pausa nell’impetuoso flusso narrativo. Certo, stiamo parlando di un processo atipico, se non proprio eretico, per chi concepisce la psichedelia in musica come necessario retaggio del modello floydiano o curiano, ma è fuori discussione che il contatto tra la fisicità esasperata dei fanghi sludge e l’incorporeità di atmosfere ingentilite da tocchi eterei sia in grado di generare contrasti che assolvono alla perfezione al compito di modificare nell’ascoltatore le percezioni spazio-temporali.

In questa linea di sviluppo se vogliamo unitaria, le diverse sensibilità delle band hanno ovviamente evidenziato traiettorie solo in parte coincidenti, allargando progressivamente i confini del genere sia valorizzando la componente liquida/circolare (Isis), sia erigendo strutture imponenti ma allo stesso tempo “porosamente” predisposte a lasciar filtrare inquietudini e turbamenti (Cult of Luna), sia sviluppando inclinazioni oniriche intrise di ritualismo (Minsk). In mezzo a cotali compagni di avventura, pur non disdegnando a loro volta un processo di ricerca e parziale riscrittura dei canoni del genere, gli Amenra si sono rivelati alla prova dei fatti tra i discepoli rimasti più fedeli all’originaria radice core, manifestando per tutto il primo decennio di attività una spiccata predilezione per distorsioni e dissonanze non di rado sconfinanti in territorio industrial, sfruttando peraltro con prevedibile costrutto la naturale attitudine alla lacerazione delle trame figlia del timbro vocale di un singer votato geneticamente alla drammatizzazione, grazie a uno scream in perenne ronda lancinante nelle tracce. Ma a segnare il destino della band è stata una propensione teatrale/cinematografica a trecentosessanta gradi, complice una cura quasi maniacale per le prove live, diventate presto occasione per una sorta di cerimonia collettiva in un’immersione rituale tutt’altro che purificatrice tra musica, luci e immagini in permanente alterazione.

Reduci da una prima grande prova di forza qualitativa nel 2005 (Mass III), i Nostri si ripresentano in ancora miglior spolvero a tre anni di distanza con questo Mass IIII (la numerazione “a capitoli di una saga” delle loro uscite è tuttora in corso, approdata nel frattempo alla sesta fermata), consacrazione definitiva di una raggiunta maturità e di una personalità ormai indelebilmente marcata e acquisita. Se però il predecessore aveva ritratto in un certo senso lo scatenarsi delle forze quasi primordiali dell’ispirazione, in questo lavoro il quintetto belga supera di slancio anche la prova della loro manipolazione e articolazione, dimostrandosi maestro nel mettere in scena rappresentazioni apocalittiche in cui terra e cielo sono avvelenati dall’incursione di vapori mefitici, il tutto perfettamente adombrato da una cover di rara oscurità e impenetrabilità. Che si tratti di un mondo in formazione o dell’esito di qualche immane tragedia che ne abbia irrimediabilmente minato le fondamenta, immagini e musica si dispongono a incarnare i riflessi di una natura in cui non solo la presenza umana è irrilevante, ma da cui qualsiasi forma di vita è rigorosamente bandita, lasciando posto e scettro agli elementi in titanico scontro.
Lave, rocce in fusione, lampi che squarciano sinistramente un’atmosfera tossica, tutto rimanda alle colate piroclastiche, prodotto finale e letale delle eruzioni vulcaniche e perfetta metafora, sul piano musicale, di un fango sludge che si arroventa e travolge ogni ostacolo sul suo cammino. Incastonata nel cuore delle tracce, ovviamente, non manca la pietra filosofale della narrazione post, rappresentata dall’improvviso e sovente spettrale stato di trance di cui si cade preda non appena l’infuriare degli elementi lascia il posto a una sia pur temporanea sospensione della condizione di scontro permanente (e qui è impossibile non tracciare un parallelo con la rotta dei Cult of Luna, in quegli anni freschi reduci dalla mostruosa doppietta Salvation/Somewhere Along the Highway), prima che l’infernale lahar riprenda la sua corsa.

Non ci stupiremo dunque se, all’interno di una cornice per larghissimi tratti segnata da colori vividi e tinte più che cariche in cui riecheggia l’onnipotenza delle forze della natura in irresistibile sprigionamento, ci sarà spazio anche per momenti di raccoglimento ad alto tasso introspettivo (il prolungato intro dell’opener Silver Needle, Golden Nail è uno splendido cammeo “sciamanico” appena increspato da fremiti tribalistici), anche se, non appena Van Eeckhout si presenta sul proscenio, la macchina delle allucinazioni si rimette immediatamente in moto, sia che si tratti di intaccare, inacidendole, monumentalità di chiara ascendenza doom (Le Gardien des Rêves), sia che si tratti di trasfigurare un brano inizialmente cadenzato e quasi solenne nell’incedere come De Dodenakker. Dopo le astrazioni dal vago retrogusto space/ambient del quasi filler Terziele, tocca a Razoreater regalare una delle perle imprescindibili in qualsiasi playlist post metal che si rispetti (nonché immancabile anthem in ogni esibizione live della band), da vivisezionare e far studiare a memoria a chiunque intenda cimentarsi con le potenzialità del genere: scelta dei tempi, gestione della tensione, un lungo corpo centrale da cui sembra innalzarsi un inno dai contorni mistici, un finale in cui melodia e strappi core pareggiano il conto potenziandosi a vicenda, tutto converge in una liturgia al centro della quale Van Eeckhout officia un rito oscuro, disperato e potente allo stesso tempo.
Lo schema vincente si ripete anche nella successiva Aorte. Nous Sommes du Même Sang, altro grande classico da consigliare come primo approccio a chi dovesse accostarsi per la prima volta alla poetica dei ragazzi di Kortrijk, in virtù di una “potabilità” decisamente sopra la media, almeno per gli standard dei primi anni di carriera degli Amenra. Sul lato opposto dello spettro, la conclusiva Thurifer. Et Clamor ad Te Veniat è il classico esempio di devozione che matura dopo approfondite frequentazioni, quando si è riusciti a entrare in sintonia con un mondo tremendamente fisico nella forma ma sovrastato da inquietudini figlie degli incubi più disperati che l’umana specie possa concepire… e vivere.

Un viaggio tra desolazione e visioni spaventose, un cupo senso di smarrimento di fronte alle imperscrutabili forze che dominano l’universo e la mente umana, una resa cinematografica che coinvolge al di là della semplice dimensione dell’ascolto, Mass IIII si spinge oltre le già ragguardevoli vette toccate dal predecessore, regalandoci un album che pretende un’immersione totale, per coglierne lo spirito più profondo. Geneticamente incapaci di concepire lavori segnati dai tratti della fruibilità, gli Amenra non ammettono vie di mezzo, per loro sarà quasi sempre amore o odio a prima vista. Senza se e senza ma, noi scegliamo la prima, delle due opzioni…



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
85 su 1 voti [ VOTA]
Red Rainbow
Martedì 5 Giugno 2018, 13.22.17
3
@gamba: concordo assolutamente su Mass VI, è effetivamente il loro album più "potabile", consigliatissimo anche a chi ha sempre avuto problemi con la loro componente industrial e con il cantato estremo di Colin. Per farsi un'idea dello spettacolo che regalano live, rimando sempre al video registrato all'Ancienne Belgique reperibile sul Tubo, tra l'altro in qualità acustica praticamente impeccabile...
gamba.
Lunedì 4 Giugno 2018, 23.41.06
2
in realtà a me mass VI sembra sufficientemente fruibile anche a chi non ha una particolare conoscenza del genere proposto, invece questo mass IIII l'ho ascoltato un po' di tempo fa e in effetti lo ritengo un album ostico, che richiede tanti ascolti per essere apprezzato appieno. prima di leggere la recensione (interessante tra l'altro) non sapevo che prestassero particolare cura ai live, a saperlo prima forse avrei corso il rischio di vederli live a fine febbraio.
Alessio
Sabato 2 Giugno 2018, 12.46.46
1
Mass III era spaventoso, ma pure questo non scherza affatto. Gruppone.
INFORMAZIONI
2008
Hypertension Records
Post Metal
Tracklist
1. Silver Needle, Golden Nail
2. Le Gardien des Rêves
3. De Dodenakker
4. Terziele
5. Razoreater
6. Aorte. Nous Sommes du Même Sang
7. Thurifer. Et Clamor ad Te Veniat
Line Up
Colin H. Van Eeckhout (Voce)
Mathieu J. Vandekerckhove (Chitarra)
Lennart Bossu (Chitarra)
Maarten P. Kinet (Basso)
Bjorn J. Lebon (Batteria)
 
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