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Black Rainbows - Pandaemonium
02/06/2018
( 1068 letture )
Drive
fast.
Run.
(...)
Breath.
Dream.
Living like an astronaut


I capitolini Black Rainbows non dovrebbero più aver bisogno di presentazioni in campo stoner/psych/space rock nazionale ed estero, data la copiosa produzione discografica avviata con Twilight In The Desert, un esordio nato nel solco della tradizione kyussiana, data la media qualitativa sempre elevata dei lavori sfornati (definitelo “niente”..), e last but not least, vista la partecipazione all’ultima edizione del Desertfest, festival semi-itinerante di caratura mondiale dedicato a queste sonorità, nelle vesti di co-headliner. Un curriculum di prim’ordine per un trio che porta alta la bandiera del rock “valvolare” tricolore in ogni angolo del globo, sventolante orgogliosa, e che è la dimostrazione palese di come queste immagini, stilemi e sonorità sorte laggiù, al Rancho De La Luna (Kyuss), non siano solo una peculiarità sud-californiana, o se preferite, del Mid-Atlantic (Monster Magnet). E per completezza, nonché per influenza in quest’album, aggiungiamo pure un altro nome fondamentale del genere, tornato sulle scene con un nuovo full-length recentemente: i Fu Manchu (Clone of The Universe, autoprodotto per At The Dojo, 2018).

In 11 anni di onorata e rispettata carriera, i Black Rainbows giungono alla sesta fatica discografica sulla lunga distanza con il suddetto Pandaemonium, successore di Stellar Prophecy (uscito nel 2016): “ingredienti, ricetta ed esito” non mutano neppure questa volta e questo disco sale in cattedra come uno dei lavori stoner “tout-court” più di ampio respiro del semestre, seppur nella sua “staticità artistica”, che, ad onor del vero, è parte integrante di questo sottogenere romantico, liberatorio e nostalgico. Scontato dire che progressisti e avanguardisti della musica non troveranno in questo Pandaemonium pane per i loro denti, ma nel caso desiderassero interrompere incessanti arzigogolii strumentali, prego, si accomodino e premano “Play”, ed entrino in uno stato catatonico in questo vortice colorato di emozioni, vibrazioni, balzi e contorte evoluzioni spaziali. La verità è che i Nostri, in questo 2018 ricchissimo di uscite discografiche in campo stoner, sono riusciti a vincere l’impari sfida (non in termini numerici, specifichiamolo) contro i capostipiti Monster Magnet (Mindfucker), perché se lisergiche cavalcate grondanti acido erano la nostra priorità, non dal New Jersey, ma da Roma Capitale è arrivato questo ceffone. Quello dei Monster Magnet è stato un approdo diverso, non deludente, anzi, forse più maturo e personale rispetto a questo lavoro, che, ne siamo consapevoli, complessivamente non brilla di certo per l’originalità. Ma gli echi di una mitologica Belle Époque dello stoner emergono brano dopo brano in questo buonissimo connubio di prestiti intellegibili, funzionali, dotati sempre di quel taglio alle volte grintoso, alle volte introspettivo, che i nostri conferiscono sin dagli esordi ai loro pezzi, come in Sunrise, mid-tempo posto in apertura dilatato inizialmente da voci registrate che ci parlano dall’iperspazio (soluzione sempreverde dello stoner), alle quali seguono il timbro scanzonato e modulato dell’ottimo Gabriele Fiori, risplendente lontano anni luce in qualche altra galassia, e riffing bluesy traboccanti fuzz. Il meglio viene con le tracce che seguono: High to Hell, (evidente) tributo alla “concezione di stoner” dei Fu Manchu (notevole la somiglianza della voce del leader Fiori con Scott Hill, in questo pezzo), dotato di immortali atmosfere da skate-park e The Sacrifice, inno wyndorfiano da porgere a bocche affamate di buona musica grazie al refrain sul finale memorabile, epico, polverizzante e irrispettoso. Un brano che da solo vale l’acquisto dell’album, da cantare a squarciagola avvolti e massacrati dal muro sonoro eretto dalla cascata di accordi velenosi di Fiori, dal drumming forsennato del nuovo entrato Alberto Croce e dal basso sempre in primo piano di Giuseppe Guglielmino. En passant, merita un plauso la produzione. Grindstone è il primo monolite del platter, dai sentori doom, leggermente prolisso sul finale, ma dove Fiori sfodera una prestazione maiuscola, sia in fase solista, sia dietro il microfono: provate a immaginare un Jonathan Davis (sì, “quel” Jonathan Davis) lanciato in orbita, mentre si barcamena furioso di stella in stella, o di galassia in galassia. Supernova & Asteroids è un filler western che conduce alle bordate groovy di Riding Fast ‘Til the End of Time, lezione di stoner-palm-muting, che deborda in un assolo toccante lungo oltre un minuto prolungata dall’hard-rock della successiva semi-strumentale I Just Wanna Fire, in cui veniamo ancora inondati dall’assolo-fiume di Fiori, brillante nel finale. Ci avviamo verso il finale e troviamo uno dei pochi punti (veramente) deboli dell’album, insieme all’opener Sunrise: The Abyss, brano in cui costruzione e riffing monocordi cozzano con un’altra performance solista certosina del leader e che obbligatoriamente dovrà essere riconosciuto dopo questo Pandaemonium, nel caso non lo fosse già, “il leader della scena tricolore heavy-psych”, per antonomasia. Chiude questo lavoro 13th Step of the Pyramid, il capitolo più psichedelico e space del lotto, partorito nel solco dei primi Monster Magnet, condito da un basso pulsante à la Al Cisneros nel finale, dalla voce riverberata di settantiana memoria di Fiori e dalla solita buonissima prestazio...niente, questo l’ho già scritto almeno tre volte sopra.


Dunque? È stato o non è stato un viaggio cosmico degno di essere rivissuto? E l’evoluzione, il progresso, un balzo in avanti... l’ha fatto il genere un balzo in avanti? No, non l’ha fatto, e lo possiamo scrivere a caratteri cubitali, nonostante la band abbia già mutato di molto la propria pelle rispetto a quanto offerto ai tempi delle prime tre uscite discografiche (Twilight In The Desert, Carmina Diabolo, Supermothafuzzalicious!!), levando quello smalto space/psych sporco e ruvido degli esordi, e scrivendo tracce d’impatto e cantabili, ma che a conti fatti rispettano tutti i canoni dello stoner, fra le solite bordate di fuzz e phaser. Concludendo, abbiamo fra le mani un buon album, che soffre di una mancanza di originalità in alcuni brani, ma che assicura continuità a questo sottogenere, alla tradizione musicale italiana ancorata agli immortali 70’s e offre un’ulteriore conferma dello stato di salute del rock e del metal del Belpaese.
E dunque, chiediamoci piuttosto: “in quale cantone spaziale ci condurrà la band di Gabriele Fiori al prossimo appuntamento?”

Garanzia.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
80 su 2 voti [ VOTA]
ValoLux
Mercoledì 25 Luglio 2018, 23.40.00
6
Album pazzesco... e sono italiani! Per chi ama la VERA musica.
Giaxomo
Domenica 3 Giugno 2018, 19.11.40
5
@InvictuSteele: mmh per derivativo intendevo che alcuni riff di questo Pandaemonium sembrano provenire direttamente da "The Action is Go" (disco che venero, anche per la presenza di Brant Bjork...😉. Oltre a questo..beh non posso che concordare con la tua prima riga, altrimenti non mi occuperei di questo genere, e album come questi servono a tenere a galla (alla grande) lo stoner! Elder e Weedpecker però sono un passo avanti per quanto riguarda l'evoluzione del genere, e questo è un aspetto molto interessante, perché, e lo sai bene anche tu, vengono accomunate band poco simili tra loro, ma che hanno sicuramente dei connotati di partenza comuni..diciamo che ciò meriterebbe un articolo a parte, e se avrò tempo potrei scrivere qualcosa a riguardo... 😉 A presto, ne sono sicuro.
InvictuSteele
Domenica 3 Giugno 2018, 16.45.29
4
Ciao Giaxomo, tu lo reputi derivativo, e lo è, essendo un genere ormai vecchietto, ma è bello, e molto anche. Inventare cose nuove oggi, o rinfrescarle, è difficile. Però va detto che i BR si sono evoluti tanto negli anni, partendo da uno stoner classicissimo e semplice e diretto divenendo sempre più complessi e psichedelici, attraverso composizioni elaborate e spesso lunghe, e spero che continuino questa progressione allucinogena. I Fu Manchu invece hanno rilasciato il solito disco alla Fu Manchu, un lavoro che è identico a tutti gli altri loro, a parte Il mostro atomico che è una vera figata. A me va bene così, anche se è un po' troppo stringato, appena mezz'ora di durata, avrebbero potuto inserire almeno un'altra traccia più complessa, ma io sono innamorato di questo sound e pur non trovandolo un grande album devo dire che lo ascolto sempre sin dall'uscita. Per i Monster Magnet ho già detto, non mi ha colpito, troppo moscio e sempliciotto purtroppo. È sempre un.piacere leggere i tuoi articoli, anche se stavolta non siamo proprio in linea. Un saluto
Giaxomo
Domenica 3 Giugno 2018, 15.57.20
3
@InvictuSteele: Ciao Amico, sul fatto dello status raggiunto dalla band romana non posso che confermare con te, e lo ripeto: non possiamo che vantarcene. Quest'album, come scritto nelle rece, l'ho trovato un po' troppo derivativo ed è per quello che non mi sono spinto oltre l'80, nonostante si faccia ascoltare benissimo più volte la settimana..😉 Di contro, ho apprezzato l'album dei MM e la loro "svolta" (affermazione un tantino ridicola visto che si parla di un genere che ha 50 anni sul groppone, il rock in senso lato e il proto-punk), mentre l'album dei FM è il "solito" album dei FM e ha di notevole "Il Mostro Atomico", e non nego che spero in una futura uscita di una singola traccia, che superi tranquillamente la mezz'ora..Un saluto.
InvictuSteele
Domenica 3 Giugno 2018, 15.36.59
2
Aggiungo che i Black Rainbows questa volta hanno stracciato Monster Magnet e Fu Manchu. Il disco dei MM è decisamente piatto, quello dei FM molto molto.gradevole, lo ascolto spessissimo ma resta comunque limitato.
InvictuSteele
Domenica 3 Giugno 2018, 15.30.49
1
La migliore stoner band italiana e una delle migliori al mondo, oggi come oggi. Probabilmente questo album è il loro apice, che arriva dopo una serie di album bellissimi. Voto 85
INFORMAZIONI
2018
Heavy Psych Sounds
Stoner
Tracklist
1. Sunrise
2. High to Tell
3. The Sacrifice
4. Grindstone
5. Supernova & Asteroids
6. Riding Fast ‘Til the End of Time
7. I Just Wanna Fire
8. The Abyss
9. 13th Step of the Pyramid
Line Up
Gabriele Fiori (Voce, Chitarra, Tastiera)
Giuseppe Guglielmino (Basso)
Alberto Croce (Batteria)
 
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