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Lord Vicar - Fear No Pain
16/06/2018
( 531 letture )
Era davvero una guerra sotto molti aspetti. Guerra contro il tempo, guerra contro le canzoni, guerra contro la tecnologia, guerra tra ciascuno di noi. Alcune di quelle notti sono state pessime, veramente malevoli a causa dei livelli di comportamento assolutamente scorretti. Il più delle volte ero io che urlavo e facevo lo stronzo, ma se non fosse stato così, molti elementi dei nostri album sarebbero diventati piuttosto differenti. Ovviamente non stavamo cercando di registrare un album da “mammolette” appetibile all'ascolto per ogni stronzo della domenica sera. In questo senso penso che tutte quelle “cattive vibrazioni” durante le sessioni di In the Rectory e soprattutto di Harbinger of Metal che sono diventate la somma massima delle cosiddette “atmosfere malate”, hanno apportato qualcosa di unico in quegli incisi, entrambe sono infatti intrise di una potenza così oscura che sarebbe veramente difficile per qualsiasi altra persona fare di meglio, o di peggio.
In seguito sessioni come quelle di Return to the Rectory e So Long Suckers si sono stranamente succedute circoscritte da buone vibrazioni e sono tra l'altro gli unici album che attualmente riesco ad ascoltare dei Reverend Bizarre. Gli altri sono troppo dolorosi. Eravamo veramente vicini alla reciproca distruzione mentale e qualche volta arrivammo molto vicini anche alla violenza fisica, ma la violenza mentale si è rivelata decisamente peggio. Ovviamente qualche volta abbiamo trascorso qualche bel momento insieme ma non ho molta memoria di ciò.
Non cambierei nulla di quanto ho fatto, ma il prezzo che abbiamo pagato è stato troppo alto e se dovesse riaccadere nuovamente tutto ciò in questo momento non lo rifarei allo stesso modo. O più precisamente non posso. Non mi sono ancora completamente ripreso da tutto lo stress e tutte le ferite che mi sono state inferte dai Reverend Bizarre in quegli anni. Attualmente sto camminando su una striscia di ghiaccio molto sottile e vivo come un recluso.
Si sono dimostrati altrettanto pessimi i momenti trascorsi durante i nostri tours. Ogni volta trascorrevamo dei piccoli episodi di divertimento, pieni di risate, ma per la maggior parte del tempo eravamo perlopiù molto vicini al silenzio del furgoncino dei Ramones. Spero di essere perdonato dai ragazzi per tutto ciò che feci allora e se non mi sono ancora scusato ve le porgo pubblicamente. Attualmente quando raramente ci vediamo l'atmosfera è molto più calda e rilassata.

Albert Witchfinder

Poco più di dieci anni di esistenza per suggellare una tarsìa importante della storia del doom sopraggiungendo all'inevitabile punto di rottura, in un certo senso liberatorio, se si considera che il nucleo costitutivo dei Reverend Bizarre ha rappresentato un'autentica forma di autolesionismo dell'integrità mentale dei suoi stessi membri. È questo che trapela dalle parole estrapolate da un'intervista ad Albert Witchfinder, quando gli si chiede conferma al riguardo delle voci sulle persistenti tensioni interne che causarono lo scioglimento di una delle formazioni più influenti del doom del nuovo millennio e la conseguente diaspora dei suoi membri. Al graduale assopimento del temperamento artistico di Sami Albert Hynninen, si contrappose la perseveranza del chitarrista Kimi Kärki, ancora determinato nel voler riprendere quei nefasti sentieri battuti per oltre un decennio dalla sua band di origine. Tale inclinazione lo condusse alla fondazione dei Lord Vicar, avvalendosi di componenti che costituiranno una formazione totalmente inedita capace di annoverare tra le proprie fila un singer di tutto rispetto quale Chritus (alias Christian Linderson, cantante dei Count Raven e, seppur per un breve periodo, dei Saint Vitus). Ad un solo anno di vita la band in questione (dopo la pubblicazione di un EP di due brani intitolato The Demon of Freedom), era già pronta varcare le soglie dell’exploit compositivo, sotto forma di primo capitolo della loro discografia, Fear No Pain, le cui tracce, senza tanti misteri, si rivolgono in direzione dei padri iniziatori del cosiddetto metal del “destino avverso”, puntando per la maggiore verso i primi Black Sabbath.

Partendo dall'opener Down the Nails fino a The Last of the Templars si riscontrano delle strutture basilari che poggiano su uno/due main riff principali a costituire l'ossatura del brano. In questo caso dall'estro compositivo di Kärki si scorge una continua ricerca della frase perfetta del doom, pregna di afflizione, reiterabile all'infinito nonché capace di impiantarsi come un chiodo nel cervello dell'ascoltatore; tale manovra determina l'effetto auspicato dal chitarrista finlandese con qualche piccola eccezione non altrettanto eclatante (vedasi gli “stacchetti” similari a 0:55 in Pillars Under Water o le cavalcate simil-Maiden inserite sempre nello stesso brano). Il tappeto strumentale è trascinato dall’ugola incantatrice di Chritus, dettando delle linee piuttosto agevoli ed accattivanti che raggiungono il proprio l'apice nei refrain che spesso e volentieri si congiungono (ed in questo caso i richiami ad Ozzy sono inevitabili non riferendosi al timbro, badate) alle note scandite dalla chitarra di Kimi. Le sfumature ritmiche si alternano tra la solenne pachidermia (Down the Nails e la mastodontica Born of a Jackal con un Chritus da Oscar per l’interpretazione) ed il cadenzato (Pillars Under Water a cui si contrappone la ben più riuscita The Last of the Templars con quel suo epilogo semplicemente magistrale), seguendo gli stilemi canonicamente caratteristici del doom e contrassegnando quindi questa prima parte di un discreto dinamismo. La seconda porzione di Fear No Pain subisce invero una virata nelle dinamiche del songwriting che, stratificandosi, determinano maggiore complessità all'interno della terna conclusiva dei brani. Dalle atmosfere cupe di The Spartan, in cui si delinea una sezione strumentale che sembra quasi voler dare l'impressione di zoppicare e dove si erge il pathos magistrale di Chritus, passando per le danze orgiastiche inframezzate di squarci opprimenti di A Man Called Horse, l'album si chiude con la semi-ballad The Funeral Pyre, praticamente un pezzo memorabile che se fosse stato partorito nell'epoca aurea di questo genere ora rappresenterebbe di certo un classico.

Come, in ogni loro singolo lascito discografico, i Reverend Bizarre sono stati in grado di scandire un cammino di impeccabilità quale tratto distintivo della loro carriera, così i Lord Vicar ne raccolgono in pieno l’eredità, elargendo tre lavori attraverso cui Kimi Kärki & co. si dimostreranno altrettanto incapaci di sbagliare un colpo. Impiegando sempre quello stesso formulario formalmente logoro e conciso e reinterpretandolo brillantemente, in Fear No Pain la band finlandese realizza il suo primo centro, descrivendo un doom di altissima qualità che fa del riffing ispirato di Kärki e delle vocals di Chritus i suoi vettori principali. Non tutto si incastra ancora alla perfezione (qualche scricchiolio in Pillars under Water risulta piuttosto evidente) ma manca davvero poco per innalzare quest'album allo status di capolavoro… ancora tre anni di attesa e ci avrebbe pensato Sign of Osiris, a chiarire definitivamente perché i Lord Vicar siano molto di più, di un semplice riflesso dei fasti di una casa madre purtroppo prematuramente implosa.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
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Alessio
Sabato 16 Giugno 2018, 22.02.20
1
E' da parecchio che non lo riascolto....Ma gran disco.
INFORMAZIONI
2008
The Church Within Records
Doom
Tracklist
1. Down the Nails
2. Pillars Under Water
3. Born of a Jackal
4. The Last of the Templars
5. The Spartan
6. A Man Called Horse
7. The Funeral Pyre
Line Up
Chritus (Voce)
Kimi Kärki “Peter Inverted” (Chitarra, Hammond, Mellotron, Cori)
Jussi "Iron Hammer" Myllykoski (Basso, Cori)
Gareth "Millington Steele" Millsted (Batteria, Percussioni)
 
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