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Parkway Drive - Reverence
25/06/2018
( 1885 letture )
It's alive, Can you feel it? Taking hold again / In your mind all your demons are rattling chains… Welcome to a world of pain!

43 minuti per dimostrare di essere qualcosa di diverso da tutti. I Parkway Drive sfornano il loro arena-album più ambito e controverso, un punto elevato che riescono non solo a toccare con mano, ma a maneggiare con cura, almeno il più delle volte, riuscendo nel difficile intento di bissare il grandissimo Ire, pescando a piene mani dal songwriting vincente del suddetto e proiettando la proposta nel futuro.
43 minuti, dicevamo, compatti come non mai e senza sbavature. Forse troppo concentrati, quasi da lasciarci con la voglia di proseguire e andare oltre: un ponte interrotto? Non proprio, quanto più un sequel del precedente lavoro, con una serie di sfaccettature sonore insolite, corroborate dai classici licks alla Parkway Drive mark II.

L’album alterna influenze metal-core a sfumature heavy metal, senza tralasciare sperimentazioni, parentesi soffuse e drammatiche. Il brano/preghiera Cemetery Bloom, con la sua tristezza sommessa e il minutaggio contenuto rimane un buon esempio di cosa siano e stiano diventando i Parkway Drive. Reverence è vivace e sobbalzante, vivo e cupo, veloce e groovy. Un po’ come una scatola magica che racchiude, al suo interno, una serie di micro-sfumature cromate e impeccabili, sebbene alle volte prevedibili. Parliamo delle varie Absolute Power e Shadow Boxing, potenti sì, ma giocate sull’effetto crossover già ampiamente esplorato sul precedente singolo-manifesto Crushed.
Ecco, una pecca -se così vogliamo chiamarla- di questo nuovo tassello discografico è proprio quella di voler a tutti i costi creare un fil rouge con il passato recente: déjà vu a go-go quindi, anche nel bellissimo singolo/video di The Void, vicino ai Metallica nel riffing e figlio indiretto di Vice Grip. Un bel colpo, senza dubbio, con un egregio Winston McCall, che alterna vocals ruvide e melodie ficcanti e un sempre ispirato Jeff Ling, con la sua sei corde fantasiosa, pragmatica e deliziosamente heavy. Gli assoli, pochi ma buoni, conferiscono una profondità emozionale e classica a tutto l’album, partendo dalla divertentissima e danzereccia The Prey, con il suo ritornello da cantare a squarciagola e le sfumature power. Insomma, l’album è variopinto e variegato e sdogana il fenomeno metal-core fuori porta, senza tralasciare del tutto il passato (Wishing Wells).

I fan nostalgici gradirebbero maggiore velocità e cattiveria, ma la band di Byron Bay guarda sempre avanti, non lasciandosi condizionare dal brillante passato. Ce n’è quindi per tutti i gusti, senza soste e senza cedimenti veri e propri. Chitarre groovy, ritmi incalzanti a cura del bravo Ben Gordon e i riff duttili di Luke Kilpatrick. Un quadro dipinto con vernice profumata sin dalla bella copertina, artistica e variopinta: Reverence si fregia di una serie di bontà notevoli, limitando quasi del tutto i danni e le sviste durante il percorso. Il coro che alterna latino/inglese di I Hope You Rot, influenzato dal power metal, ci fa sorridere perché, nella sua semplicità ci convince appieno, mentre l’epicità strumentale e lirica di Chronos è in assoluto il punto più alto dell’album (e probabilmente della discografia dei Nostri), con i suoi 7 minuti magniloquenti, che non tralasciano nulla, sommando l’essenza stessa della band e del sound australiano. Heavy? Certo, con le chitarre gemelle che si lasciano andare a una porzione melodico-solista incredibile, che chiude in modo emozionale ed emozionante gli ultimi due minuti. Un brano accogliente e avvolgente, che anticipa di poco la chiusura western-drammatica di The Colour of Leaving, sofferta e voluta. Una preghiera finale in salsa retrò, con Winston McCall in modalità crooner e la strumentazione ridotta all’essenziale: niente badilate sonore, niente distorsioni di sorta e batteria martellante, ma solo chitarre classiche e atmosfere sommesse. Davvero un colpo di coda, che chiude in sordina (e in modo inaspettato) un album prodotto magnificamente, che poteva osare ancora di più oppure cadere nel parossistico. Invece ci troviamo al cospetto di tre quarti d’ora di musica viva e vera, personale e sentita. Un bel corpo metallico che non fa gridare al miracolo, che non colpisce come Atlas, non stupisce come Ire, ma che ci trasporta nel novo mondo dei Parkway Drive, fatto di auto-citazionismo e visione futura, chiara e definita. Bilanciamento.

Album da ascoltare un po’ ovunque e in contesti differenti: dal mood anthemico di Prey fino alla potenza epica di Chronos, passando attraverso il divertissement crossover di Shadow Boxing e l’oscurità di Cemetery Bloom. Non fatevi ingannare da banali etichette, i Parkway Drive sono una delle migliori realtà moderne in circolazione. E sono qui per restare.

In time / All will return to me / In time / All find an end / You answer to me.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
78.18 su 11 voti [ VOTA]
Silvia
Sabato 29 Settembre 2018, 19.40.00
11
Atlas e' bellissimo!
The Clansman
Sabato 29 Settembre 2018, 19.08.20
10
Dopo una cannonata come "Atlas" e il successivo "Ire" in cui il gruppo austrialiano aveva alternato pezzi più distruttivi ad altri più melodici ed orecchiabili in questo 2018 il gruppo da alle stampe un album che, bilanciandosi tra il tipico metalcore ai cui i nostri ci hanno abituato nel corso degli anni e suoni in alcuni momenti più tipicamente classici conferma e prosegue il discorso intrapreso con il suo predecessore. Per tutta la durata del disco infatti ci vengono proposti pezzi anthemici nei quali la parte del leone è svolta dai ritornelli quasi sempre riusciti e di facile presa ("Prey","The void","Chronos") inframmezzati da due pezzi che intervallano quanto narrato nelle altre tracce (" Cemetery Bloom" e la finale "The colour of leaving") anch'esse ben pensate ed ottimamente piazzare in tracklist. La produzione poi risulta essere "piena" e potente, perfettamente in grado di mettere in risalto il lavoro del gruppo. Uno dei possibili highlights dell' anno in corso, voto 90/100.
MaDie81
Sabato 18 Agosto 2018, 10.43.31
9
A me questo disco piace molto, lo trovo la perfetta evoluzione di Ire, che già mi aveva entusiasmato. Non ci si distrae un momento ascoltando Reverence, i pezzi sono potenti e coinvolgenti. “I hope you rot” il mio brano preferito. Voto : 90
LLStylish
Sabato 7 Luglio 2018, 18.03.18
8
72 a questo e 78 a Horizons...no comment davvero, i recensori dovrebbero essere scelti in base alla conoscenza effettiva della band e se tutti i fan sono delusi evidentemente questo album ha qualcosa che non va e non è certo da 72..
df800
Martedì 26 Giugno 2018, 14.42.38
7
In Ire si sentiva palesata una certa vena mainstream ma c'erano comunque dei pezzi dannatamente funzionali e, di per se, suonavano molto bene. in questo album manca proprioun filo conduttor dei pzzi. ci sono quelle 3 belle hit devastanti e le altre si dividono tra filler e mediocrate. voto 50 per essere generosi
Sentenza
Martedì 26 Giugno 2018, 1.53.39
6
A me è piaciuto con le sue varie sperimentazioni, il crossover e la ricerca di nuove strade e approcci.
Silvia
Lunedì 25 Giugno 2018, 23.09.12
5
Si’ Wishing Well mi aveva fatto sperare bene x l’album infatti...
ArcticCesc
Lunedì 25 Giugno 2018, 22.44.45
4
Premetto che i Parkway sono uno dei miei gruppi preferiti e di loro mi piacciono tantissimo i loro primi quattro lavori, con IRE hanno preso purtroppo una direzione generale che non gradisco, anche se l'album contiene pezzi che reputo ottimi come Crushed. Questo disco conferma in pieno la loro stile attuale, un metal con elementi heavy, alternative, crossover e metalcore. A differenza del commento precedente, purtroppo non sopporto ne lo spoken word di McCall ne i cori da stadio presenti in molte canzoni, detto questo, ho trovato comunque cose che mi piacciono come Wishing Wells, I hope..., Chronos, quindi tutto sommato lo trovo un disco buono, solo che preferisco di gran lunga i Parkway più "adrenalinici",ecco.
Silvia
Lunedì 25 Giugno 2018, 22.21.19
3
È un disco che non ho ancora assimilato, alcuni pezzi mi piacciono ma altri x niente e io ho apprezzato tutta la discografia, anche Ire. X questo ritornerò dopo altri ascolti. Sicuramente concordo sul fatto che siano una grandissima band come detto in chiusura di recensione
Alex Cavani
Lunedì 25 Giugno 2018, 22.12.40
2
Mi dispiace, ma citando Richard Benson: "Questa volta no"! Sono tra quelli che ha difeso a spada tratta il penultimo disco e che lo ha consumato a forza di ascolti, ma questo dischetto qui l'ho provato ad ascoltare una volta e mi è venuto il vomito.. Ho riprovato ma non è scattato niente. Non mi piace assolutamente nulla, scorre via come l'acqua senza lasciare niente di memorabile. C'entrerà poco, ma preferisco ascoltare mille volte l'ultimo degli Shinedown, quello sì che nel suo genere è un disco godibile. Mi dispiace Parkway Drive, ma con questo disco almeno fino al prossimo vi saluto.
Metal Shock
Lunedì 25 Giugno 2018, 21.09.00
1
Questa recensione la aspettavo da un po', come aspetto le critiche dei fan della prima ora del gruppo. Come ho già detto nella rece di Ire ho scoperto relativamente tardi questo gruppo, giusto qualche mese, ma Ire per me resta un gran disco, lontano dal metalcore tout court, e questo disco mi piace ancor di più. Ecco disco Arena è forse la definizione migliore per un'album che al suo interno regala però dei momenti cupi, come i due quasi spoken word Cemetery... e The colour..., brani da pelle d'oca, brani d'impatto tipo Wishing well ed Arnhem come Prey (e non The Prey). Un disco che più ascolto e più mi piace, semplice, diretto, melodico ma anche potente. Voto 85.
INFORMAZIONI
2018
Epitaph
Heavy
Tracklist
1. Wishing Wells
2. Prey
3. Absolute Power
4. Cemetery Bloom
5. The Void
6. I Hope You Rot
7. Shadow Boxing
8. In Blood
9. Chronos
10. The Colour of Leaving
Line Up
Winston McCall (Voce)
Jeff Ling (Chitarra)
Luke Kilpatrick (Chitarra)
Jia O'Connor (Basso)
Ben Gordon (Batteria)
 
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