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Soldat Hans - Es Taut
29/06/2018
( 358 letture )
Un padre e un figlio in fuga dalla prigionia disposta da Minosse per proteggere i segreti del Labirinto, ali di penne d’uccello tenute ingegnosamente insieme da un impasto di cera, una sfida alle leggi della fisica che per l’uno sarà anticamera di libertà, ma che costerà la vita all’altro… tra le leggende accatastate sugli scaffali dell’arsenale mitologico classico, le vicende che hanno visto protagonisti Dedalo e suo figlio Icaro in fuga da Creta sono tra le più universalmente note e rapidamente assurte a paradigma fin dai banchi di scuola, a certificare l’inevitabile caduta delle umane sorti ogniqualvolta si osino sfidare i limiti imposti alla nostra natura di esseri non onnipotenti. Decisamente più sfortunato rispetto a un altro noto sfidante dell’ordine cosmico costituito come Ulisse (la cui identica “hybris” passa generalmente, al contrario, per fiera rivendicazione del titanico eroismo di chi non è “fatto per viver come bruto ma per seguir virtute e canoscenza”), Icaro è così da tempo condannato a incarnare l’archetipo del fatale superamento delle proprie forze, unito a quel peccato di superbia che sotto qualsiasi latitudine teologica attira l’inesorabile punizione a cura della divinità di turno. Di fronte all’imprevedibile e alla fine esiziale condotta dell’adolescente scapestrato, si erge il senso dell’equilibrio di Dedalo, che non perde mai di vista i pericoli figli dell’attraversamento di dimensioni e territori disseminati di trappole e insidie, con un occhio fisso sull’obiettivo da cui far discendere un’equilibrata gestione dei mezzi a disposizione.

La prova di come anche gli dei della musica, assisi sui loro troni nell’empireo delle sette note, preferiscano il senso della misura agli eccessi, viene dalla parabola di questi Soldat Hans, combo svizzero di Winterthur reduce da un ottimo debutto come Dress Rehearsal, che, se pure non aveva fatto gridare al classico miracolo, di certo segnalava che stava fermentando qualcosa di molto interessante, sulla scena rossocrociata. Con un moniker scelto sulla scorta di suggestioni favolistiche dei fratelli Grimm (il soldato protagonista di Des Teufels rußiger Bruder, nella fattispecie), il sestetto ha scelto di volare in cieli illuminati da soli abbaglianti e ad alto rischio di carbonizzazione, tenuto conto che si trattava di intercettare elementi della poetica di Pink Floyd e Radiohead e di trasporli in un habitat più decisamente orientato al metal. E, al netto di un’autodefinizione abbastanza discutibile (“downtempo folk doom band”, dicono di sé, i Nostri… rischiando di mandare fuori giri eventuali ascoltatori avventizi, che troveranno ben poco dei classici stilemi doom), i Soldat Hans di quell’album avevano davvero sorpreso per la capacità di distillare una miscela post metal assolutamente originale, con accentuati tratti cinematografici in grado di spingere il confine ultimo del lavoro verso accattivanti prospettive avantgarde (ci limitiamo qui a rimandare a un brano come Zikueth! Zikueth! per sintetizzare il concetto). La sensazione era stata subito quella di un senso dell’equilibrio da un lato inatteso, trattandosi pur sempre di un’opera prima, e dall’altro di difficile riproduzione, salvo attendersi una consacrazione definitiva con un platter a questo punto destinato a segnare la storia del genere.

E purtroppo non è il caso di questo Es Taut, che giunge a oltre tre anni di distanza dal predecessore e ci riporta alla metafora mitologica iniziale, mettendo in mostra una band in “modalità Icaro” che stavolta si è avvicinata troppo al sole finendo per bruciarsi le ali. La colpa principale di cui si macchiano i Soldat Hans è quella di aver ceduto alla tentazione di calcare troppo la mano sulle suggestioni floydiane, imbarcando cliché psichedelici gestiti ovviamente con ben altra mano rispetto ai modelli ed esagerando in termini di “cerebralizzazione” della materia post, per un esito che in diversi passaggi lascia indifferenti quando non discretamente annoiati. Non si tratta, ovviamente, di lamentare l’assenza in sé dei passaggi canonicamente muscolari di cui si nutre la poetica più fedelmente neurosisiana (la storia recente del genere è piena di ottimi lavori giocati su spartiti atmosferici anche al limite della diafanizzazione), il problema è piuttosto nella sensazione di fondo di una carrellata di pezzi di bravura che si affiancano in successione senza mai puntare alla profondità del coinvolgimento emozionale, con l’ovvio risultato di spostare l’asse dei brani verso una pericolosa freddezza da cui si fatica a riemergere anche nei momenti migliori.
Per la verità, buona parte delle nubi che si addensano sulla resa di Es Taut sono il frutto delle difficoltà di assimilazione dell’opener Story of the Flood, ma va da sé che quando una traccia che copre metà del timing complessivo lascia qualitativamente l’amaro in bocca, tutti i meriti acquisiti successivamente possono al massimo evitare di affondare definitivamente un vascello non più in grado di tornare in linea di galleggiamento.

Ed eccoli, allora, i limiti di una cotale traccia-monstre, sorta di Us and Them o del finale di Time dilatato all’inverosimile senza che si intravveda nemmeno l’ombra, di quel lato oscuro della luna che aleggia sulla matrice di Waters e compagni ed ecco dove il sestetto si avvicina troppo al sole, precipitando in fretta per l’azzardo. Certo, il finale prova a mischiare virtuosamente le carte scomodando addirittura numi tutelari del calibro degli Amenra, ma pesa irreparabilmente il tempo trascorso invano tra punteggiature ambient e jazz con tanto di contorno “esotico” di fiati e violini, che hanno tra l’altro il non trascurabile demerito di depotenziare le incursioni in scream del singer Omar. Peccato, avremmo potuto essere al cospetto di una suite monumentale, ma purtroppo la forza del brano regala non più di qualche frammento che increspa appena la superficie di un mare purtroppo caratterizzato da bava di vento e calma piatta.
E il rammarico cresce dal momento che, nella seconda parte dell’album (i due episodi di Schoner Zerbirst), i Soldat Hans mettono a segno effettivamente colpi di buona portata, testimonianza inequivocabile che la personalità sfoderata nel debut non era affatto un casuale fuoco di paglia. Il focus è ancora centrato sulla lezione floydiana ma stavolta, complice forse una maggiore sintonia con la psichedelia “soffusa e meno acida” della fase A Momentary Lapse of Reason/The Division Bell, gli elvetici dispongono sul tavolo ingredienti ben diversamente amalgamati e, soprattutto, riescono a far interagire un lunghissimo avvio melodico/atmosferico, a cui non è estraneo un vago (e proficuo) retrogusto space, con un corpo centrale percorso da venature prog e un finale che riscopre le virtù abrasive del genere, con gli strumenti finalmente disposti a supporto degli strappi core del cantante e non al servizio di cerebrali e autoreferenziali divagazioni. Il risultato sarebbe da applausi… ma purtroppo non possiamo dimenticarci delle fatiche in sala, durante il primo atto.

Un passo molto incerto in un angolo di cielo presidiato da supernove che rendono fisiologicamente fioca qualsiasi luce osi avvicinarle, una dicotomia evidente tra una prima parte oltremodo debole e un finale ben confezionato che non riesce però a riscattare del tutto gli sbandamenti iniziali, Es Taut è un album che non mantiene le grandi promesse del debutto, trasmettendo una sensazione di occasione persa in un processo di crescita comunque tutt'altro che compromesso. Ai Soldat Hans non mancano ispirazione, coraggio e qualità, l'augurio è che nel futuro sappiano dosare meglio le forze e disporsi a voli meno temerari.



VOTO RECENSORE
58
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Wolves and Vibrancy Records
Post Metal
Tracklist
1. Story of the Flood
2. Schoner Zerbirst part 1
3. Schoner Zerbirst part 2
Line Up
Omar (Voce, Chitarra)
Tomas (Chitarra)
Omar (Chitarra)
Clemens (Tastiera)
Jonathan (Basso)
Jazz (Batteria)
 
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