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Unholy - Gracefallen
06/07/2018
( 481 letture )
“Homo faber fortunae suae”, ovvero “ciascuno è artefice del proprio destino”. Sarà capitato più o meno a tutti di incappare nel nobile tentativo della filosofia prima classica e poi rinascimentale di convincerci (o illuderci?) che sia possibile indirizzare il corso degli eventi della vita umana, con l’inevitabile corollario di suggerire l’esistenza di una sorta di rapporto di proporzionalità diretta tra l’impegno messo in campo per raggiungere un obiettivo e il risultato finale di qualsiasi impresa. Premesso che non è ovviamente questa la sede per confermare o confutare il contenuto di un aforisma dal così antico e nobile lignaggio, ci permettiamo però di osservare che qualche volta, per spiegare vicende che sfuggono a qualsiasi logica e non contemplano responsabilità alcuna in capo ai protagonisti, non resta davvero che rivolgersi alle oscure volontà di quel “fato” a cui già non solo gli eroi ma anche gli dei omerici dovevano piegarsi senza possibilità di scampo o alternativa.

Anche il metal, nel suo piccolo, annovera esempi lampanti di come talvolta il destino si sia oseremmo dire quasi accanito su alcune delle sue “creature”, nonostante queste abbiano fatto oggettivamente di tutto per sfuggire alle spire dell’inesorabilità di qualcosa evidentemente concepito là, dove “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole” e, tra i casi classicamente di scuola, non può mancare il nome degli Unholy. Ancora oggi, infatti, a quasi vent’anni di distanza dalla fine del loro percorso artistico, rimangono del tutto imperscrutabilmente ignote le ragioni che non hanno consentito a questa band straordinaria di trovare una più che meritata dimora in qualche pantheon anche di uno solo della moltitudine di generi solcata dai ragazzi di Imatra. Certo, i Nostri non sono stati il primo caso di carriera destinata a riconoscimenti più postumi che contemporanei, ma se pensiamo che il primo momento di crisi (con annessa diaspora dei componenti verso progetti paralleli) ha fatto seguito al clamoroso fallimento in termini di vendita e supporto di un album favoloso come The Second Ring of Power, ci rendiamo subito conto di come i fendenti inferti dal destino nei loro confronti siano stati davvero micidiali.
Eppure, incuranti delle premesse, quattro anni dopo gli Unholy erano di nuovo in campo con un’altra perla intrisa di classe cristallina del calibro di Rapture, plastica dimostrazione di come Ismo Toivonen e soci abbiano sempre tenuta spalancata la porta della sperimentazione senza per questo abbandonare un retroterra solidissimo figlio di una devozione celticfrostiana mai in discussione. E il rimando a sua maestà Tom G. Warrior è anche l’unica bussola consultabile per tentare di collocare l’opera dei finlandesi su qualche coordinata artistica, immaginando una landa magicamente indistinta in cui finiscono per sfumare i confini tra black, doom e death per assistere al trionfo dell’oscurità nella sua forma più imponente, solenne e maestosa. In quell’album, peraltro, la band si era permessa di azzardare un’incursione tutt’altro che disprezzabile in territorio gothic e, al netto delle perplessità di qualche fans della prima ora indissolubilmente legato agli esordi a più alto tasso black, già in una traccia come For the Unknown si era intuito che anche questa frontiera poteva essere attraversata con la consueta maestria.

E proprio dall’approfondimento del rapporto con la poetica gothic gli Unholy sembrano voler ripartire con questo Gracefallen, canto del cigno di una discografia che non ha mai conosciuto un solo attimo di tregua qualitativa e che si può permettere un platter anche stavolta praticamente perfetto in tutti i suoi elementi costitutivi, dalla tecnica alla personalità, dal coinvolgimento alla “seminalità” per la storia del genere. Chiariamolo subito, nell’ora di questo viaggio non si troverà eco alcuna di quegli stilemi che la vulgata corrente (di datazione successiva, per la verità) considera imprescindibili quando il gothic occupa il centro della scena o incontra i generi più immediatamente confinanti; niente concessioni sinfoniche, dunque, ma anche nessuna virata verso il cliché “the beauty and the beast” (inteso qui senza connotazioni negative) che ha fatto la fortuna di molte band alle prese col doppio registro vocale angelico/femminile-spigoloso/maschile. Niente Draconian o Theatre of Tragedy (e ancor meno Nightwish o Epica, ovviamente), ma piuttosto linee di contatto con il gothic “minimalista” delle origini, di più stretta osservanza curiana, se ci si consente l’escursione fuori dal perimetro metal.
E citiamo i Cure non a caso, perché il timbro di Veera Muhli rimanda a una delle vocalist più amate da Robert Smith in persona nei primi anni ‘90, quell’eterea e allo stesso tempo sinistra Alison Shaw degli esordi che, prima di una svolta decisamente indie/pop, aveva saputo incantare coi suoi Cranes le folle di astanti che si scaldavano sotto i palchi live in attesa della divina epifania dei maestri di Crawley. Tutt’altro che inattese, dunque, le iniezioni melodiche di cui già in Rapture si erano avute le prime avvisaglie conquistano qui ulteriore spazio, ma sarebbe un errore pensare anche solo in via ipotetica a un processo di “addomesticamento e potabilizzazione” in atto (magari nel nome dell’easy listening con finalità commerciali), perché la stessa Muhli e Ismo Toivonen si incaricano di alimentare la componente horror/dark con un grande lavoro alle tastiere, distese a mo’ di tappeto organistico in quasi tutti gli episodi, mentre eventuali dubbi residui si dissolvono definitivamente ad ogni comparsa sulla scena di Pasi Äijö con il suo scream/growl ad altissimo tasso di abrasività.

Anche la struttura della tracklist esalta la duplice natura del platter, alternando episodi orientati atmosfericamente ad altri segnati da un tripudio muscolare che non di rado strizza l’occhio a soluzioni a bassissimo valore di pH. Ecco allora le magnifiche cantilene spettrali dell’opener …of Tragedy e di Daybreak, che sembrano preannunciare una navigazione tra vapori che si fanno nebbie e accattivanti canti di sirene, ma ecco subito dopo, quasi per contrappasso, brani come Immaculate, che rievoca il black/doom degli esordi, o When Truth Turns Its Head, dolente litania scandita dall’intreccio cadenzato di batteria, tastiere e growl per un esito epicamente malsano. Il gothic in forma pura si prende il proscenio in una traccia come Wanderer, impreziosita da uno stop and go nel finale da cui si riemerge in uno stato di trance, con la Muhli in modalità sacerdotessa che declama oscure profezie, mentre una calma irreale accompagna l’escursione quasi space di Reek of the Night, che non ha timore di azzardare un (riuscito) finale di pura contemplazione e sospensione del ritmo. Pressoché scontata, considerate le abitudini della band, la legge dell’imprevedibilità colpisce ancora con la successiva e interamente strumentale Haoma, percorsa da inattesi(ssimi) fremiti tribalistici confezionati da uno Jan Kuhanen mai così indiavolato alle pelli, ma dopo questo ennesimo fuoco d’artificio il motore degli Unholy arriva un po’ stanco all’appuntamento col finale di partita, complice soprattutto una Seeker abbastanza anonima ma anche una Athene Noctua non troppo convincente nel tentativo di calcare la mano sulla componente doom, qui spinta oltretutto verso orizzonti funeral forse non del tutto nelle corde della band. Beninteso, non si va oltre la venialità del peccato in un quadro che rimane comunque di eccellenza, ma con un’altra coppia conclusiva difficilmente sarebbe sfuggita la palma di best of di un’intera carriera, a questo Gracefallen.

Anfratti oscuri che si alternano a delicate aperture liriche, architetture imponenti su cui si stampano disegni raffinati, potenza e melodia in un rapporto di simbiosi dagli esiti artisticamente impeccabili, Gracefallen è il classico album segnato da tratti di modernità permanente e per questo destinato a sfidare vittoriosamente lo scorrere del tempo. Il destino avrà anche assestato colpi immeritatamente letali, agli Unholy, negando a questi ragazzi finlandesi i dovuti riconoscimenti nel pieno della loro carriera, ma restiamo convinti che alla fine arriverà, il momento di celebrarne definitivamente la grandezza…



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
enry
Venerdì 13 Luglio 2018, 17.00.05
3
Sottovalutati come pochi, nel genere fra i migliori, quattro full quattro perle. Se piace il genere da avere tassativamente. Indimenticabili, almeno per me.
d.r.i.
Lunedì 9 Luglio 2018, 18.10.07
2
Gruppo osannato da pochi, soprattutto come ben ribadito a posteriori. Una di quelle band che hanno dato molto con ogni uscita e raccolto poco. Da avere punto
ObscureSolstice
Domenica 8 Luglio 2018, 11.17.55
1
La quarta perla nera di doom/death...dalle profondità della Finlandia. Band grandiosa. Da avere per chi apprezza le melodie lente, struggenti e pesanti ma armoniose, questo il piu' tranquillo e melodico. Il vero gothic/dark può essere anche questo in un certo senso, e non solo. Davvero ben fatto. Mai una sbavatura in una discografia impeccabile.
INFORMAZIONI
1999
Avantgarde Music
Gothic / Doom
Tracklist
1. …of Tragedy
2. Immaculate
3. Daybreak
4. When Truth Turns Its Head
5. Wanderer
6. Reek of the Night
7. Haoma
8. Seeker
9. Athene Noctua
Line Up
Pasi Äijö (Voce, Basso, Chitarra)
Veera Muhli (Voce, Tastiera)
Ismo Toivonen (Chitarra, Tastiera)
Jan Kuhanen (Batteria)
 
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