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Bodies on Everest - A National Day of Mourning
10/07/2018
( 395 letture )
“E che diamine, bisognerà pur metterlo, un punto fermo superato il quale siamo tutti disposti ad ammettere che la musica diventa rumore, perché vivaddio anche il più fanatico di VOI dovrà riconoscere che il gesso che stride sulla lavagna non può avere cromosomi in comune con la Nona sinfonia di Beethoven…”. Ci sembra quasi di sentirle sopraggiungere in formato borbottio di sottofondo, le rampogne delle schiere dei paladini dell’armonia e del bel canto coi fucili perennemente puntati sulle metal dissonanze, a caccia della chiave di volta che certifichi una volta per tutte la problematica appartenenza di un intero genere alla nobile famiglia protetta da Euterpe, là, sulle mitiche falde dell’Elicona. Per la verità, fortunatamente, l’evoluzione del gusto musicale (e l’inevitabile “sostituzione anagrafica” delle generazioni, con l’arrivo alla maturità di quelle rock-native) ha portato a una progressiva accettazione o, se non altro, almeno alla comprensione di una parte sempre più consistente delle galassie che compongono l’universo metal, fino al punto di gettare ponti impensabili fino a pochi anni fa, con la musica classica a passare dallo stadio di semplice cammeo in una Metal Heart di acceptiana memoria al ruolo decisivo in un S&M.
In questo processo di sdoganamento, l’impressione di fondo è che a rimanere escluse siano sostanzialmente ancora le grandi velocità e le grandi lentezze, che, sia pure su basi ovviamente diverse, per molti restano confinate nella dimensione del disordine sonoro alle soglie della cacofonia. Lasciando ai “cugini” del grind e del brutal il compito di predisporre le opportune arringhe difensive per le lande di loro competenza, uno dei compiti più difficili spetta senza dubbio ai fans di quello sludge che negli anni ha finito per specializzarsi in entrambi gli estremi oggetto delle perplessità dei puristi dell’ordine armonico, soprattutto quando non è sceso a compromessi con le contaminazioni atmosferiche che, alla lunga, hanno determinato il distacco dalla casa madre di un sottogenere come il post metal.
Sul fronte dell’ortodossia, i corifei dei fanghi di scarto delle lavorazioni industriali (non dimentichiamoci mai che è questa, la traduzione del termine “sludge”) hanno trovato il filone decisamente più ricco e produttivo affondando le radici negli stagni southern secondo l’immortale lezione Crowbar, ma non mancano esempi eretici in cui la via maestra per esaltare decomposizioni e putrescenze viene ricercata rallentando i ritmi fino all’esasperazione e svuotando le trame di qualsiasi velleità narrativa, puntando così su un minimalismo rumoristico che pesca in parte negli arsenali industrial tout court e in parte nella nicchia drone, con il suo carico di ambient tormentato da interferenze noise. Ripetitività, ossessività e punteggiature psichedeliche (nella duplice, possibile declinazione claustrofobica o agorafobica) sono gli ingredienti imprescindibili di questa poetica protesa verso esiti in ultima analisi ritualistico/tribali (almeno per quanto possa avere un senso il tribalismo post moderno del Terzo Millennio), a patto di non attendersi approdi estatici là, dove regnano incontrastati incubi soffocanti.

Tra gli interpreti più rappresentativi di quello che a questo punto ci spingiamo a considerare sludge/drone a tutti gli effetti, possiamo senz’altro annoverare il terzetto inglese dei Bodies on Everest, pronto a richiamare fin dalla scelta del moniker la fatica di solitudini in marcia verso l’ignoto, piuttosto gli che scintillanti allettamenti eroici della conquista della montagna-monumento. Reduci da un buon full-length di debutto come The Burning, in cui avevano spinto il pedale dell’acceleratore (si fa per dire, ovviamente, considerati i giri motore già all’epoca eufemisticamente rallentati) verso un orizzonte vagamente doom che fungesse da cristallizzatore del ritmo, i Nostri si ripresentano a tre anni di distanza con l’evidente intento di portare a termine l’impresa iniziata col predecessore, spostando stavolta l’accento soprattutto sulla demolizione di una forma canzone del resto già abbondantemente maltrattata in occasione della precedente release.
A trionfare in questo A National Day of Mourning, allora, è soprattutto la componente drone con un forte retrogusto industrial/rumoristico, esaltato da un autentico trionfo di elettronica e campionature che lascia su uno sfondo sempre più sfumato il doom del debut. Volendo semplificare all’estremo, potremmo dire molto più Sunn O))) e molto meno 11 Paranoias (e questa non è del tutto una buona notizia, a parere di chi scrive, visto che per gli assalti al cielo Anderson/O’Malley servono ben altre dosi di coraggio e personalità), ma va detto che il destino dei Bodies on Everest è probabilmente già tutto nella “forma” stessa di una line up che ha rinunciato alla sei corde optando per un doppio basso ad accompagnare la batteria. Il risultato è, prevedibilmente, un platter a bassissimo quoziente di fruibilità immediata e che prevede una più che discreta dimestichezza con frequenze e sonorità che rischiano di rivelarsi in fretta ben più che urticanti, per orecchie poco abituate a immersioni in liquidi malsani e corrosivi.

È una vera e propria palude sonora, quella apprestata dalla band, ma, a dispetto del senso di disagio iniziale davanti alla prospettiva di un attraversamento decisamente problematico, la realtà è che al moltiplicarsi degli ascolti l’album acquista una fisionomia sempre più definita, soprattutto se si riesce a entrare in contatto con quello straniamento psichedelico che ne rappresenta l’ossatura e, al tempo stesso, il frutto migliore. Certo, anche dopo ripetuti tentativi forse non tutto diventerà commestibile (l’opener Unreleaseddeathvideo.flac, con il suo interminabile dipanarsi in forma di trasmissione radio allucinata dopo un sorprendente avvio quasi floydiano rimane una delle vette più ardue da scalare, ma non scherza neanche una traccia come Shotgun or Sidearm, avvolta da una pesantissima cappa industrial/space che soffoca urla in ciclica emersione da uno sfondo spettrale), ma sull’altro piatto della bilancia bisogna mettere almeno due episodi come Tally of Sevens e Gold Fangs in Enemy Territory, in grado di alzare non poco l’asticella della resa.
Ecco allora il ritmo ipnoticamente cadenzato della prima, che sfocia in una seconda parte deliziosamente crowbariana che genera assuefazione lisergica e il climax quasi teatrale della seconda, tra gli arabeschi ambient dell’avvio, un lungo corpo centrale vocalmente declamato e un gran finale che sintetizza alla perfezione il senso di quell’ossessività incalzante in grado di provocare il distacco dal “sé” e l’approdo a dimensioni visionarie. In posizione intermedia rispetto ai due estremi qualitativi, Suspicious Canoe e Who Killed Yale Gracey? scivolano via senza particolari sussulti o cadute di tono (discreto il tiro industrial dell’una, interessante la miscela electro/doom della seconda, anche se forse la durata della traccia avrebbe suggerito qualche variazione di soluzione in più), confermando pregi e difetti di un lavoro che fino all’ultimo solco ci lascia sospesi tra la voglia di ripartire daccapo per penetrarne gli anfratti più nascosti o allontanarci definitivamente per sazietà e stanchezza.

Oscuro, pesante, attraversato da rivoli venefici che inibiscono pause contemplative o anche solo temporanei allentamenti della presa acida complessiva, A National Day of Mourning è un album che, al netto di eventuali idiosincrasie per il genere (ovviamente difficilmente sanabili da un lavoro di così problematica assimilazione), alterna buoni momenti ad altri in cui prevale una sensazione di eccessivo compiacimento per soluzioni un po’ troppo autoreferenziali. Le qualità non mancano, ai Bodies on Everest, ma per diventare campioni della difesa sludge dagli attacchi dei detrattori c’è ancora molto da lavorare, in terra d’Albione.



VOTO RECENSORE
64
VOTO LETTORI
79.5 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2018
Third I Rex Music
Sludge
Tracklist
1. Unreleaseddeathvideo.flac
2. Tally of Sevens
3. Gold Fangs in Enemy Territory
4. Shotgun or Sidearm
5. Suspicious Canoe
6. Who Killed Yale Gracey
Line Up
Baynes (Basso, Elettronica, Voce)
Wars (Basso, Elettronica, Voce)
Gold (Batteria, Elettronica, Voce)
 
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