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Bridge of Diod - Of Sinners and Madmen
15/07/2018
( 261 letture )
Acqui Terme è un Comune della provincia di Alessandria che conta quasi ventimila abitanti. Famoso già in epoca romana per le sue terme, tra le più frequentate dell’antichità, è poi col tempo diventato quasi contendente della neonata città di Alessandria per la primazia territoriale, fino ad accettare il passaggio sotto ai marchesi del Monferrato, il cui dominio, per le casualità della Storia, l’ha poi ricondotta proprio sotto l’odiata città che porta il nome del papa Alessandro III. Un luogo come tanti in Italia nei quali la Storia ha lasciato un solco profondo, segnando un’identità specifica e una ricchezza culturale invidiabile. Ma non è per il patrimonio storico o enogastronomico che spostiamo l’attenzione verso questa bella cittadina, quanto per l’uscita del primo album dei Bridge of Diod, four-piece che qui trova la sua casa natale, ad opera dei due fratelli Barbero, Stefano batteria e voce e Luigi, chitarra. I due assieme all’altro chitarrista Davide Leoncino e, in seguito, al bassista Sebastiano Riva, danno vita al gruppo nel 2010. Più per necessità e divertimento che per reale vocazione, Stefano da dietro la propria batteria divenne da subito anche cantante: una scelta originale che trova pochi epigoni. Nel 2012 arriva il primo EP del gruppo Creativity in Captivity e, dopo l’importante firma per Sliptrick Records, il primo album Of Sinners and Madmen, uscito a fine 2017. Una storia quella dei piemontesi che conferma quanto il sottobosco italiano sia ricco di band che, nonostante tutto, credono ancora nel sogno di suonare heavy metal.

La proposta dei Bridge of Diod è piuttosto personale e questo è un pregio, dato che si muove lungo tre direttrici principali: heavy e thrash, con qualche espressione quasi vicina al prog, dato l’alto livello tecnico espresso e il gusto per costruzioni piuttosto articolate e non necessariamente lineari. Il tutto completato dalla voce pulita e piuttosto acuta di Stefano che non si risparmia affatto nel suo doppio ruolo, contribuendo in maniera forte all’identità di un gruppo che, comunque, fa ampio sfoggio di una preminenza chitarristica evidente. E’ difficile infatti non notare quanto le due asce siano il perno attorno al quale ruotano i brani, con una sezione ritmica che comunque non sta certo a guardare. Si nota comunque in generale un costante ricorso a tempi medi, abbastanza dinamici e con variazioni continue, che forse alla lunga tendono però ad uniformare l’ascolto di un disco che comunque non è di facilissima presa, nella sua interezza. Anche le linee melodiche intessute da Barbero non risultano sempre efficaci, pur non ricercando estremi particolari e mantenendo anzi quasi sempre un andamento molto aperto e affatto oscuro. L’atmosfera che si respira nel disco, infatti, al di là della copertina, non contiene elementi di oppressione, esoterici o in qualche modo malefici. Al contrario, i riff rocciosi, quasi vicini al post-thrash, fortemente imbevuti di classic metal, pur senza lesinare in “pesantezza”, restano estremamente concreti e massicci, mentre le molteplici armonizzazioni e i molti sweep picking danno aria alle composizioni, pur rischiando a volte di appiattire l’identità dei singoli brani. E’ un po’ questa la caratteristica di Of Sinners and Madmen, quella di apparire come un disco compatto, con qualche canzone di qualità superiore rispetto alle altre, ma tutte più o meno identificate dalle stesse direttrici di fondo. L’assenza di refrain o linee melodiche particolarmente pregnanti e di brani dalla velocità media più sostenuta –o più rallentata-, rendono poi l’ascolto pesante nel complesso, pur senza che questo vada a detrimento di una formazione che comunque dimostra personalità e di avere molte frecce al proprio arco. Come per tutti i dischi che rinunciano in parte a fare dell’immediatezza la propria forza, occorre quindi sospendere il giudizio e lasciare che gli ascolti scavino un solco e permettano ai particolari di emergere nella loro specificità. L’opener Story of a Madman rischia di essere anche la migliore del lotto, con una lunga intro che farà la gioia di qualsiasi metal-head, un refrain che funziona e un break centrale con assoli di ottima fattura che rappresentano al meglio l’operato e le potenzialità della band. Stesso discorso per Drops of Rain, carica di armonizzazioni e assoli al fulmicotone e di continui stacchi di pregevole livello. Back from Limbo parte come semiballad, molto maideniana nell’avvio, per poi ripresentare i consueti riff monumentali e uno sviluppo melodico che avrebbe potuto essere molto emozionante, ma non riesce a colpire nel segno come auspicabile. Segue un trittico di brani che purtroppo non si rivelano all’altezza dei precedenti e sembrano ritornare sempre sugli stessi assunti già evocati, senza trovare un vero bandolo della matassa. Green Fairy rialza il tiro del disco con l’ennesimo grande assolo e una maggiore semplicità di struttura, ma ancora una volta il refrain si rivela piuttosto debole e telefonato. Bad Toy apre la tripletta conclusiva che tenta di riportare l’album ai livelli iniziali, ma anche in questo caso manca inevitabilmente qualcosa. Al contrario, The Cowboy’s Law si colloca senz’altro tra le canzoni migliori dell’album, pur senza muoversi di un millimetro dalla proposta ormai assodata del disco. Una stasi che viene improvvisamente e forse un po’ in ritardo interrotta dall’impetuoso incedere di Ignorance la quale, nella prima parte, ricalca tanti classici del thrash conditi da refrain hardcore e lanciati a rotta di collo; anche in questo caso, però, il gruppo piazza proprio a metà canzone l’ennesimo riffone spesso come un mattone che porta il brano fino a conclusione, con tanto di coda blues a chiudere l’album.

Come già espresso, Of Sinners and Madmen è un disco che va ascoltato più volte, perché nasconde molte qualità al suo interno, la prima delle quali è senz’altro il fatto di proporre un heavy/thrash estremamente classico, ma dotato di personalità, che sa utilizzare tanto il bagaglio metallico ottantiano fatto di armonizzazioni, sweep picking e assoli a profusione al thrash sincopato e balzellante nato negli anni novanta e che da allora ha modificato in maniera forse irreversibile le coordinate di base del genere. Purtroppo, non tutto gira come dovrebbe tanto dal lato melodico quanto da quello compositivo, con diversi giri a vuoto specialmente nella parte centrale dell’album e una certa stasi nelle soluzioni impostate che mortifica l’individualità delle canzoni, le quali finiscono per assomigliarsi troppo tra loro. Sono difetti assolutamente normali in un debutto e certo non tolgono merito ad un gruppo evidentemente talentuoso e dal tasso tecnico invidiabile. I Bridge of Diod sono una band che merita attenzione e che ha le carte in tavola per fare un salto di qualità importante. Li aspettiamo fiduciosi.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2017
Sliptrick Records
Heavy/Thrash
Tracklist
1. Story of a Madman
2. Drops of Rain
3. Back from Limbo
4. The Hammer
5. Clown of Season
6. Bullies from Hollywood
7. Green Fairy
8. Bad Toy
9. The Cowboys’s Law
10. Ignorance
Line Up
Stefano Barbero (Voce, Batteria)
Luigi Barbero (Chitarra)
Davide Leoncino (Chitarra)
Sebastiano Riva (Basso)
 
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