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Demetra Sine Die - Post Glacial Rebound
03/08/2018
( 565 letture )
Quello che, nel mio piccolo, posso consigliare loro è di svincolarsi quanto più possibile dai gruppi di riferimento, (anche se non è mai possibile farlo del tutto), e cercare una via maggiormente propria, insistendo forse sul versante più “mediterraneo” della loro proposta, e di curare maggiormente produzione e parti vocali, insomma, di dare più sfumature alla propria musica.

Sono passati dieci anni esatti da quando, in calce alla recensione di Council from Kaos, il nostro buon Raven dispensava questo (più che) opportuno consiglio a una band tricolore all’epoca al debutto sulle lunghe distanze di un full-length. Idee non banali alternate ad alcune ingenuità, spunti interessanti spesso però insidiati dalla tentazione di rifugiarsi in comodi cliché, richiami a nomi altisonanti della scena non sempre gestiti con quell’opportuno distacco che è sinonimo di personalità, per formulare un giudizio più concretamente definitivo sulle prospettive dei genovesi Demetra Sine Die servivano indubbiamente ulteriori prove, tanto che, sulle pagine di Metallized, quella recensione si concludeva con un inequivocabile “rimandati”.
Ed è innegabile che il terzetto sia stato in grado di approntare una risposta assolutamente significativa con l’eccellente A Quiet Land of Fear, rilasciato nell’ormai lontano 2012 e splendida testimonianza di come talvolta il coraggio di osare soluzioni non canoniche sia la base ideale per ritagliarsi uno spazio qualitativamente di tutto rispetto sulla scena. Già, ma quale scena, a questo punto? Post rock (e metal), doom, space, prog, finanche venature jazz (provare per credere le magnifiche incursioni della tromba dell’ospite Roberto Calcagno), davvero non mancavano gli spunti per collocare quell’album in più di una costellazione, ma, al di là di eventuali dispute a sfondo classificatorio, restava il dato di fatto incontrovertibile di una band che aveva preso molto il largo rispetto alle secche di inizio carriera, garantendosi stavolta una promozione a più che pieni voti.

Si attendeva dunque un’ulteriore conferma della rotta proficuamente intrapresa, ma il terzo lavoro della band è invece la classica prova “luci e ombre”, di quelle capaci, dunque, di strappare applausi ma anche di sollevare qualche perplessità. Intendiamoci, questo Post Glacial Rebound non riporta le lancette del tempo alle incertezze del debut, ma la sensazione di fondo è quella di un discreto arretramento rispetto alla prova di forza del predecessore, squadernando una band perfettamente in grado di maneggiare i canoni dei generi a cui sceglie di abbeverarsi ma non sempre capace di imprimere sugli stessi un marchio di fabbrica immediatamente e “individualmente” riconoscibile. L’atmosfera complessiva del platter, che per dichiarazione degli stessi Demetra Sine Die dovrebbe rappresentare un’immersione ancora più profonda che in passato in abissi di oscurità saturi di vapori psichedelicamente orientati, è infatti (troppo) largamente debitrice di un post metal ormai abbondantemente saccheggiato in termini di spunti e ispirazione, con l’ovvio corollario che, per avventurarsi con profitto in queste frequenze, servono ormai colpi d’ala davvero poderosi che facciano emergere la proposta dal mare sempre più sconfinato del già sentito. Il risultato è una “monocordità” di fondo che finisce per coprire e sfuocare a mo’ di patina l’intero lavoro, rischiando di disperdere il potenziale tutt’altro che disprezzabile che pure non fa fatica ad affiorare in diversi passaggi, soprattutto quando i Nostri decidono di dare libero sfogo a quelle propensioni tooliane che alla prova dei fatti si confermano il carburante ideale per il motore della band e su cui forse sarebbe valsa la pena insistere molto di più, rendendole il centro di gravità intorno a cui far ruotare innesti e apporti diversi.
C’è poco da eccepire, peraltro, anche sulle prove dei componenti del terzetto, che hanno ormai raggiunto vette di impeccabilità figlie di una maturità ampiamente consolidata in una carriera ormai ultradecennale e senza interventi sulla line-up. Dall’ottima prova al microfono di Marco Paddeu (decisamente interessante, e sostanzialmente riuscita, la scelta di puntare in prevalenza su un clean ipnotico e cantilenante per incrementare la cifra psichedelica delle tracce) al basso di Adriano Magliocco a cui spetta il compito di appesantire andature e atmosfere valorizzando la componente doom, passando per i sussulti ora tribalistici ora quasi solennemente cerimoniali di Marcello Fattore alle pelli (a detta di chi scrive la nota migliore dell’album), il problema dei Demetra Sine Die non è certo nella qualità degli interpreti quanto piuttosto, come detto, nella capacità far reagire chimicamente per tutta la durata dei brani elementi che spesso rimangono solo in ordinata esposizione.

Valga qui più di mille parole l’ascolto dell’opener Stanislaw Lem, dedicata all’autore del celebre romanzo Solaris, forse noto ai più per l’omonima e altrettanto celebre trasposizione cinematografica per la regia di Andrej Tarkovskij: terra d’elezione di incubi filosofico/fantascientifici a cui evidentemente il terzetto intende fornire un’adeguata colonna sonora, la traccia parte con le migliori intenzioni di marca Tool, promettendo di attraversare territori in cui la visionarietà di cui sono maestri Maynard James Keenan e soci giochi un ruolo decisivo, peccato però che a metà percorso il flusso si interrompa lasciando il posto a un prolungato girovagare che accende progressivamente luci là, dove ci erano stati garantiti anfratti oscuri. Se Birds Are Falling ha senz’altro il merito di disimpegnarsi più che dignitosamente in un habitat mai facile da affrontare come quello dello sludge più potabile che estremo, con Lament si torna a suggestioni più spiccatamente neurosisiane, opportunamente integrate nel finale da contributi doom, sempre peraltro mediati da un filtro psichedelico ad alterarne impatto e imponenza. Una durata impegnativa e la presenza nei panni dell’ospite d’eccezione di Luca Gregori (ugola dei blacksters reggiani Darkend, a cui sono affidate le appuntite spigolosità scream) fanno pensare a un investimento importante, da parte dei Nostri, sulla successiva Gravity, ma ancora una volta il pezzo riesce per così dire a metà, sospeso tra un anonimo avvio black/sludge e un ottimo finale che sorprende per l’azzardo melodico.
Tocca alle movenze lisergicamente space della quasi droneggiante Eternal Transmigration aprire il sipario sul momento migliore del platter, che arriva con il brano di più immediata fruibilità della compagnia, Liars. A differenza dell’opener, stavolta l’abbrivio tooliano non solo non viene sprecato ma prende quota e funge da trampolino di lancio perfetto per approdare ad esiti che non passeranno inosservati ai devoti della costola belga della scena post metal europea che siamo soliti identificare nel collettivo Church of Ra, con l’avvertenza di aspettarsi decisamente più The Black Heart Rebellion che Amenra, nella circostanza. Un giudizio molto più cauto, infine, lo merita la conclusiva titletrack, sicuramente coraggiosa per il caleidoscopico affollarsi dei generi che fanno capolino tra i solchi, ma con qualche linea di sutura un po’ troppo accentuata e con un finale che rimette a nudo la tendenza del terzetto a indulgere a una certa prolissità che rischia di generare stanchezza e saturazione.

Momenti brillanti alternati a passaggi meno riusciti, soluzioni che sollecitano un buon coinvolgimento ma con una sensazione di costante minaccia all’equilibrio raggiunto che lascia filtrare qua e là un po’ di fatica, Post Glacial Rebound è un album che, pur rappresentando un indubbio passo indietro rispetto ai fasti del predecessore, non è senz’altro ascrivibile alla letale categoria delle cadute rovinose. Possono e sanno fare indubbiamente di più, i Demetra Sine Die e siamo convinti che non mancheranno occasioni per dimostrarlo.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Red Rainbow
Domenica 5 Agosto 2018, 21.56.22
2
@Marte: grazie mille per la precisazione, errore mio, testo corretto...
Marte
Sabato 4 Agosto 2018, 22.52.50
1
L album è gradevole. I Darkend sono emiliani..
INFORMAZIONI
2018
Third I Rex Music
Post Metal
Tracklist
1. Stanislaw Lem
2. Birds Are Falling
3. Lament
4. Gravity
5. Eternal Transmigration
6. Liars
7. Post Glacial Rebound
Line Up
Marco Paddeu (Voce, Chitarra, Tastiera)
Adriano Magliocco (Basso, Tastiera)
Marcello Fattore (Batteria)

Musicisti Ospiti
Tom Stearn (Voce in traccia 1)
Luca Gregori (Voce in traccia 4)
 
RECENSIONI
65
 
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