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Count Raven - High on Infinity
03/08/2018
( 471 letture )
Allo stesso modo di altri generi circoscrivibili nella fascia “vintage”, in questi ultimi due decenni anche il doom tradizionale ha attraversato un processo di riscoperta e rinascita dopo un lasso temporale nel quale questo stile sembrava destinato ed essere segregato nei remoti anni della sua stessa nascita, a pungolare di tanto in tanto le reminiscenze dei più nostalgici. Soprattutto negli anni '90, infatti, questo sottogenere si è imbattuto in una fase piuttosto oscura della sua storia, considerato che in effetti riuscivano a sopravvivere pochissime etichette disposte a trattare la materia in questione (Rise Above Records ed Hellhound Records) e che altrettanto esigue formazioni in quegli stessi anni avevano raggiunto una discreta visibilità (vedasi ad esempio Cathedral). Gli svedesi Count Raven, proprio nel punto cruciale della loro carriera (ovvero quella in cui hanno piazzato i lavori migliori della loro discografia), si sono ritrovati catapultati proprio in questo stadio transitorio. Attiva fin dal 1989, la band guidata da Dan "Fodde" Fondelius rappresentava invero una di quelle piccole voci fuori dal coro tenacemente intenta a portare avanti il verbo dei padri iniziatori, in particolare quello dei Black Sabbath. La vicinanza con lo storico quartetto inglese si rimarcò tra l'altro non solo a livello stilistico ma anche sul piano strettamente vocale dal momento in cui il quartetto di Stoccolma, successivamente alla pubblicazione del debutto Storm Warning, venne ridimensionato a terzetto con l'uscita di Christian Linderson, determinando il passaggio al microfono di Fondelius, dotato di un timbro segnatamente similare a quello di Ozzy Osbourne. Nonostante l'indubbia portata della musica prodotta, nei riguardi degli svedesi si innescò una iniziale arbitraria indifferenza che li circoscrisse momentaneamente negli ascolti di nicchia del doom, salvo poi, come spesso accade, rivalutare il loro operato decenni più tardi.

High on Infinity, terzo lavoro pubblicato nel lontano 1993, si configura insieme ai precedenti Storm Warning e Destruction of the Void come uno dei punti massimi toccati dai Count Raven. Come nella tipica tradizione doomiana, l'album offre un minutaggio piuttosto generoso ma tale caratteristica non è in questo caso ascrivibile alla lunghezza delle tracce ma piuttosto al numero complessivo delle stesse (tredici). Come è inoltre lecito aspettarsi, considerati i preamboli, la formula impartita confina i Nostri all'interno del doom più classico e puro, dunque riassumendo: sound denso e primordiale, strutture essenziali nelle quali, in qualità di fulcri, si ergono il riffing greve ed ossessivo e le vocals strazianti (entrambi congegnati con il fine di piantarsi dritti nel lobo temporale) ed infine tastiere spartane che innestano atmosfere alternanti tra mistico e lisergico. Se sono palesi sia gli ascendenti dei primi Black Sabbath che alcuni richiami ai pionieri d'oltreoceano, risulta d'altra parte evidente che i Count Raven nella sostanza sanno manipolare dannatamente bene la materia in questione, costruendo una successione di canzoni impeccabili in cui si denotano piccoli guizzi all'interno dei quali il tasso di memorabilità aumenta notevolmente, dimostrando dunque di essere indiscutibilmente degni del passaggio generazionale di testimone. L'ipnotica Jen in cui le voce di Dan Fondelius evoca lo spettro di Ozzy in un refrain mozzafiato, l'ira spettrale che trasuda in Children Holocaust in cui lo stesso singer si fa perfetto interprete di un testo veramente toccante e la magistrale Masters of All Evil, probabilmente uno dei classici assoluti della band, contrassegnata ancora una volta dal cantato lamentoso che con il suo tipico andamento periodico si congiunge alle atmosfere liturgiche impartite dal riff e dalle tastiere, rappresentano una prima tripletta a sancire un'assoluta classe cristallina in seno al songwriting. Anche nella seconda sezione del disco si riscontra un livello compositivo sempre apprezzabile e privo di cali qualitativi, con un ulteriore picco nella tripletta finale; stiamo parlando di The Coming, traccia con un andamento e soprattutto un cantato subdolo e maligno, Lost World (in cui i ritmi si fanno più incisivi offrendo l'ennesima occasione di apprezzare la prestazione alle pelli di Christer Pettersson a ricoprire il ruolo di inscalfibile pilastro della sezione strumentale) e Cosmos, uno dei brani più anomali e sperimentali del lotto, sorretto da un manto atmosferico nel quale l'ugola di Fondelius si intercala a dipingere uno scenario psichedelico di quiete universale.

A seguito della rivalutazione del loro operato appare assiomatico che l'unica colpa dei Count Raven, oltre alle ideologie ed un look piuttosto bizzarri, sia imputabile ad aver peregrinato all'interno di un'era totalmente inadatta alla loro musica; troppo in ritardo per essere inclusi tra i maestri del genere e troppo in anticipo per essere considerati pionieri della rinascita del doom tradizionale (come si sa, infatti, ci penseranno circa un decennio più tardi gruppi quali Reverend Bizarre e Warning, a caricarsi l’onere di questo fardello… con i relativi onori). A chi ama addentrarsi nella scoperta degli anfratti di tali sonorità spetta dunque il compito di riscoprire questa band che ha contribuito a modellare un'importante tassello della storia di questo piccolo microcosmo chiamato doom tradizionale. Che si tratti di High on Infinity, Storm Warning, o Destruction of the Void il risultato non cambia, tutti questi lavori sono la testimonianza di una formazione che, pur ricalcando con dignità le orme dei maestri, ha saputo regalare della musica esemplare, riuscendo proprio per tale ragione a sopravvivere alle limitazioni di un'epoca e diventando un autentico culto per chi ama visceralmente questo stile e sia in grado di sfuggire alle trappole di una semplice e banale inclinazione polverosamente nostalgica.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
duke
Giovedì 16 Agosto 2018, 10.57.57
5
sembra che canta ozzy...e' impressionante....questa troppa somiglianza....pregio o difetto?
refuso
Martedì 7 Agosto 2018, 16.25.13
4
disco piacevole ma troppo black sabbathiano, soprattutto nella voce
InvictuSteele
Sabato 4 Agosto 2018, 18.25.05
3
Ottima band, un po troppo cloni dei Sabbath ma con grande talento, i loro album sono tutti bellissimi. Voto 80
Nonno
Sabato 4 Agosto 2018, 10.39.03
2
Consigliatissimo anche Mammons War!
Lizard
Sabato 4 Agosto 2018, 9.54.19
1
Che soddisfazione leggere del Conte su Metallized 😃
INFORMAZIONI
1993
Hellhound Records
Doom
Tracklist
1. Jen
2. Children's Holocaust
3. In Honour
4. The Madman from Waco
5. Masters of All Evil
6. Ode to Rebecca
7. High on Infinity
8. An Ordinary Loser
9. Traitor
10. The Dance
11. The Coming
12. Lost World
13. Cosmos
Line Up
Dan "Fodde" Fondelius (Voce, Chitarre)
Tommy "Wilbur" Eriksson (Basso)
Christer "Renfield" Pettersson (Batteria)
 
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