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Talbot - Magnetism
07/08/2018
( 693 letture )
Per alcuni il male assoluto, per altri una tappa inevitabile nel processo evolutivo di una specie sempre più interconnessa, per molti un fenomeno da “governare” pena la perdita di identità, di sicuro praticamente per tutti il termine “globalizzazione” è entrato a vele spiegate nel ristretto novero dei fenomeni e delle parole chiave del Terzo Millennio, capace di stimolare con pari lusinghe una platea sterminata di dotti dissertatori, dal più raffinato sociologo all’ultimo degli haters compulsivi da tastiera. Lunga da noi, ovviamente, l’intenzione di pronunciare parole definitive sul tema in termini assoluti se non addirittura etico/filosofici, ma ci possiamo forse sbilanciare sul fatto che, limitando il raggio d’azione dell’analisi al mondo delle sette note, la musica sia tra le principali beneficiarie di un mondo in cui la comunicazione ha ormai annullato le distanze geografiche, consentendo a ogni punto sperduto su qualsivoglia parallelo e meridiano di poter declinare con pari dignità i crismi e i canoni di generi germinati a migliaia di chilometri di distanza.
Ci è capitato in più occasioni di sottolineare come il post metal tricolore sia ormai in grado di maneggiare con cura impeccabile gli stilemi dei padri a stelle e strisce o come il doom europeo abbia da tempo varcato il sessantesimo parallelo nella sua marcia inesorabile verso l’Europa “latina” (senza contare che se una band come gli Helevorn riesce a regalare perle gothic di scuola scandinava dall’assolata isola di Maiorca è probabilmente arrivata l’ora di seppellire definitivamente il determinismo geografico, come criterio interpretativo), ma gli esiti di questa evoluzione possono portare ancora più lontano. Prendiamo ad esempio le sabbie lisergicamente arroventate di Palm Desert o le wetlands intorno a New Orleans, siamo sicuri che l’associazione di idee più immediata (e ragionevole) sia rispettivamente con stoner e sludge, tra le distorsioni psichedeliche dei Kyuss e il fango del Bayou mulinato ormai da quasi un trentennio da nonno Windstein e i suoi Crowbar, ma alzi la mano chi oserebbe anche solo ipotizzare un’”esportabilità” della formula in un Paese situato in tutt’altro clima e continente e oltretutto finora discretamente trascurato dalle rotte metal mainstream.

Stiamo parlando dell’Estonia e proprio dalla più settentrionale delle sorelle del Baltico arriva la dimostrazione di come le radici spiccatamente southern dei due generi possano attecchire lontano dalle terre classicamente d’elezione e oltretutto senza alcuna crisi di rigetto. Già, perché tutto si può dire dei Talbot tranne che la loro provenienza sia immediatamente leggibile al primo ascolto, al punto che California o Louisiana potrebbero tranquillamente contenderseli, come ipotetica terra d’origine. La miscela distillata dal duo di Tallinn, infatti, è un pregevole mix di stoner e sludge, con dosaggi via via sempre più ottimizzati, in termini di equilibrio delle parti, in ogni release che ha accompagnato il decennio di attività, traguardo che la band festeggia proprio quest’anno e tagliato il quale può guardare con legittimo orgoglio ai passi avanti compiuti rispetto a un debutto ancora acerbo come Tundra.
Per la verità, i ragazzi non ci avevano messo molto ad alzare l’asticella qualitativa dei loro lavori e non è un caso che, con le prime prove sulle lunghe distanze, i Talbot abbiano cominciato a collezionare nomination (EOS) e vittorie (Scaled) nella sezione metal dell’Estonian Music Awards, segno evidente di un crescente interesse nei confronti di una proposta a cui però, misteriosamente, non ha ancora fatto seguito un altrettanto convinto investimento da parte di qualche label, tanto che, anche per questo Magnetism, la dimensione è ancora quella dell’autoproduzione. E il rammarico è in questa circostanza ancora più grande, perché il nuovo platter merita davvero una congrua collocazione tra le uscite significative dell’anno, tenuto conto delle ulteriori integrazioni che il duo Andre/Mikhailov ha saputo apportare a un canovaccio già ben rodato.
Ecco allora, a fronte di una contrazione del peso complessivo della componente stoner, importanti contributi di solennità e pesantezza in arrivo dalla galassia doom ed ecco anche qualche innesto che, pur senza configurare una vera e propria dimora permanente nell’universo post, apre la strada a una contaminazione che non dispiacerà a qualche anima neurosisiana che si trovasse inavvertitamente a premere il tasto PLAY. I risultati migliori in termini di resa vengono allora dal versante delle atmosfere dei brani, che alternano alla perfezione momenti in cui la densità dei miasmi sludge è percorsa da scosse core, a passaggi segnati ora da un’improvvisa “verticalizzazione” delle strutture, che arrivano a sfiorare l’imponenza, ora da lampi psichedelici in rapida incursione, a confondere e sfuocare i contorni.
Rispetto alle uscite precedenti, l’impressione di fondo è quella di un’accresciuta potabilità dell’insieme, su una traiettoria che, per la cura quasi maniacale per la sezione ritmica (peraltro oseremmo dire fisiologica, considerata una line up che rinuncia alla sei corde, anche in sede live) rimanda agli ultimi lavori dei Crowbar ma anche a quelli dei Kylesa di lady Pleasant. E scomodiamo il combo di Savannah non a caso, perché è proprio alla prova vocale di Philip Cope che possiamo avvicinare le scelte dei Talbot sul fronte del cantato; detto che in questo Magnetism si riduce abbastanza considerevolmente lo spazio riservato alle parti in scream/growl (storicamente affidate al drummer Evgeny Mikhailov), il centro della scena è occupato dal clean di Magnus Andre, in grado di spaziare con pari qualità da un clean “urlato” a improvvisi approdi ipnotici, non escluse, nel mezzo, doti da consumato rocker che potrebbe non sfigurare in qualche cimento dal sapore settantiano.

Poco più di quaranta minuti per sette episodi complessivi, la tracklist scivola via con una scorrevolezza sorprendente, considerata la natura dei generi messi in cottura nel piano di volo e nel (relativamente) breve volgere del quarto d’ora dei primi due brani ci si ritrova catapultati dai riverberi psych doom dell’opener Feral alla natura anfibia della titletrack, “spensieratamente” muscolare in avvio per poi virare verso inattesi lidi melodici che strizzano l’occhio a soluzioni alternative metal tutt’altro che stucchevoli. Rispetto all’ottima doppietta iniziale, fatica un po’ a emergere un pezzo come Vanhalla che, pur senza scadere nell’anonimato, non presenta colpi di particolare effetto dentro un involucro stoner/doom discretamente standard, ma la corsa riparte immediatamente con Icicle, che azzarda con esiti più che accettabili una sorta di ibridazione tra grunge e doom.
Non ci sono dubbi di sorta, invece, sulla successiva Infra, dal momento che siamo in presenza della classica traccia con una marcia in più: grande apertura tutta magniloquenza e pelli percosse tribalisticamente in cadenzata declinazione neurosisiana, opportuno momento abrasivo che promette (mentendo…) una radicale svolta sludge, eccellente stop centrale con polvere cosmica in sospensione e delicati tocchi ambient, finale da applausi con un crescendo di ritmo da scuola post metal perfettamente assimilata. Dopo una cavalcata così travolgente, la breve Adrift assolve alla perfezione al duplice compito di farci riprendere fiato e, contemporaneamente, di fungere da intro per quello che ci si aspetterebbe essere il grande fuoco d’artificio finale, ma qui purtroppo siamo in presenza di uno dei pochi difetti di un lavoro per larghi tratti impeccabile (insieme, forse, a una cover dall’artwork non particolarmente accattivante, per usare un eufemismo). Blown, infatti, è il tipico esempio di brano in rollio permanente sulla pista di lancio: dopo un lungo girovagare su coordinate psych/doom, ci aspetteremmo un cambio di marcia che porti al decollo ma purtroppo stavolta i Talbot si limitano al compitino e si ritrovano con la spia dell’ispirazione improvvisamente accesa… obbligandoci a scendere con una piccola smorfia di disappunto, ovviamente dopo i doverosi applausi ai piloti per il resto del volo.

Una gradita sorpresa in arrivo dalla periferia della metal-mappa europea, tassello importante in una carriera finora scandita da tappe che annunciano una maturità ormai a portata di mano, Magnetism è un album che meriterebbe una visibilità ben oltre i ristretti confini di quella scena estone che il duo ha finora dimostrato di saper presidiare mietendo consensi e riconoscimenti evidentemente non casuali. Non sappiamo quale nave o vento abbia trasportato le spore southern sulle sponde del Mar Baltico, ma di sicuro i Talbot dimostrano che la geografia non ha voce in capitolo, quando un genere musicale decide di prendere casa a migliaia di chilometri dalla sua culla.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
70 su 1 voti [ VOTA]
LAMBRUSCORE
Giovedì 13 Settembre 2018, 21.06.10
2
Mi hanno fatto tornare in mente la Matra Simca Talbot....
AdeL
Giovedì 9 Agosto 2018, 0.52.29
1
Interessante scoperta, grazie Red! Al primo ascolto intercetto influenze Industrial in pieno stile Ministry (Magnetism mi ricorda Thieves). Ritrovo la timbrica Meshuggha ai piani bassi e quella dei Bombus ai piani alti Noto alcuni rimandi agli A Perfect Circle. Lavoro davvero contaminato ed intrigante.
INFORMAZIONI
2018
Autoprodotto
Stoner/Sludge
Tracklist
1. Feral
2. Magnetism
3. Vanhalla
4. Icicle
5. Infra
6. Adrift
7. Blown
Line Up
Magnus Andre (Voce, Basso, Tastiera)
Evgeny Mikhailov (Voce, Batteria)
 
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