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Prong - Rude Awakening
11/08/2018
( 695 letture )
A nostro parere, i Prong rappresentano un’entità a se stante. Una cosa che non si può quasi calcolare, toccare con mano. Una band-progetto particolarissima, nata dalle ceneri del punk e cresciuta con il crossover-thrash degli anni 80. Un miscuglio di influenze di primissimo livello, macinate e macerate con suoni futuristici, compressioni da guerra fredda e apostrofi ancora da definire. Una summa algebrica sbilanciata, che non ha mai portato a risultati precisi: un esperimento in piena regola che ha attraversato tre decadi, raggiungendo picchi qualitativi impressionanti proprio negli ultimi anni. Sì, perché l’ultima trilogia pubblicata dalla band americana è forse l’apice compositivo-narrativo di tutta la Prong-storia, senza esclusioni. Ma il passato va riletto e rianimato sempre, a volte in chiave oggettiva, a volte in chiave nostalgico-buonista. In questo caso, con il platter in questione, siamo a cavallo tra innovazione e qualità, sbilanciamento e sfruttamento di un periodo storico preciso (metà anni 90), con le influenze obbligatorie dell’epoca e la voglia di qualcosa di nuovo, non necessariamente migliore del passato, ma comunque fresco e pungente.

Nasce così nel 1996 un concept album importante, che segna la storia di un genere (l’industrial), senza riscrivere le regole del gioco, ma andando a raffinarne la qualità di base. Cosa è Rude Awakening? E’ un cenno storico, un affresco breve, crudo e indelebile degli anni ’90: un segno del tempo, insomma. La pietra levigata che ci parla di storie antiche; il quadro pensante che non smette di darci indizi. Il brusco risveglio è guerra, neve, testate nucleari e anarchia. Ribellione post-punk, elettronica, smarrimento e vuoti oscuri. Per gli amanti della versione moderna dei Prong c’è poco da gioire, in effetti. Stessa cosa per i fruitori gli albori speed-thrash: qui non c’è traccia di metal classico, ma di pulsioni elettroniche figlie dell’epoca, del mercato, del futuro che avanza. Il prodotto è una Polaroid cristallizzata: un senso a tutto e una risposta a niente. E lo si evince sin dalle note dell’opener Controller, che scopre subito le carte in tavola, presentandoci una batteria scarna ed essenziale, un riff ribassato, semplificato e immancabili contrappunti elettronici, inframezzati da note stridenti e dissonanze chitarristiche già esplorate in territori nu metal.

La band che si muove, muta per raccontarci nuove cose, nuove storie. Tommy Victor, personaggio difficile e fuori schema, ci accompagna nel suo mondo mutevole, in bilico tra ciò che è stato e ciò che forse sarà. Del futuro non è mai importato molto al buon Victor, e questo lo si evince dalle lunghe pause prese dalla band, dai cambi di line-up, di sound e di umore. Ma non affrettiamo i giudizi: Rude Awakening è comunque un album bello e affascinante, che ha aperto nuove porte (commerciali) al power-trio (rimaneggiato per l’occasione con la pragmatica aggiunta di Charlie Clouser alla tastiere).
L’album si muove nel sottobosco cibernetico con possanza e groove, ritmi danzerecci (Caprice) e note soffocanti (Face Value), passando per l’immortale hit-single e title-track, quella Rude Awakening, opener di tanti concerti e singolo di rara bellezza ed efficacia. Un brano che ha identificato la band in quegli anni, un brano differente, melodico e suadente, catchy ed heavy allo stesso tempo, una porzione di mini-magma che si differenzia bene dal resto del pacchetto e dal rock industrializzato di Unfortunately, con i suoi riff compressi e i filtri vocali prevedibili. La title-track si muove sulle coordinate tracciate dalla band, ma percorre un binario differente, e con i suoi 4 minuti e 20 secondi dipinge un’atmosfera fredda e post-apocalittica, atmosfera ripresa dai Filter in diversi lavori in studio. È una formula collaudata dallo stesso Tommy Victor, che ha provato (con risultati altalenanti) a riproporla anche negli album successivi, sporadicamente e senza infrangere le barriere commerciali. Il basso pulsante del compianto (e mai troppo osannato) Mr. Paul Raven ci accompagna con costanza, verve e grinta per tutto l’album, senza cali di tensione e con grande qualità. Non ci sono complicanze, materiale cerebrale o scie progressive, ma solo forma-canzone, fatta per funzionare e per raccontare una storia. Dal punto A al punto B, senza distrazioni.

Avenue of the Finest è una mazzata groove, con riff spessi come muri in cyber-cemento, mentre Slicing ci striscia sottopelle con il suo appeal elettronico e dissonante. L’intero lavoro è basato su un greve senso di disagio, non conformità e spossatezza. Un vero master-work dalle tinte irreparabili. La splendida copertina rappresenta alla perfezione ogni sfumatura sonora presente con i suoi colori primari. C’è il rosso, il bianco, il nero e il grigiore interiore. Non c’è una vera speranza, così come raccontato nella ritmata e scarna Without Hope, dal titolo esplicativo, che ci conduce ancora nel mondo di cavi, led primari ed elettricità a buon mercato: un mondo senza contatti e privo di umanità. Un –post vero e proprio, ovvero qualcosa che viene dopo la caduta della civiltà. Ted Parsons fa il suo sporco lavoro designando e disegnando ritmiche squadrate ed efficaci, pattern elettronici basilari e atmosfere cinematografiche di serie B, ponendo l’accento sul ritmo abbozzato su cui è costruita la maggior parte dei brani. Discorso in parte diverso va fatto per la Fear Factory-iana Mansruin, che si poggia su vocalizzi alternativi e chitarre pesanti come piombo-macigni. Una botta super heavy che spezza la tracklist cercando di dare spinta e cattiveria prima del gran finale, marchiato a fuoco dalle varie Innocence Gone (melodica e prettamente rock), Dark Signs (con il suo ritmo in levare e le sue chitarre monocromatiche) e Close the Door, che ci regala grandi porzioni di elettronica e un basso protagonista.

In conclusione, Rude Awakening è un album ben congegnato, che però non è mai riuscito -fin dall’epoca- a far breccia nel mio cuore ma che, fortuna sua, è stato fondamentale per i Prong, sia a livello commerciale sia a livello di pianificazione futura. Dopo il suddetto album infatti, la proto-band capitanata dall’ex Ministry Tommy Victor si è sciolta temporaneamente per poi ritornare in vita nel 2002. Da li in poi, la perseveranza e il pragmatismo fuori-schema di Victor si sono trasformati in un’ispirazione metallica continua, che ha prodotto album eccezionali a breve distanza l’uno dall’altro. Una vera rinascita, quindi, che deve forse la sua spinta creativa proprio al burrascoso periodo di Rude Awakening, tra droghe, successi, riflettori e un mondo in rovina.

Sono passati 22 anni (e si sente), ma questo lavoro rimane e rimarrà sempre uno degli ascolti chiave dell’epoca, anche se qualitativamente surclassato da tanti altri album dei Prong.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
98.06 su 29 voti [ VOTA]
fresatore
Mercoledì 12 Settembre 2018, 12.20.26
9
mi sanguinano gli occhi a leggere sta recensione. voto 90, compratelo ad occhi chiusi
spelonca man
Martedì 28 Agosto 2018, 11.45.38
8
Voto davvero basso. Ai tempi non fu capito subito ma ascoltandolo non mi sembra ci voglia molto per capire la sua grande maestosità.
Metal Shock
Mercoledì 15 Agosto 2018, 8.20.25
7
Il disco precedente Cleansing fu un vero e proprio capolavoro e questo disco all'inizio non mi convinse molto, diciamo che ci rimasi male. Però dopo ripetuti ascolti il disco crebbe molto e diventò uno dei miei preferiti della band: con quei suoni industriali Victor fu capace di creare un disco unicum per la band che in pochi capirono ed infatti la band fece una brutta fine. Per me 85.
runuaci
Lunedì 13 Agosto 2018, 15.55.49
6
beg to differ è senza dubbio superiore a questo, ma il 70 mi sembra troppo moderato. 80 minimo
loris
Domenica 12 Agosto 2018, 20.52.55
5
70? spero tu stia scherzando. Lavoro fantastico e, come noto, sottovalutato. voto 85
FABRYZ
Sabato 11 Agosto 2018, 16.11.55
4
Grande gruppo work in progress, molto sottovalutato visto che anche il qui presente rude awakening non è che abbia avuto quale successo ai tempi..al contrario di ciò che scrive il recensore fu il precedente cleansing, lanciato dal singolone snap your fingers snap your neck, a dare popolarità al gruppo..rude awakening è un disco che ha sancito la loro trasformazione praticamente in una industrial band..non mi fa impazzire ma come si dice nella recensione è un album figlio degli anni 90 dove il crossover tra generi era all ordine del giorno..io li ho sempre preferiti in versione + thrashettona, quindi amo beg to differ e gli album degli ultimi anni (tra l altro se vi capita sentitevi power of the damager,gran disco passato completamente in sordina)..inoltre vorrei spezzare una lancia x Tommy Victor,che x me rimane uno dei migliori riffmaker di sempre
Alessandro bevivino
Sabato 11 Agosto 2018, 12.06.52
3
A me non era piaciuto ai tempi, oggi invece ogni tanto lo ascolto con piacere , non raggiunge i livelli dei precedenti album, comunque é un disco, molto, molto particolare da ascoltare / assimilare a piccole dosi.
nonchalance
Sabato 11 Agosto 2018, 10.49.26
2
Non è ai livelli del precedente (di cui - come già scrissi - andrebbe rifatta la recensione commentando il valore del disco e non quello della ristampa..) ma, è comunque un esperimento riuscito!
duke
Sabato 11 Agosto 2018, 10.49.07
1
anche se preferisco i due dischi precedenti...lo considero un lavoro molto interessante....
INFORMAZIONI
1996
Epic Records
Industrial
Tracklist
1. Controller
2. Caprice
3. Rude Awakening
4. Unfortunately
5. Face Value
6. Avenue of the Finest
7. Slicing
8. Without Hope
9. Mansruin
10. Innocence Gone
11. Dark Signs
12. Close the Door
13. Proud Division
Line Up
Tommy Victor (Voce, Chitarra)
Charlie Clouser (Tastiera, Programming)
Paul Raven (Basso)
Ted Parsons (Batteria)
 
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