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Estatic Fear - Somnium Obmutum
11/08/2018
( 502 letture )
Anche l’ocra e il giallo-arancione degli edifici danubiani, con la loro rassicurante e malinconica simmetria, sono un colore della mia vita, il colore del confine, del limite, del tempo.
(Claudio Magris, Danubio)

Così si esprimeva il “Professore triestino” per antonomasia, tra le pagine del suo capolavoro letterario, mentre si trovava a Linz guardando verso la Friedrichstor della città, in una “sera danubiana”, ai margini della valle della Wachau, lontano qualche centinaio di chilometri dal luogo che più gli appartiene (insieme a Trieste) e lo simboleggia, metaforicamente e culturalmente parlando: Vienna. Ma non è la capitale austriaca la culla di questo breve quanto intenso viaggio musicale, bensì Linz, capoluogo dell’Alta Austria, confinante a nord con Baviera e Boemia Meridionale. E sì, siamo già nella Mitteleuropa, per dirla alla Magris.

In Linz (an der Donau)

Irritante sarebbe per il lettore doversi leggere la solita sfilza che gli propinano sin dalle scuole dell’obbligo, di nomi di compositori, musicisti, direttori d’orchestra, menti supreme della musica tutta ai quali ha dato i natali l’Austria, a prescindere da quale città abbia donato loro la gloria eterna. Al di là delle Alpi italiche, esiste questa nazione, che vanta formazioni di primaria importanza nel panorama del metal contemporaneo: Summoning (garanzia in studio) e Belphegor (garanzia live) sono i paladini della scena metal austriaca e vantano numerose schiere di fan fuori dai propri confini, insieme ai connazionali Abigor, relegati ormai alla stregua di una band culto.
Medesimo status che si trascinano dietro ingiustamente, perché ancora più marcato rispetto ai signori sopra, gli Estatic Fear, formazione sorta nel 1994 per volontà del mastermind Matthias Kogler lungo le rive del Danubio austriaco. Una volta radunati i compagni per questo breve, ma intenso viaggio, i Nostri danno alle stampe due anni più tardi questo Somnium Obmutum. Il 1996 è un anno di (capo)lavori indimenticabili, entrati di diritto nell’Olimpo del nostro genere preferito. E prima di esso lo è stato il 1995...e, a modo suo, lo sarà pure il 1997. Tuttavia, al 1996 sono particolarmente affezionato per ragioni squisitamente stilistiche. Non si intende fare alcuna operazione nostalgica, ma a distanza di ventidue anni, trovo quasi “ridicolo”, passatemi il termine - un po’ come quando si legge la formazione del Dream Team di Barcellona ‘92, per capirci – che nello stesso anno, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, uscirono Eternity, The Jester Race, Irreligious, Nemesis Divina, Morningrise, Elegy…e mi fermo qui, anche se sono convinto che la lista di quel magico 1996, possa tranquillamente proseguire ad oltran..Holy Land...Roots...za. Da un lato, dunque, abbiamo questa scarica stordente di uscite storiche, e diciamolo, note ai più, dall’altro lato si va a formare, come per ogni periodo musicale, un cumulo di uscite di altrettanta rara bellezza, ma che per un motivo o per l’altro, non raggiungono la notorietà delle opere coeve. Ed è proprio a questo gruppo di opere più di nicchia, se così vogliamo chiamarle, che va ad aggiungersi questo Somnium Obmutum. Uno scempio, doppiamente scandaloso, se pensiamo che in quel 1996 questo lavoro si fece compagnia, quasi consolandosi per il destino avverso che toccò loro, con uno degli apici del melo black svedese: Welcome My Last Chapter dei Vinterland, pubblicato dalla leggendaria (brivido lungo la schiena) No Fashion Records.

Nel nostro caso le colpe sono da imputare a due fattori determinanti: la proposta acustica del quartetto e il non-lavoro svolto dalla label. Proposta dotta, sviluppata ulteriormente nell’altrettanto sfortunato successore, A Sombre Dance (1999, pubblicato per CCP Records). Un prodotto in linea con tutte le istanze del suo tempo (si pensi a Theli, annus mirabilis: 1996), in cui la musica classica abbraccia con esiti elevatissimi il metal nella sua declinazione più grigia, melanconica, di matrice scandinava, con un’accentuata vena medievaleggiante e trovando forse il suo più grande vulnus (ma lo è per davvero, un punto debole?) nella struttura monolitica, perché suddiviso formalmente in due macro-blocchi della durata di mezz’ora ciascuno (circa), che rendono magnificamente solo se vissuti in sacrale silenzio e concentrazione. Ed è proprio con questo spirito che si devono assaporare le quattro tracce, con la speranza che questa recensione sia utile non solo a rispolverare un’opera unica nel suo genere e con pochi rivali allora, ma anche a immergersi in uno degli innumerevoli anfratti del doom metal, qui in una variante symphonic, replicata raramente negli anni.

Tributo al proprio tempo e agli Dei di Vienna, Salisburgo e Linz, tra lacrime sanguinanti, spirali linguistiche e voci angeliche

Somnium Obmutum è un lavoro coltissimo e divorato allo stesso tempo da questa sua caratteristica. La traccia d’apertura, una strumentale folkish di sola chitarra acustica composta sulla linea dei diamanti contenuti in Kveldssanger, rievoca un tempo lontano ed è il sentiero il più lineare possibile per giungere alla monumentale title-track. Autentico oceano di emozioni, si tratta di un brano suddiviso formalmente in un’altra decina di tracce in cui regnano cambi di tempo connessi sempre dallo stesso registro emozionale: la sofferenza dell’animo umano. In questi trentadue minuti, troverete un sunto di tutto ciò che era fiorito o andava fiorendo in quel 1996: atmosfere sepolcrali con inserti liturgici d’organo degne di riecheggiare fra le navate della Stephansdom, infrante “canonicamente” da sfuriate black in cui scream, tremolo picking e blast beat imperversano con violenza per una manciata di istanti, o poco più, schiacciati a loro volta dal peso del riffing doom del duo Kogler/Stauff e dal growl cavernoso ricordante quello dell’esordiente (e più noto) Thomas AG Jensen (Paradise Belongs to You), separati distintamente da intermezzi giullareschi arricchiti da flauto e liuto e, infine, dalla presenza della voce celestiale dell’ospite Marion.
Non solo la band riesce magistralmente nell’impervio compito, ma lo fa alternando splendide liriche in latino, inglese e tedesco. Lingue queste, le prima e la terza, scelte non a caso, insieme alla lingua franca per eccellenza, che prende per mano passato/erudizione e presente/fruizione.
As Autumn Calls, strumentale arcana lambita in sottofondo dalle placide onde del Danubio, è il ponte ideale per la traccia conclusiva, Ode to Solitude. Secondo brano per minutaggio, in cui prevalgono nettamente le parti strumentali (elegantissime peraltro la parti di flauto) rispetto a quelle cantate. Nonostante la traccia riesca a fronteggiare a testa alta in alcuni segmenti – mi riferisco ad ognuna delle aperture melanconiche di matrice black - quel concentrato di classe che è stata la title-track, soffre di un calo ispirativo soprattutto nel cuore della traccia, prolisso. Manciate di minuti perdonabili, ma che vanno ad affossare globalmente il lavoro, inducendo un potenziale ascoltatore alle prime armi con queste sonorità (e munito di poca pazienza..) all’interruzione dell’ascolto. Gesto che non renderebbe per nulla onore a ciò che è stato ascoltato per i quarantacinque minuti precedenti.

Epitaffio danubiano, parte I

Prima la tempesta, poi le quiete, e viceversa. Ma la tregua non esiste, in questo lavoro. Se i tempi dettati dalla sezione ritmica la concedono, il nostro animo finirà comunque straziato, oppresso da intarsi acustici, elettrificati e operistici degni della migliore tradizione austriaca. Un album d’esordio disarmante per le doti di songwriting dei membri, circondato da poche creature simili allora e sicuramente accostabile al colore ocra o giallo-arancione delle case danubiane...per la sua caratteristica di perdurare nel tempo.



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Giaxomo
Giovedì 16 Agosto 2018, 14.42.46
3
@Monsieur Le Marquis, @Graziano: grazie mille ad entrambi, sapevo che prima o poi voi due sareste passati... Ora rispondo con ordine alle sue domande, Monsieur Le Marquis: per quanto riguarda gli Asmodeus, possiamo considerarlo un refuso? Band che adoro, è stato un grave errore non citarli, faccio mea culpa. Me ne sono accorto qualche ora dopo che la recensione era stata caricata, ma era troppo tardi, comunque lei ha fatto bene a citarli. AEBA conosco solo di nome, mentre gli UADA li recupererò verso l'autunno, rinviati causa assegnazioni delle redazione/ascolti miei arretrati/lacune da colmare. Inoltre, ho avuto la pessima idea di riascoltare dopo anni "Different Class" dei Pulp e mi è letteralmente impossibile toglierlo dal lettore in macchina e da Spotify. Uno degli ultimi grandi lavori pop...possiamo dirlo, vero? Siamo d'accordo entrambi?
Graziano
Giovedì 16 Agosto 2018, 12.26.05
2
Splendida recensione davvero. Mais oui!! Grandi Asmodeus e Uada, acquistao il secondo di recente. Provvederò a sentire gli AEBA.
Le Marquis de Fremont
Giovedì 16 Agosto 2018, 11.55.17
1
Sono in vacanza ma commento volentieri, con i miei massimi complimenti, questa bellissima recensione di Monsieur Giaxomo. Soprattutto su un autentico capolavoro di un gruppo sconosciuto ai più ma che ha fatto due album splendidi. Più questo di A Sombre Dance, del 1999. Sottolineo l'aspetto colto e la bellezza delle composizioni, inserite in un ambiente metal ma con grandi contaminazioni classiche e folk. La recensione riporta con precisione le caratteristiche del sound degli Estatic Fear, quindi non serve dire altro. Aggiungo solamente, per la scena Austriaca, un accenno agli Asmodeus (di Graz) più black. Mi permetto poi di segnalare, tra li sconosciuti, anche i tedeschi AEBA e qualcuno ha mai ascoltato gli UADA di Portland? Au revoir.
INFORMAZIONI
1996
CCP Records
Gothic / Doom
Tracklist
1. Des Nachtens suss’ Gedone (Instrumental with Lute)
2. Somnium Obmutum
3. As Autumn Calls
4. Ode to Solitude
Line Up
Markus “Beowulf” Miesbauer (Voce, Basso)
Matthias “Calix Miseriae” Kogler (Chitarre, Tastiere, Liuto)
Stauff (Chitarre)
Milan “Astaroth Magus” Pejak (Batteria)

Musicisti Ospiti
Petra Holzl (Flauto)
Marion (Voce)
 
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