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Third Island - Omelas
16/08/2018
( 602 letture )
Oddio, Ian McCullock ha preso armi e bagagli, ha solcato l’Irish Sea e ha trasferito sull’Isola di Smeraldo lo spirito degli Echo and the Bunnymen

Per poco non è venuto un colpo, al recensore, al cospetto delle prime note di un lavoro arrivato in redazione con i crismi formali del doom screziato di venature post e che invece presenta come biglietto da visita un avvio carico di quei riflessi post punk via via sempre più “dilavati e disinnescati” che hanno fatto la fortuna di legioni di band negli anni Ottanta, fino a decretare il trionfo dell’epopea a un tempo fertile e controversa universalmente catalogata come “new wave”. Non che l’accostamento a una band che annovera nella propria discografia una delle hit simbolo degli interi eighties come The Killing Moon sia in sé motivo di scandalo o, peggio ancora, di acritico rifiuto a prescindere (anzi, tutt’altro…), ma è bene mettere subito le carte in tavola e avvertire eventuali pasdaran del doom e dello sludge/post classici che qui troveranno poco pane per i loro denti ortodossi. Quello che emerge fin dalle prime note di Omelas, infatti, è un impasto decisamente poco convenzionale e che per essere apprezzato ha bisogno di un approccio molto “laico”, in grado di sedare le ansie da catalogazione che spesso si impadroniscono dei nostri timpani a contatto con ascolti atipici. I protagonisti del platter sono tre ragazzi di Limerick (in attesa che per un quarto componente, a cui assegnare in pianta stabile lo sgabello dietro alle pelli, si completino le audizioni recentemente avviate) che rispondono al nome di Third Island e che debuttano sulle lunghe distanze di un full-length dopo aver rilasciato un paio di anni fa un EP che, pur non facendo gridare al miracolo, aveva se non altro illustrato le potenzialità della band soprattutto sul versante vocale, complice un uso accorto dell’alternanza tra la componente scream e quella in clean, innestate su una base ad alto tasso melodico a cui non era estraneo un retrogusto vagamente space.

Quello che mancava ai Third Island di Dusk era il classico tocco di personalità, tratto irrinunciabile per chi intenda declinare i codici di generi ormai saccheggiati da centinaia di mani e in cui anche la semplice “riconoscibilità” sta diventando un valore aggiunto, nel profluvio di uscite di più o meno diretta filiazione neurosisiana e va dato subito atto ai Nostri di aver trovato in questo Omelas una formula se non già del tutto vincente, almeno solida e foriera di ulteriori, promettenti sviluppi. Ecco allora che, mentre la spigolosità dello scream di John Quill si è irrobustita macinando con più convinzione che in passato gli spunti core, all’altro capo dello spettro il sodale di microfono Liam O’Connor ha in parte illanguidito (abbiamo ricordato Ian McCullock ma potremmo anche azzardare Adam Stainthorpe… sempre con le più che dovute distanze, beninteso) e in parte “teatralizzato” un clean che non di rado sfiora esiti avantgarde.
Questi accenni avantgarde, peraltro, riflettono alla perfezione l’impianto ideologico del platter, che fin dalla scelta del titolo prende le mosse da un breve ma intensissimo racconto della recentemente scomparsa scrittrice statunitense Ursula K. Le Guin, The Ones Who Walk Away from Omelas. Da iscrivere senz’altro alla ristretta cerchia delle eccellenze in ambito fantascientifico/distopico, il racconto si spinge in realtà molto oltre i classici canoni di un filone letterario che generalmente prevede la creazione di universi/mondi/città perfette popolate di esseri che hanno barattato la consapevolezza tipica della natura umana in cambio di una felicità quasi artificiale, regredendo di fatto a uno stadio infantile.
A Omelas invece niente di tutto questo, anzi, i suoi abitanti sono assolutamente maturi e intelligenti e incarnano un’ideale di felicità in cui potremmo tranquillamente riconoscerci tutti, nella nostra ostentata “modernità tecnologica”, peccato però che il successo della città poggi sull’ingiusta condizione di un bambino, rinchiuso in un seminterrato dove regna lo squallore. Tutti sanno che esiste, molti si recano a fargli visita, qualcuno prova anche un accenno di compassione, ma quasi nessuno si pone il problema etico della legittimità di un benessere collettivo fondato sull’ingiustizia di cui sia fatto oggetto anche uno solo dei membri di una comunità. Solo pochissimi, una volta compresa la vera origine del proprio Eden, decidono che il prezzo da pagare sia troppo alto e scelgono di abbandonare la città, incamminandosi verso un ignoto che non preveda o concepisca sacrifici dei diritti umani individuali, neanche sull’altare dell’appagamento di un intero popolo. Di fronte alle praticamente sconfinate possibilità di trasportare in musica un simile impianto intellettuale, i Third Island scelgono di battere la strada tracciata magistralmente qualche anno fa dai Vulture Industries di The Tower, pur risultando nel complesso indubbiamente meno coraggiosi del quintetto capitanato dal mattatore da palco Bjørnar Nilsen.

Inquadrate così le scelte artistiche della band, ecco allora che risulta più comprensibile un brano come la già citata titletrack, che parte dagli Echo and the Bunnymen per sprofondare subito dopo in fanghi sludge crowbariani, ma ecco anche l’anima melodica della successiva The City, appena increspata da un clean cantilenato che trasmette un vago senso di inquietudine. Per l’entrata in scena di un doom più canonicamente declinato bisogna in realtà attendere le note di Procession (scelta anche come video per accompagnare il lancio dell’album), che, sia pur con molto pathos in meno e senza i leggendari rintocchi di pianoforte, si incammina con buoni esiti sulle rotte di una The Cry of Mankind, in casa My Dying Bride. L’apertura delicatamente atmosferica di The People può forse risultare spiazzante per chi si aspetti un lavoro segnato indelebilmente da abissi di oscurità, ma lo sviluppo della traccia non trascura di esaltare anche il versante più abrasivo dell’ispirazione del terzetto, stavolta con prospettive sludge più orientate verso il post metal.
Indossato l’abito post, i Third Island non lo dismettono più per il resto del viaggio, senza dimenticare di alimentare un cuore pulsante che rimane comunque orientato al doom, sia che si tratti di innalzare strutture possenti, se non proprio monolitiche (Locked Away, non lontana da suggestioni Cult of Luna), sia che si rimanga in territorio Neurosis (Visitors, impreziosita da una sei corde in libera uscita nel finale a regalare un ottimo ricamo su una base cadenzata). Non tradisce nemmeno la chiusura, affidata a una The Ones Who Walked Away che disegna arabeschi orientaleggianti prima di tuffarsi nell’ultimo gorgo fangoso del platter; una spruzzata di psichedelia, un finale corrosivamente acido et voilà, anche nel finale di partita il gioco è (ben) fatto.

Originale senza essere ostentatamente eccentrico, interessante punto di incontro tra generi maneggiati con grande cura e attenzione ai dettagli senza mai scadere nella fredda cerebralità di un lavoro concepito a tavolino, Omelas è un album che centra indubbiamente l’obiettivo della qualità, forse con l’unico limite di non poter contare sul grandissimo brano in grado di proiettare la band oltre quella dimensione di nicchia in cui è rimasta finora confinata. Le fondamenta sono state più che solidamente gettate, ai Third Island il compito di procedere con l’edificazione dei piani superiori mantenendo gli stessi standard di coraggio e ispirazione.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Venerdì 17 Agosto 2018, 19.47.47
2
@AdeL: "li seguo 'dai tempi' di Dusk" ..due anni fa = 2016...scusa ma mi ha fatto sorridere sta cosa il termine "dai tempi"
AdeL
Venerdì 17 Agosto 2018, 16.25.16
1
Felice di leggere la recensione dei Third Island su Metallized! Che bella sorpresa. Li seguo dai tempi di “Dusk” e quel lavoro, sebbene fosse inquadrato nel Post Metal mondo, era già sapientemente contaminato da influenze doom metal e gothic rock. Sia in Dusk che in Omelas alcune sonorità, a mio avviso, rimandano agli Antimatter (stessa bandiera) ed anche ai Katatonia. Credo davvero che il punto di forza di questa band sia la loro straordinaria capacità di sottrarsi ad uno specifico “genere” e lo fanno con stile. Se è così Red Rainbow prima di allocarli nel folder Doom ci avrà pensato a lungo! Ecco credo che presto i Third Island sapranno farsi notare proprio perché la loro innovazione è… “un impasto decisamente poco convenzionale”.
INFORMAZIONI
2018
Autoprodotto
Doom
Tracklist
1. Omelas
2. The City
3. Procession
4. The People
5. Locked Away
6. Visitors
7. The Ones Who Walked Away
Line Up
Liam O’Connor (Voce, Chitarra)
John Quill (Voce, Chitarra)
Seamus Quaid (Basso)
 
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