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Barren Altar - Entrenched in the Faults of the Earth
17/08/2018
( 502 letture )
Possiamo dirlo, che la collocazione geografica di Santa Rosa (California), che non è esattamente Santa Monica, ma neppure si trova a ridosso del Polo Nord, poco si sposa, almeno ragionando per stereotipi, con i canoni di un genere nero come la pece quale è il black/doom? Che sia una (l’ennesima) conseguenza della globalizzazione, poco importa, ma connettere ancora superficialmente, nel 2018, il binomio “genere/provenienza”, come se uno escludesse per forza l’altro o, peggio ancora, uno dipendesse dall’altro, è ormai un’accoppiata sorpassata tanto quanto certi comici fermi con le stesse battute, la stessa scenografia e la stessa sceneggiatura da quel lontano Natale del 1988, ‘89, ‘90 (ogni riferimento è puramente casuale).

E a sfatare, ancora una volta, il luogo comune di cui si parlava qualche riga sopra, ci pensano questi Barren Altar, formazione proveniente proprio da Santa Rosa, che ancora solca i mari dell’indipendenza discografica. Nati nel 2013 per volontà del vocalist, R, e il duo d’asce, E e D (ex Incinerated Divinity), pubblicano l’anno dopo in formato digitale l’EP d’esordio, A Monument to Endless Suffering. Dopo una pausa durata tre anni, danno alle stampe uno split con gli Argentavis (pubblicato per Mullet Death Records) in tiratura limitata di 100 copie e a febbraio 2018 pubblicano in formato musicassetta (!) un nuovo EP, Maithuna, contenente una traccia inedita, la titletrack, e Stations of the Heathen Cross, singolo del 2016. Dopo queste altre 100 copie in un formato “insolito”, vede finalmente la luce (per modo di dire...) il primo full-length dei nostri doom/blackster californiani, questo Entrenched in the Faults of the Earth oggetto d’analisi.

E come lavoro d’esordio l’effetto è quello di un primo vagito convincente e già personale (a spiccare sono in particolar modo gli ultimi due brani della tracklist, The Great Awakening of Death, Delirium Vivens), che lascia ben sperare per quelli che saranno i risvolti futuri della band. Precisiamo, però, che ad oggi le trame sulfuree della band alternano, un po’ con buonissima consapevolezza dei propri mezzi, un po’ derivando percorsi già battuti, elementi tipici del black selvaggio di matrice svedese (Dark Funeral) a numerosi (dis)sezionamenti dei singoli tasselli con l’ausilio di criptici e stranianti rallentamenti, incastrandosi perfettamente in una corrente atmospheric doom. E nota positiva, la fiamma della fiaccola si consumerà in men che non si dica, nonostante la durata medio-lunga dei brani. L’opener, Nexus of Grief, non è il miglior esempio della proposta dei Barren Altar: sferzate swedish black a velocità supersonica impattano su terreni tetri, raffinati, dove ogni strumento riesce a ritagliarsi il proprio spazio, dando forma a una spirale nera che ci trascina ancora più giù, nell’abisso, con la successiva, breve strumentale, Submerged. Con il terzo brano, Call to the Waves, i Nostri cominciano a mostrare personalità e dare sfogo al loro gusto artistico su un arco temporale considerevole. La barriera del suono viene infranta dalla velocità del tremolo picking del duo E/D, sfociando in territori alcestiani e, poi, parandoci di fronte a certe visioni abominevoli con il primo, imperioso, ingombrante breakdown funeral doom (3.33), ma proseguendo, purtroppo, in un anonimo tupa-tupa, soluzione piatta adottata per un minutaggio fin troppo lungo. Ed è proprio sulla maggior fantasia compositiva che la formazione californiana dovrà lavorare in futuro, tagliando anche parti superflue, dato l’alto rischio di incappare in una prolissità che poco giova all’intera opera. Questo non è il caso di The Great Awakening of Death: gemma nera di quindici minuti retta dallo scream/growl raggelante di R, dai richiami degli immortali Dissection (Storm of the Light’s Bane) nelle parti più tirate e, come se non bastasse, da altri disegni perfidi dei bending onnipresenti. Il tribalismo alle pelli, invece, di A sarà l’unico attimo di tregua che avremo modo di assaporare nella conclusiva Delirium Vivens, traccia che mostra anche un altro lato della band, fin qui accennato raramente, ovvero quello dell’epica più spietata modellata sulla scia del capolavoro Vittra, in casa Naglfar, depurato da ogni intacco doom e con alcuni passaggi, quelli del quarto e quinto minuto, che sono un autentico tributo alla luna piena che si scorge in lontananza sopra le cime dei pini dell’artwork.

Non possiamo definirlo come un esordio col botto, questo Entrenched in the Faults of the Earth, ed è probabilmente fisiologico, in presenza di un’opera prima che presuppone un processo di maturazione ancora in corso, ma è pur vero che due tracce come quelle conclusive risultano un balsamo per l’anima. Costruire tracce medio-lunghe, che nonostante alcuni bassi, risultano complessivamente scorrevoli e piacevoli, è un elemento che va tenuto in considerazione. Se poi la band riesce a maneggiare tranquillamente la materia black in quasi ogni sua sfumatura malata, non può che essere un buon segnale di ciò che potrebbe dar vita un domani, si spera, vicino a noi, temporalmente parlando. Promossi e alla prossima, Barren Altar.



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Autoprodotto
Black/Doom
Tracklist
1. Nexus of Grief
2. Submerged
3. Call to the Waves
4. The Great Awakening of Death
5. Delirium Vivens
Line Up
R. (Voce)
E. (Chitarra)
D. (Chitarra)
M. (Basso)
A. (Batteria)
 
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