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Diamond Head - Death and Progress
17/08/2018
( 807 letture )
Unico album di inediti pubblicato dai Diamond Head nel corso degli anni Novanta, succedendo a dieci anni di distanza il precedente Canterbury, Death and Progress è anche l’ultimo lavoro con Sean Harris dietro al microfono e il primo con la sezione ritmica formata da Pete Vuckovic al basso e Karl Wilcox alla batteria. Mentre l’apporto di Vuckovic si sarebbe fermato a questo album, Wilcox avrebbe invece continuato a presenziare stabilmente in formazione fino ai giorni nostri. Il canto del cigno di Sean Harris arriva in un momento alquanto instabile per la band originaria di Stourbridge, col gruppo appena riformatosi dopo lo split di qualche anno prima, ma non in grado di andare oltre alla pubblicazione di Death and Progress, sciogliendosi nuovamente l’anno dopo. L’album, diverso per stile e intenzioni dai lavori precedenti, è più vicino alle sonorità hard rock di Canterbury che a quelle heavy del masterpiece Lightning to the Nations e di Borrowed Time, chiaro segno della direzione che avrebbero voluto intraprendere i quattro inglesi, in special modo il cantante Sean Harris, il quale aveva avuto modo di esprimere il proprio pensiero anche di fronte al pubblico del National Bowl, in quel di Milton Keynes, nel giugno del ‘93.

Il quarto full length firmato Diamond Head vive di alti e bassi: tra i momenti più validi è da annoverare l’iniziale Starcrossed (Lovers of the Night), che può contare sull’apporto di un ospite di lusso alla chitarra come Tony Iommi. E sono proprio le chitarre il punto forte del brano, mentre la voce di Sean Harris, sempre riconoscibile e apprezzabile, non sembra qui essere al massimo della sua forma. Un altro special guest di tutto rispetto presenzia in Truckin’, traccia numero due del disco, e risponde al nome di Dave Mustaine. Il chitarrista dei Megadeth, ospite anch’egli unicamente alle sei corde, dà corpo e sostanza ad un brano più frizzante e vivace rispetto a quello d’apertura, ma che a conti fatti non gode della stessa intensità. Si torna alle atmosfere iniziali con la gradevolissima Calling Your Name (The Light), in cui finalmente anche Sean Harris si mette in piena mostra con le sue corde vocali che nel decennio precedente avevano fatto entusiasmare tutti gli appassionati di heavy metal e di cui si era sentita effettivamente la mancanza. Il brano ha forti richiami settantiani e poteva benissimo essere inserito nella tracklist di un album come Canterbury senza sfigurare affatto. I pezzi seguenti, da I Can’t Help Myself a Dust, passando per Paradise, sono degli ottimi brani hard rock senza troppe pretese, ma molto ben costruiti ed eseguiti, in cui la band inglese si mette in gioco sfidando coloro che ancora si aspettavano lavori sulla scia dei grandi album heavy metal di inizio anni Ottanta, da considerarsi ormai storia passata per i Diamond Head. Un’ulteriore conferma ce la danno i restanti brani: la leggerissima Run, che non è certo tra i momenti più ispirati dell’album, la rockeggiante Wild on the Streets, e i due pezzi finali, Damnation Street e Home, anch’essi però non particolarmente entusiasmanti, con quest’ultima che gode solamente di alcuni sprazzi di un certo interesse.

Come detto, Death and Progress è stata l’unica testimonianza lasciataci dai Diamond Head durante l’ultimo decennio del secolo scorso, fatta eccezione per i due live album ufficiali The Friday Rock Show Sessions e Evil Live, datati rispettivamente 1992 e 1994. I live diventano poi tre se si conta il bootleg Live - In the Heat of the Night registrato nel 1991, ma uscito solo successivamente nel 2000. Per un nuovo album di inediti avremmo invece dovuto aspettare fino al 2005, quando una formazione rinnovata con gli innesti di Nick Tart alla voce, Adrian Mills alle chitarre e Eddie Moohan al basso avrebbe dato alle stampe il tanto atteso quinto album in studio, All Will Be Revealed. Ma questa, come si suole dire, è un’altra storia e avremo modo di raccontarvela più avanti.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
76.75 su 4 voti [ VOTA]
Uomoragno
Domenica 5 Maggio 2019, 14.58.09
10
Album molto piacevole da ascoltare, con due otre pezzi che spiccano. Non riesce a brillare come gli illustri e noti predecessori, ma rimane una bella prova di classe e stile.
Renna
Martedì 21 Agosto 2018, 21.43.42
9
Per me invece rimane buono, accettando il fatto che la band per il puro heavy British c'è solo il primo come ho scritto a conti fatti. Ieri sera ho scritto che dovreste recuperare i Silverhead di Des Barres, anche i Detective che furono sucessivi, grandi dischi di rock robusto. C'entrano con questo sound? Per me si, Recognition
Metal Shock
Lunedì 20 Agosto 2018, 12.32.08
8
Ci rimasi male all'epoca quando lo comprai: un disco discreto e nulla più ben lontano dai fasti dei loro primi dischi. Alla fine fu più il volere di Mustaine a voler questo disco che purtroppo non riportò a galla il gruppo inglese. 70 di stima.
Rob Fleming
Domenica 19 Agosto 2018, 23.02.56
7
👍. Ma adesso torniamo ai D.H. che sennò ci tirano giustamente le orecchie
Renna
Domenica 19 Agosto 2018, 22.07.24
6
Ciao Rob, allora sei un Keeper of the flame😈
Rob Fleming
Domenica 19 Agosto 2018, 21.41.37
5
@Ciao Renna, hai ottimi gusti. Dei Golden Earring ho praticamente tutti i loro album quanto meno quelli in studio (se non sono l'unico in Italia poco ci manca).
Renna
Domenica 19 Agosto 2018, 21.31.18
4
Uscì un ep un anetto prima di questo album, con una intervista e la copertina completamente bianca come era la rara prima stampa di lightning.Dei Golden ascoltati 'Cut' dove e' contenuta la canzone che ho citato, è uno dei migliori dei loro migliori, secondo me
Rob Fleming
Domenica 19 Agosto 2018, 10.04.49
3
Grandissmo @Renna che citi i grandissimi Golden Earring. Bloody buccaneers è un ittimo album. E confermo che Death and Progress fu top album su Metal Shock. Lo acquistai pieno di speranze perché avevo adorato Borrowed time e Canrerbury, ma quella magia non c'era. Certo, era sempre un piacere ascoltare la voce elegante e plantiana di Sean Harris come in Calling your name. I brani non sono male, ma la supremazia compositiva la si trova nel passato. Si riunirono sostanzialmente perché i Metallica e i Megadeth fecero il botto e li citavano come loro ispirazione.
Renna
Sabato 18 Agosto 2018, 22.52.33
2
L album fu disco del mese su Metal Shock se non erro, per me è buono, tenendo presente che solo il debut e' metal, poi c'e sempre stato molto hard rock delle loro composizioni. Nel periodo c'è stato un disco molto simile ed altrettanto bello, bloody buccaneers dei Golden Earring, tutto quel suono qui infatti, secondo me, è nato proprio con twilight zone dell omonima band
Lizard
Sabato 18 Agosto 2018, 11.08.23
1
Strano disco per un ritorno dopo anni... sommesso, notturno, quasi timido. Ci si sarebbe aspettati che tornassero sgomitando e invece lo fecero quasi chiedendo scusa per il disturbo. Calling Your Name comunque secondo me è meravigliosa. Visto a posteriori probabilmente un disco che non sarebbe dovuto uscire creato da due grandi talenti che da tempo non andavano più nella stessa direzione. Peccato.
INFORMAZIONI
1993
Bronze Records
Hard Rock
Tracklist
1. Starcrossed (Lovers of the Night)
2. Truckin’
3. Calling Your Name (The Light)
4. I Can’t Help Myself
5. Paradise
6. Dust
7. Run
8. Wild on the Streets
9. Damnation Street
10. Home
Line Up
Sean Harris (Voce)
Brian Tatler (Chitarra)
Pete Vuckovic (Basso, Cori)
Karl Wilcox (Batteria)

Musicisti Ospiti
Tony Iommi (Chitarra nella traccia 1)
Dave Mustaine (Chitarra nella traccia 2)
 
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