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Necrytis - Dread en Ruin
21/08/2018
( 1464 letture )
Abbiamo lasciato i Necrytis nemmeno un anno fa, con il loro ottimo debutto Countersighns, un album che riportava in auge il power metal all’americana, quello veloce e allo stesso tempo roccioso e dannatamente heavy, che ben poco ha a che fare con gli sviluppi più happy e fantasy che ha avuto nel continente europeo. È l’ex Onward Toby Knapp il mastermind della band, il quale stavolta oltre che delle chitarre si occupa anche del basso, accompagnato dal cantante e batterista Shane Wacaster. Countersighns spiccava, oltre che per l’esecuzione impeccabile, per un songwriting di ottimo livello, poco prevedibile ma allo stesso modo in grado di regalare canzoni memorabili che riuscivano a rimanere impresse nell’ascoltatore, a patto che fosse abbastanza paziente da concedere all’album più di qualche ascolto. Questo nuovo Dread en Ruin in parte riprende le stesse premesse, ma non si adagia sugli allori, rivelandosi un lavoro più ambizioso: la componente progressiva, che si intravedeva in qualche momento di Countersighns, diventa qui molto più marcata, le canzoni si dilatano diventando più articolate e per questo ancora meno fruibili con pochi ascolti. Infatti, dalle dieci tracce dell’album d’esordio, che tutto sommato conservavano un approccio abbastanza diretto e più in linea con i canoni del genere, si passa a soli sei brani per la durata totale di cinquanta minuti, con l’ultimo, Heresiarch Profane, che riesce addirittura a superare la soglia dei tredici minuti. Il sound dei Necrytis rimane comunque esattamente lo stesso, con i suoi suoni allo stesso tempo affilati, moderni e old school, con la voce nasale di Wacaster, a tratti dissonante, sempre perfetta per questo tipo di heavy metal, ma qualche volta calza anche un mantello più espressivo e retorico, adattandosi alle forme più progressive di Dread en Ruin.

Ciò che è più simile a una hit in quest’album è senz’altro l’opener Starshine, che fa un po’ da ponte tra Countersighns e Dread en Ruin. Siamo infatti davanti a uno dei pezzi più diretti dell’album (che comunque vanta sette minuti di durata), ma già dalle prime note emerge la sua indole progressiva, finché non sfocia in un galoppante riff principale, in chorus e pre-chorus che danno al pezzo un appeal melodico, catchy e coinvolgente, con le trame chitarristiche di un Knapp in grande spolvero. Anche Necrytis è diretta, la più thrash dell’album, scandita da una batteria precisa e martellante, orpellata da virtuosismi chitarristici e da una vena decisamente più maligna e sinistra. Atmosfere più distese e di gusto melodico - con un occhiolino alla NWOBHM - si trovano nella riuscita e progressiva Blood in the Well, che è un esempio perfetto di come in questo album i brani possano essere articolati e vari, pur riuscendo a mantenere sempre un ottimo standard qualitativo. Call Us Insanity ha un incedere più marziale e un ritornello semplice e di facile memorizzazione, mentre Odyssey Divine, con una sfumatura di epico (d’altronde si parla sempre di un’odissea) prende forse qualche cosa in prestito dagli Iron Maiden post Duemila. Chiude la già citata Heresiarch Profane, che porta al massimo quel sapore d’occulto e vagamente rituale che abbraccia tutto Dread en Ruin, esplicato anche nella riuscita copertina, in cui degli esseri antropomorfi sembrano consumare una sorta di rituale di sacrificio. L’introduzione fa molto prog rock anni Settanta, poi si evolve nelle fattezze dei Fates Warning in una versione particolarmente sinistra, per sfociare infine nel riff principale in pieno stile Necrytis, che ormai dopo due album è diventato facilmente riconoscibile. Heresiarch Profane ha il carattere della grande canzone, nella tradizione delle monumentali suite finali che chiudevano i migliori album heavy metal degli anni Ottanta, davanti alle quali non sfigura. Cambi di tempo, intermezzi di pianoforte, assoli tecnici e non, trame chitarristiche avvincenti, un’interpretazione vocale retorica al punto giusto e delle salde radici comunque classiche riescono a fare in modo che tredici minuti di durata riescano a scorrere senza annoiare.

Certamente in tanta varietà compositiva talvolta è normale trovare qualche fraseggio di chitarra, qualche parte vocale che magari non funziona poi così tanto bene, ma in mezzo a così tante buone cose queste non destano assolutamente scalpore e si accettano senza alcuna riserva, così come l’avere delle canzoni che forniscono pochi punti di riferimento e che cercano sempre di sorprendere l’ascoltatore possa essere destabilizzante. Dread en Ruin è infatti un album che necessita di diversi ascolti per essere capito; inizialmente ci si sente un po’ smarriti in mezzo a tutti questi assoli, riff, fraseggi apparentemente cuciti tra di loro senza una particolare logica, ma è altrettanto vero come il lavoro dei Necrytis sia di quelli che migliora ascolto dopo ascolto e pian piano si riesce ad avere una visione dell’insieme sempre più consapevole di ciò che sia ha davanti, facendo acquisire al tutto maggior senso. Una volta compreso, Dread en Ruin appare come un album privo di riempitivi, certamente derivativo, ma con tanti elementi tra loro amalgamati alla perfezione, uno di quei casi di album ambizioso in grado di soddisfare appieno i propri propositi. Un lavoro intelligente, che sembra frutto della penna di una band matura con le idee chiare, quando in realtà gli statunitensi sono soltanto al secondo album (ma in questo senso è vero che i suoi musicisti sono piuttosto navigati). Insomma, non lasciateveli scappare questi Necrytis, siamo sicuri che ce ne riserveranno ancora delle belle.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2018
Pure Steel Publishing
Heavy
Tracklist
1. Starshine
2. Necrytis
3. Blood in the Well
4. Call Us Insanity
5. Odyssey Divine
6. Heresiarch Profane
Line Up
Shane Wacaster (Voce, Batteria)
Toby Knapp (Chitarra, Basso)

Musicisti Ospiti:
Arenas Watches (Piano, Organo)
 
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