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Kuenring - Kuenring
31/08/2018
( 231 letture )
Un disco come quello dei Kuenring ha il preciso scopo di far compiere all’ascoltatore un salto nel tempo e come tale va inquadrato. La band austriaca non può certo definirsi di primo pelo: formata da tre ex-membri dei Madhouse (i due fratelli Gutenthaler e il bassista Michael Sulzbachner) nel 2010, realizza subito un primo demo nel 2011, a cui fa seguito un EP a ottobre 2013, The Nameless Fallen, per arrivare al debutto il 27 dicembre 2017 col presente album autointitolato, ora ristampato da CMM/SAOL. Nel frattempo, i ragazzi realizzano anche due canzoni natalizie, diffuse come singoli nel 2014 e nel 2015 e cambiano ben tre batteristi, alla costante ricerca della giusta alchimia interna. Il particolare monicker richiama invece la storia austriaca, dato che appartiene ad una nobile famiglia, il cui primo esponente Hadmar I di Kuenring data il proprio servizio alla corte del Margravio Leopoldo III già nel 1125.

Quello che colpisce sin dalle prime note, è che pur trovandoci come detto di fronte ad un gruppo esperto, l’entusiasmo strabordante che è impossibile non respirare, sembra provenire da quattro ventenni del tutto incuranti del tempo che passa ed impegnati esclusivamente a dare sfogo al proprio infinito amore per l’heavy classico. Tutto in questo Kuenring urla a pieni polmoni un desiderio pulsante di rimettere indietro le lancette e godersi come fosse oggi il triennio 1980-82: sin dalla foto di copertina, che non può non ricordare l’attitudine "do it yourself" tipica della NWOBHM, il look che più ottantiano non si può, i suoni grezzi, naturali, carichi di reverberi che puzzano di sala prove, birra, amplificatori a tutto volume e di puro amore e divertimento. Infine, la proposta musicale: un palese incrocio tra Judas Priest ed Iron Maiden primevi, con qualche punta di Mercyful Fate, che appaiono nelle costruzioni esagerate dei brani, dilatati fino a lunghezze smodate, quasi sempre attorno ai sette minuti zeppi di metal fumante. Non che i Nostri amici austriaci puntino sulla ricerca tecnica, a livello ritmico: qua si pesta e di brutto, senza tanti sofismi, lasciando il proscenio spesso e volentieri alla semplice e ripetuta fuga chitarristica come sfogo continuo di brani altrimenti iperclassici nella struttura e nelle melodie. E’ proprio la coppia chitarristica costituita da Florian Gutenthaler e Michael Sulzbachner ad ergersi come reale protagonista del disco, richiamando le celebri coppie solistiche Murray/Smith e Tipton/Downing, per poi arrivare a Shermann/Denner o, facendo un salto indietro nel tempo, a Powell/Turner dei Wishbone Ash. Sono loro ad esaltare con intrecci continui i brani, sfoderando una tecnica di gran lunga superiore a quella messa in campo dagli altri due compagni di strada, finendo a volte anche per risultare quasi stucchevoli nel non riuscire a mettere una fine alle loro acrobazie. Perché poi, purtroppo, è il resto a latitare maledettamente, lasciando troppo scoperto il fianco: il buon Stefan Gutenthaler, peraltro poi autore dei brani assieme al fratello, mette tutto quello che ha al basso, ma il mestiere di cantante proprio non è il suo. Dotato di una timbrica che a primo impatto può ricordare i toni medi di Rob Halford o un Dave Hill senza un’oncia di carisma, il bassista si rivela assolutamente monocorde, senza una impostazione da cantante che gli consenta di uscire dalla mediocrità di una estensione minima e senza alcuna arma per diversificare linee melodiche stantie, messe lì tanto per prendere spazio e battute, senza riuscire a incidere minimamente sul risultato finale, se non in senso negativo, a lungo andare. Stessa cosa dicasi per il compagno di sezione ritmica, Sebastian Sauer, onesto picchiatore che tiene il tempo e fatica a trovare soluzioni che siano minimamente interessanti o che vadano al di là di un sottofondo sì forsennato, ma davvero privo di quelle costruzioni ardite e meravigliose che il duo Timi Hansen/Kim Ruzz garantiva ai Mercyful Fate e anzi spesso legnose e faticose nel risultato. L’opener Streetfight in tal senso è la perfetta rappresentazione di quanto detto finora: ritmiche al limite dello speed/thrash che inaugurano il disco all’arrembaggio nella migliore tradizione heavy, assoli a profusione, cori praticamente hardcore/thrash e tiro a mille fino al riffone centrale da midtempo aggressivo, con Gutenthaler che fa del suo meglio per calarsi nella parte, riuscendo quasi ad ingannare sulle proprie reali capacità. Ma è evidente che senza gli assoli hammettiani sparati a tutta velocità ben poco di questo brano andrebbe oltre la più sfiatata parata di cliché. Eppure, la sincerità della proposta convince ancora e anche la maideniana Into the Night si fa ben ascoltare con la sequela centrale di assoli che esalta come atteso e trascina il brano fino ai sette minuti e mezzo di durata complessiva. Dopo un uno-due così arrembante, Odyssey prova a rallentare appena il ritmo, giocando la carta del midtempo eroico, nel quale purtroppo i limiti di Gutenthaler alla voce vengono tutti fuori e solo l’ennesimo break centrale con accelerazione per il filotto di assoli rialza le quotazioni del brano, che poi si trascina per altri due minuti con tanto di palese citazione melodica di Hallowed Be Thy Name sul finale. Autumn spezza decisamente il disco, rivelandosi comunque un episodio tutt’altro che disprezzabile: interamente acustica e strumentale, la canzone gioca ovviamente sulle capacità chitarristiche dell’altro fratello Gutenthaler per un risultato degno di ascolto. Da qui in poi il disco riprende pienamente le stesse direttrici dei primi brani, il che rende tutto sommato superfluo un esame approfondito, se non per ribadire l’estrema lunghezza media dei brani, con l’apoteosi di The Hounds of Kuenring, con i suoi dieci minuti autoincensatori che si rivelano non del tutto necessari se non per il bello sviluppo della parte strumentale centrale, che surclassa di gran lunga quella conclusiva, del tutto fine a se stessa. La conclusiva Rise of the Madman è forse l’unico tentativo di creare un brano più articolato e con una parte ritmica che sia appena significativa, ma il risultato dello sforzo è davvero poco premiante per un Sauer legatissimo e non a proprio agio, se non nel convulso finale.

Con Kuenring l’omonima band austriaca realizza un debutto dalle due facce: da un lato l’entusiasmo e la sincera partecipazione emotiva e musicale ad un movimento ormai consegnato alla Storia della musica, appena “attualizzato” con qualche infiltrazione speed/thrash comunque anch’essa primordiale e volutamente poco sviluppata. Il tutto risulta assolutamente credibile e alla fine è difficile non farsi rimanere simpatici i quattro, in particolare in virtù del gran lavoro compiuto dalle due chitarre. Magari non proprio dei mostri di tecnica, ma i due axeman sanno cosa fanno e lo fanno con una carica travolgente che non lascia indifferenti. Dall’altra parte una sezione ritmica che pur avendo cambiato tre batteristi non sembra aver trovato in Sauer un esponente all’altezza della situazione e delle necessità. Tanto meno si può dire del cantato di Gutenthaler troppo elementare e incapace di lasciare il segno, così come le linee melodiche da lui impostate. Le potenzialità per un salto considerevole ci sarebbero tutte e non è affatto detto che i quattro debbano accontentarsi del ruolo di revivalisti impenitenti. La propensione a scrivere brani lunghi e carichi di fughe strumentali potrebbe invece rivelarsi l’asso scardinatore che potrebbe rendere necessarie una maggior qualità e varietà ritmica e linee melodiche più efficaci o perlomeno personali. Nel frattempo, siamo di fronte ad un disco per aficionados, che sicuramente in qualche episodio, come l’ottima The Night, ha le carte in regola per regalare belle sensazioni e far circolare il nome della band. Difficile dare una valutazione superiore nel complesso, considerando i limiti espressi, ma qualcosa dice che per i Kuenring potrebbe esserci un futuro ben più interessante, una volta presa coscienza delle proprie reali potenzialità.



VOTO RECENSORE
63
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
CMM/SAOL/H’ART
Heavy
Tracklist
1. Streetfight
2. Into the Night
3. Odyssey
4. Autumn
5. The Unknown
6. Dawn
7. Hounds of Kuenring
8. Rise of the Madman
Line Up
Stefan Gutenthaler (Voce, Basso)
Florian Gutenthaler (Chitarra)
Michael Sulzbachner (Chitarra)
Sebastian Sauer (Batteria)
 
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