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Raum Kingdom - Everything & Nothing
06/09/2018
( 388 letture )
Il fascino delle contaminazioni o la purezza del genere? La ricerca di possibili, nuove devozioni sfruttando elementi di contatto con poetiche differenti o la fiera rivendicazione di canoni ormai unici e caratteristici? Chiunque ascolti (o scriva di) post metal si è pressoché inevitabilmente imbattuto nell’antico dilemma di come porsi di fronte alla sfida di un genere che ancora oggi risulta ostico, quando non del tutto indigesto, per molti abitanti del pianeta metal, pronti magari a riconoscere se non altro la nobiltà dei grandi padri Neurosis, Isis o Cult of Luna ma non ad ammettere i meriti di un movimento che, a dispetto di più di qualche nefasta profezia che ne annunciava un rapido tramonto, mantiene tuttora una vitalità di tutto rispetto in termini sia quantitativi che, soprattutto, qualitativi. Premesso che, a parere di chi scrive, la contrapposizione tra i due possibili approcci all’universo post è puramente ipotetica (e non vale neanche come teorica “sequenza temporale”, quasi che, per apprezzare davvero l’ortodossia della meta, si debba passare obbligatoriamente da influenze “altre” o che, viceversa, scoperta la pietra d’angolo dell’edificio si scateni una fisiologica idiosincrasia per tutto ciò che ne mini l’autenticità), va detto che ci sono band che sembrano nate per testare il tasso di personale venerazione per il genere nella sua forma più pura, al punto da scatenare singolar tenzoni tra i travolti dall’estasi e i paladini di un “eh no, qui proprio non riesco ad arrivare”.
Senza perderci in una fredda litania di moniker, ci limitiamo in questa sede a citare il nome degli Amenra, certi di rendere plasticamente l’idea dei brividi di piacere o, alternativamente, di terrore che si scateneranno sentendo chiamare in causa il combo della coppia di geni Van Eeckhout/Vandekerckhove. E si può immaginare l’entusiasmo del recensore (che, facendo precedere da un cotale, impegnativo epiteto i due nomi di cui sopra, non può nascondere di essere iscritto da tempo al partito degli entusiasti di praticamente tutti i lavori dei belgi) nello scoprire che qualcuno si è mosso sulle tracce dei ragazzi di Kortrijk, oltretutto con risultati magnificamente sorprendenti, se consideriamo la (relativa) novità della proposta.

Stiamo parlando dei Raum Kingdom, in arrivo dall’Irlanda a innervare una corrente post che sembra fare ancora abbastanza fatica ad affermarsi Oltremanica, in controtendenza rispetto alla fertilità del panorama continentale. E il rammarico aumenta se consideriamo che già il debutto del 2014, Raum Kingdom, avrebbe meritato una considerazione internazionale, vista la qualità del materiale confezionato sia pure per la distanza breve di un EP. La conferma che il quartetto fosse dotato di stoffa e talento, peraltro, era arrivata a un solo anno di distanza, grazie a uno split con gli All We Expected (quando si dice il Belgio nel destino… anche se in questo caso in versione post strumentale con vista più sul rock che sul metal) in cui i Nostri avevano sparato due cartucce ad alto effetto di deflagrazione come Grace e Lost in the Hunt. Restava da capire se il processo di crescita fosse in grado di affrontare la sfida delle lunghe distanze di un full-length e la risposta, clamorosa, arriva con questo Everything & Nothing, che avanza un’autorevolissima candidatura per uno dei posti d’onore nei rendiconti di questo 2018, per chi ami le sonorità sospese tra fango e armonie cosmiche. E basta questa annotazione per intuire come i Raum Kingdom si siano spinti ancora più in là nel processo di avvicinamento e rispettoso accostamento agli Amenra, al punto da sfiorare gli esiti di un capolavoro del calibro di Mass VI in termini di visionarietà, claustrofobia, straniamento e tormentate allucinazioni, capaci di combinarsi caleidoscopicamente con passaggi eterei in cui respirano tempi e spazi presi in prestito da altre dimensioni.
A incantare, non dimenticando mai che si tratta pur sempre di un “quasi debutto”, è la gestione impeccabile dei tempi di entrata in scena dei singoli momenti narrativi, che qui si intrecciano alla perfezione per realizzare quella sorta di unicum cinematografico che è da sempre uno dei termometri più indicativi della riuscita di un album post metal che possa vantare pretese credibili, sul versante della memorabilità. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che in qualche passaggio sembra emergere una discreta tendenza al “citazionismo” (dai Tool ai Cult of Luna per potenza e impatto della sezione ritmica, passando per i giri ipnotici della sei corde secondo la lezione isisiana), ma il trio Colohan/Connor/Gilchrist fa tutto così dannatamente bene che anche il più vago sospetto di ruffianeria non riesce nemmeno ad affacciarsi in lontananza, nell’ora di viaggio. Su tutto, poi, svetta la prova al microfono del singer Dave Lee, titolare di uno scream perfetto per tormentare la materia sludge con strappi e abrasioni core ma non meno efficace quando si tratti di aprire squarci venati di lirismo, complice un clean magnetico che ci riporta ancora una volta alle divine frequenze abitualmente solcate da sua maestà Colin H. Van Eeckhout.

Sette episodi per sette centri pieni, i Raum Kingdom accendono i motori di Everything & Nothing con la cavalcata intrisa di ritualismo di Summon, cerimonia tutta sussurri e grida che agevola quel distacco dalla realtà che è la chiave di volta per ogni percorso iniziatico e in cui ci si trova immersi quasi inconsapevolmente a partire dalla successiva Dig, impreziosita da uno stop and go che scarica e contemporaneamente accumula tensione secondo uno schema a cui i Nostri faranno spesso ricorso, nel resto del disco. Si prosegue con quello che potremmo identificare come il “cuore mistico/devozionale” del platter, la chilometrica Winter, dove l’ospite Mia Govoni (frontwoman dei Makavrah, interessante progetto doom/stoner a stelle e strisce) regala una prestazione sontuosa offrendo un controcanto cantilenato allo scream di Lee, qui in versione lama affilata e tagliente.
Si cambia parzialmente registro, invece, con Walk with Reality, percorsa da fremiti orientaleggianti e a lungo proiettata a stimolare una sorta di effetto-narcosi prima di un finale dove affiorano addirittura suggestioni Radiohead, che ritornano se possibile ulteriormente potenziate in Rebuilding the Bridge. Atmosfere trasognate, vapori dalla densità variabile che avvolgono un monolite che emana un irresistibile campo di forza, riflessi space a ricordarci che la solitudine umana è figlia degli sterminati vuoti siderali, siamo al cospetto della perla nera dell’album, oltre che della sua vetta qualitativa. Niente paura, però, perché anche la coppia di chiusura è assolutamente all’altezza delle aspettative, a cominciare dalla muscolare Hidden Pain (perfetta la scelta di contenerne il minutaggio puntando sull’immediatezza di una trama doom/death di impronta Swallow the Sun degli esordi) per finire con l’altro best of del lotto, Struggle, che trasuda Tool da tutti i solchi (ben oltre le assonanze con quella Reflection che pure ne nobilita l’avvio) e si propone come più che succulento piatto alternativo per i fans di Maynard James Keenan e soci in ormai ultradecennale digiuno…

Convulsioni di materia in eroica decomposizione, esalazioni letali in emersione da misteriose e minacciose profondità, squarci eterei che aprono finestre solo illusoriamente consolatorie, Everything & Nothing è la colonna sonora di un mondo che ha preso coscienza delle pesanti ombre che gravano sulle sorti individuali e collettive delle creature che lo abitano, nella lucida consapevolezza che:

“Time is against us, it's not our friend”

Non sappiamo se i Raum Kingdom abbiano scelto l’autoproduzione come presa di posizione “filosofica”, ma nel dubbio, se fossimo nei panni di una label, li investiremmo sicuramente, un paio di euro per una telefonata dalle parti di Dublino…



VOTO RECENSORE
86
VOTO LETTORI
99 su 1 voti [ VOTA]
Graziano
Martedì 18 Settembre 2018, 13.32.45
1
Arrivato oggi. Va assmilato con la dovuta calma ma sembra notevole. Avevo letto che l'autoproduzione fosse intenzionale. Peccato perchè rischia di rimanere sommerso nelle profondità del marasma musicale attuale un capolavoro del genere....
INFORMAZIONI
2018
Autoprodotto
Post Metal
Tracklist
1. Summon
2. Dig
3. Winter
4. Walk with Reality
5. Rebuilding the Bridge
6. Hidden Pain
7. Struggle
Line Up
Dave Lee (Voce)
Andrew Colohan (Chitarre)
Ronan Connor (Basso)
Mark Gilchrist (Batteria)

Musicisti Ospiti

Mia Govoni (Voce in traccia 3)
 
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