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Flood Peak - Plagued by Sufferers
21/09/2018
( 159 letture )
Che la dimensione underground sia il terreno di coltura privilegiato per la crescita di germogli post metal spesso destinati a clamorose fioriture, è ormai un dato di fatto che va oltre la semplice certificazione statistica, al punto che chiunque si accosti al genere può tranquillamente rinunciare ad avere un quadro dettagliatamente aggiornato delle uscite… con annesso mea culpa preventivo per la scoperta solo a posteriori di band e titoli che avrebbero meritato una visibilità contestuale alla data di uscita. Tra i moniker che l’anno scorso avevano attirato l’attenzione di chi scrive fuori tempo massimo per una recensione più o meno contemporanea alla release date, quello dei Sòl era stato uno dei più significativi, grazie alla splendida prova regalata in un platter come Upheaval. Oltretutto, una rapida ricerca a ritroso nel tempo aveva rivelato la presenza nella discografia della band di un debutto altrettanto convincente (Black Mountain), al punto da inserire il quintetto dell’Oregon tra le proposte da monitorare in vista del futuro, terzo capitolo di una carriera su cui scommettere con pochi margini di rischio.
Alfieri di un post rock/metal ad alto tasso atmosferico in cui coniugare con intelligenza potenza ed eleganza delle architetture (suggestiva e sostanzialmente calzante, la definizione di “cascadian post metal” a cui i ragazzi ricorrono sui loro profili social), nel triennio che ha separato le due uscite i Sòl sono passati relativamente indenni sotto le forche caudine di un significativo cambio di line up, con la dipartita e relativa sostituzione, alle sei e quattro corde, rispettivamente di Peter Layman e Pierre Carbuccia. Preso atto del cambio di fattori “a totale immutato” nella casa madre, l’ottima notizia è che i due fuoriusciti, insieme al drummer Dylan Stuntebeck (addetto peraltro a percuotere le pelli di entrambe le band), si sono cimentati in un nuovo progetto, che si affaccia sulla scena con tutte le premesse per raddoppiare la qualità in arrivo da Portland.

Ecco allora che questo primo lavoro dei Flood Peak ha molti meno margini di incertezza di quanti un debutto ne riservi abitualmente, potendo contare su una collaborazione rodata tra i componenti, oltre che sulle divine mani di un mostro sacro nel campo della masterizzazione del calibro di Brad Boatright (Subrosa, Mournful Congregation, Corrosion of Conformity, Yob… solo per citare alcuni dei nomi transitati nel suo Audiosiege Studio). Con questo Plagued by Sufferers, infatti, il terzetto a stelle e strisce batte un colpo importante in una landa difficilmente praticabile, se non si è in possesso di doti e spunti almeno originali, se non decisamente fuori dall’ordinario. Il sentiero tracciato dai Flood Peak, infatti, si inerpica verso le vette brulle e tormentate su cui hanno innalzato stendardi da pionieri gli Amenra (e già questo basterebbe a far tremare i polsi), senza recidere però del tutto il cordone ombelicale con le suggestioni Isis, moltiplicando così il coefficiente di difficoltà complessivo.
Dovendo trovare una pietra di paragone immediata e comprensiva di entrambe le spinte creative, oltre l’ovvio rimando agli ultimi episodi della saga Mass, in casa Van Eeckhout e soci, vale forse la pena indirizzare i radar verso un album rimasto purtroppo un unicum nella precocemente tramontata carriera della band greca Fields of Locust, quello strepitoso Subtopia che nel 2010 aveva illuminato a giorno il cielo post da poco orfano della stella di Aaron Turner e compagni. A completare ed arricchire ulteriormente il quadro, però, ecco anche discreti apporti in arrivo dai registri doom e drone (chi apprezza l’impasto ad alto tasso di densità di marca Yob si imbatterà senz’altro in diversi punti di contatto, tra i due approcci alla materia) e una sottile ma ininterrotta linea melodica che innerva tutte le tracce, in magnifica modalità controcanto rispetto ai picchi di acidità che caratterizzano i passaggi più claustrofobicamente declinati. Nei momenti migliori, il risultato si avvicina davvero a quella pozione velenosa ma allo stesso accattivante distillata dai Fields of Locust, generando un processo di progressiva assuefazione che col procedere degli ascolti esalta le sfumature psichedeliche e lima in parte quella spigolosità core che a un primo impatto sembrava essere il tratto largamente distintivo del platter. Non che le abrasioni scompaiano del tutto dalla pelle dei brani, tutt’altro, ma è inevitabile notare come i cuori pulsanti della narrazione siano in realtà molteplici e offrano diverse possibilità di lettura, in un ipotetico range capace di spaziare dal fango sludge alle astrazioni drone.
L’altra, importante freccia nella faretra Flood Peak è la prova maiuscola dei protagonisti, a cominciare dalla chitarra di Layman in costante proiezione verso esiti ipnotici, passando per il basso di Carbuccia impegnato in un instancabile lavoro di edificazione di strutture massicce e impermeabili alla luce, per finire con la batteria di Stuntebeck, autentica macchina da guerra di conio e memoria neurosisiana, tra istinti tribalistici e divagazioni in marcia verso i registri più disparati. Con simili presupposti, diventa quasi un semplice corollario notare come il cantato (un più che soddisfacente scream di scuola sludge, in cui Layman va comunque oltre il compitino “di mestiere”) abbia un ruolo meno centrale rispetto al modello Amenra, sottolineato da una consistenza abbastanza relativa in termini di presenza e da una sorta di soffocamento di cui sembra essere oggetto da parte degli strumenti, quasi che debba essere spinto a forza e trascinato in un flusso narrativo, più che emergere per squarciare le trame secondo il classico modello core.

Detto delle innumerevoli note positive, non possiamo però non rilevare come ci sia un elemento se non di vera e propria debolezza, almeno di parziale incompiutezza sulla strada della materializzazione di un potenziale capolavoro, legata al timing complessivo di un lavoro che la misteriosa legge delle catalogazioni della critica ascrive alla categoria full length quando il minutaggio farebbe propendere più per un EP. Trentuno minuti sono indubbiamente un ottimo antipasto con annesse un paio di portate sostanziose, ma, rispetto ai chilometrici banchetti lucullianamente apparecchiati dalle corazzate che si aggirano negli oceani post, sembrano oggettivamente un po’ pochi, nonostante lo spettacolo offerto fin dall’opener Precursor, impreziosita da un avvio di stampo Cure (attenzione però a non farsi cullare dai richiami dei primi trenta secondi, non partirà A Forest) ma che sprofonda subito in territorio sludge per riemergere lentamente in un percorso di decompressione al termine del quale, se pure non si vede la luce, si riesce se non altro a farsi trascinare dalla corrente fangosa approntata tutto intorno dalla band. La breve (per gli standard del genere) Scourge ripropone un momento iniziale quasi in sospensione, in attesa di una tempesta che stavolta però non arriva, sostituita da una ninna nanna magari più muscolare di quanto sia lecito attendersi ma alla resa dei conti ad altissimo contenuto ipnotico.
Le perle a più alta caratura, però, sono le due tracce che chiudono l’album, a cominciare dall’alone di mistero che avvolge i primi minuti di Mire, su cui si stampa prima una trama dal sapore Neurosis periodo Souls at Zero e poi una strepitosa apertura melodico/atmosferica che chiude il brano in un crescendo orchestrale, dove (a debita e inevitabile distanza) Stuntebeck sembra incamminarsi sulle orme di Mike Portnoy alle prese con una Finally Free, in chiusura di Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory. Decisamente più sbilanciata sul versante liquido e sulla tipica circolarità isisiana, la conclusiva Veiled by Summoners è invece un saggio di bravura di quel post metal lisergico che rappresenta il punto di maggior distanza dallo sludge primigenio, per una materia ormai avviata a dissolvere i confini tra i suoi tre canonici stati di aggregazione.

Un’ascesa coraggiosa sui contrafforti post più impegnativi, una plastica dimostrazione di come la tavolozza dei colori del genere garantisca una varietà di combinazioni praticamente infinita, se si dispone di uno sguardo pronto a cogliere ed apprezzare le sfumature, Plagued by Sufferers è un album che merita ben più di una citazione stringata e distratta in un ipotetico trafiletto “e poi ci sono anche…” che riepiloghi le uscite fuori dai grandi circuiti di distribuzione. Noi ce lo annotiamo, il nome dei Flood Peak, qualcosa ci dice che ne sentiremo parlare ancora…



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Autoprodotto
Post Metal
Tracklist
1. Precursor
2. Scourge
3. Mire
4. Veiled by Summoners
Line Up
Peter Layman (Voce, Chitarre)
Pierre Carbuccia (Basso)
Dylan Stuntebeck (Batteria)
 
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