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Porcupine Tree - Deadwing
22/09/2018
( 1122 letture )
L’inizio del nuovo millennio segna per i Porcupine Tree un clamoroso aumento di popolarità; il successo di In Absentia, che presentava le loro prime vere incursioni nel mondo del metal ed un’orecchiabilità ancora più marcata, li aveva messi di fronte ad un seguito fino ad allora inedito. Il frontman Steven Wilson non ha mai amato ripetersi, ha sempre cercato nuovi stimoli nel corso della sua carriera artistica, ma forse l’idea di scrivere una sceneggiatura e produrne un film, ai tempi, era eccessiva. Il polistrumentista inglese infatti, assieme al filmmaker Mike Bennion, in quel periodo mise a punto la sceneggiatura di una surreale storia di fantasmi, influenzata a suo dire da registi del calibro di David Lynch e Stanley Kubrick, ma negli anni il progetto per trarne una pellicola fallì, e quello scritto ad oggi rappresenta unicamente l’ispirazione principale per il seguito di In Absentia, ossia Deadwing, l’ottavo album in studio dei PT.

Deadwing è, per molti, il definitivo passaggio del gruppo al progressive metal: a seguito di un lungo periodo passato a cavallo tra il prog rock e l’art pop, che già nelle sue ultime fasi presentava un certo incupimento sonoro, la musica dei nostri si è ora fatta decisamente più oscura, rimanendo però sempre bendisposta a mostrare la propria forte sensibilità pop. Nel disco in questione troviamo poi l’unica effettiva incursione all’interno di un disco dei Porcupine Tree del principale motore del cambiamento del gruppo, ossia il leader degli Opeth Mikael Åkerfeldt, e Wilson per la prima volta può vantare anche una collaborazione con una leggenda del prog rock, il cantante e chitarrista Adrian Belew, fondamentale per la rinascita dei King Crimson. Basterebbero queste piccole curiosità per rendersi conto del cambiamento che investiva in tutto e per tutto la band britannica in quel momento della loro storia.

La titletrack è un’apertura progressive coi fiocchi: la tastiere dell’ex Japan Richard Barbieri sono perfette, le linee vocali di SW memorabili, così come il suo lavoro sulla sei corde: dolce, atmosferica, cruda o aggressiva a seconda dell’attimo emotivo del brano. Si evince subito che la componente metal è gestita con molta più naturalezza rispetto al precedente In Absentia, nel quale si faceva strada nel sound della band con un po’ d’inesperienza e ingenuità. Fatta eccezione per i due assoli troppo “di passaggio” e non particolarmente impressionanti di Belew, i nove minuti di Deadwing funzionano alla grande. Se qui si possono già trovare diversi collegamenti allo script di Wilson e Bennion, in Shallow questi diventano molto più labili, soprattutto perché l’opener, come altre canzoni del disco, era già stata scritta e pensata espressamente per il film. Questa seconda traccia si lega piuttosto ad altre tematiche molto care al londinese, come la memoria, i media, l’isolamento, ma in generale bisogna dire che i testi non sono il punto forte dell’album (Steven è migliorato tantissimo negli anni sotto quest’aspetto); quello che più colpisce è la maturità raggiunta a livello compositivo, la consapevolezza assoluta della band in fase di arrangiamento. E’ grazie all’esperienza maturata che Shallow diventa un perfetto pezzo metal, nonostante aleggi nell’aria l’ingombrante spettro dei Tool. Lazarus invece è il primo significativo excursus nel mondo del pop di Deadwing, stavolta molto legato al concept della sceneggiatura, come si può evincere anche dalle parole dello stesso frontman, che in un concerto del 2005 la introdusse come “una canzone su una madre che comunica con il proprio figlio, dalla tomba”. Il basso prorompente di Halo sposta subito le coordinate del disco, creando assieme alla voce una strofa dal tono sommesso che richiama non poco i Nine Inch Nails di brani come Piggy. Persino il testo riporta alla mente la poetica di Trent Reznor, anche se l’immagine di Dio, usata come metafora dal leader dei NIN, diventa qui molto terrena e legata piuttosto ai falsi idoli e alla manipolazione, altro tema molto presente nei versi dell’inglese.
Al centro dell’opera troviamo uno dei pezzi più belli (senza dubbio uno dei più amati) mai scritti dai Porcupine Tree, ovvero Arriving Somewhere But Not Here. Dodici minuti pressoché impeccabili che riassumono tutta la carriera dei britannici, dallo space/ambient psichedelico degli inizi al prog pop fino a una parte centrale metallica che non fa sconti a nessuno. Impreziosita poi da un assolo di Åkerfeldt pienamente nel suo stile jazzato e dal testo più bello di tutto il disco, criptico e molto influenzato dall’immaginario lynchiano, lascia pochi dubbi su quale sia il capolavoro all’interno di Deadwing. Forse è per via di questo apice che la seconda parte del disco risulta poco entusiasmante; da qui in poi infatti si riescono a malapena a intravedere le vette di alcuni brani precedenti. Mellotron Scratch ha una prima parte molto leggera e piuttosto anonima, come la seconda parte, dove figura un crescendo non particolarmente ispirato. Open Car si divide tra il chiaro rimando ai Tool ed uno dei testi meno interessanti del lotto, che porta a melodie vocali piuttosto passabili (tranne per quelle à la Maynard James Keenan che comunque fanno il loro sporco lavoro). The Start of Something Beautiful fa risalire la china con altri richiami al primo periodo della band, nell’elettronica e nel gusto per i riff, che anche se non raggiungono alcune vette della prima parte, rendono il pezzo sicuramente memorabile. Il post-rock di Glass Arm Shattering, retto dal basso sempre brillante di Colin Edwin, chiude il sipario con classe, ma non fa che confermare quanto sia fiacca la seconda parte di quest’opera rispetto all’impeto dei primi cinque brani, sia sul piano emotivo che su quello dell’inventiva, della fantasia.

Deadwing soffre probabilmente il peso degli impegni di Steven Wilson, catapultato in quel periodo in innumerevoli progetti, e per essersi indirettamente sviluppato come ripiego di un progetto più ampio (quello del possibile film), ma nonostante ciò rimane un bellissimo album ed un passaggio fondamentale per i Porcupine Tree, che scrivono alcuni dei loro più importanti cavalli di battaglia e si dimostrano sempre più coscienti dei propri mezzi e dei propri obiettivi.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
93.37 su 8 voti [ VOTA]
sblender
Lunedì 24 Settembre 2018, 14.16.13
5
Almeno 90. Disco meraviglioso che si fa scoprire ascolto dopo ascolto. Capolavoro.
Stefano Vitali
Domenica 23 Settembre 2018, 23.49.34
4
concordo con la recensione. disco bello quanto di passaggio, il primo dei PT che prova ad integrare davvero la componente metallosa nel suono della band. The Start of Something Beautiful sopra tutte, con Gavin Harrison incredibile alla batteria
GT_Oro
Domenica 23 Settembre 2018, 9.03.56
3
Concordo in pieno con Vulgar, ottima recensione fra l'altro, tranne che su Start Of Something Beautiful che trovo una delle canzoni più ispirate dell'ultima fase dei PT. Fra l'altro è la prima canzone dove SW da spazio alla creatività sonora di Gavin Harrison e la batteria diventa subito top. Comunque della fase metal, è l'album che preferisco di meno a parte The Incident.
Black Soul
Sabato 22 Settembre 2018, 17.16.24
2
Tra Lightbulb Sun e FOABP non ne hanno sbagliato mezzo.
Rob Fleming
Sabato 22 Settembre 2018, 15.06.57
1
Io sono un fan del periodo più psichedelico/floydiano, ma ammetto che trovo sempre tempo per i Porcupine Tree soprattutto quando ci regalano i 10 min di Arriving Somewhere, Melletron scratch, Open car e Start of something beautiful
INFORMAZIONI
2005
Lava Records
Prog Rock
Tracklist
1. Deadwing
2. Shallow
3. Lazarus
4. Halo
5. Arriving Somewhere But Not Here
6. Mellotron Scratch
7. Open Car
8. The Start of Something Beautiful
9. Glass Arm Shattering
Line Up
Steven Wilson (Voce, Chitarra, Piano, Tastiere, Dulcimer, Basso)
Richard Barbieri (Tastiere, Sintetizzatori)
Colin Edwin (Basso)
Gavin Harrison (Batteria, Percussioni)

Musicisti Ospiti
Mikael Åkerfeldt (Cori nelle tracce 1, 3, 5 e 10, secondo assolo di chitarra nella traccia 5)
Adrian Belew (Assoli di chitarra nelle tracce 1 e 4)
 
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