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Consorzio Suonatori Indipendenti - Tabula Rasa Elettrificata
22/09/2018
( 1239 letture )
Quando un gruppo nato underground e cresciuto all'interno di ambienti del tutto estranei alla massificazione dell'arte e che si è sempre rivolto ad un pubblico altrettanto di minoranza, si trova improvvisamente catapultato a pieno titolo nel giro principale dell'industria discografica e della massima esposizione mediatica possibile, è inevitabile che i contraccolpi si facciano sentire un modo marcato. Reduci da una storia che aveva attraversato la fase C.C.C.P - Fedeli alla Linea ed era poi tracimata più o meno naturalmente in quella marchiata dal moniker Consorzio Suonatori Indipendenti, il cammino della band aveva portato a Tabula Rasa Elettrificata, disco che faceva seguito a due album come Ko de Mondo e Linea Gotica, in grado di cambiare per sempre la percezione del rock italiano all'interno ed all'esterno dei confini nazionali. Eppure, i Nostri restavano fin lì sempre un fenomeno sostanzialmente da appassionati e specialisti. Questo fino all'uscita di Tabula Rasa Elettrificata, un parto artistico che li avrebbe portati addirittura davanti al pubblico di Jovanotti nelle arene.

Noto anche con la contrazione T.R.E. ed effettivamente terzo album del Consorzio, Tabula Rasa Elettrificata fu in prima battuta il risultato di un viaggio di Lindo Ferretti e Zamboni in Mongolia, ma soprattutto di un'amicizia che sembrava destinata a durare sine die e che, invece, venne travolta proprio dall'incredibile successo di pubblico ottenuto dall'album. Un tragitto in transiberiana lungo 5.700 chilometri fino ad arrivare su territori di cui si discuteva, si favoleggiava, ma che ben pochi avevano avuto modo di vedere e meno ancora "dal basso", osservando le pianure, la gente e le situazioni del vissuto quotidiano dei locali nei loro effetti pratici. Soprattutto considerando cosa il cambiamento da stato feudale di inizio 900 a satellite russo prima e poi al passaggio all'economia di mercato col distacco dal governo di un partito dichiaratamente comunista in atto proprio in quel momento, aveva comportato per l'identità mongola. Persino dal punto di vista visuale. Un percorso già in itinere venne accelerato infatti dagli effetti di quella visita, che portò a contatto con un

Sogno Tecnologico Bolscevico
Atea Mistica Meccanica
Macchina Automatica, no anima
Macchina Automatica, no anima
Ecco la Terra in Permanente Rivoluzione
Ridotta imbelle sterile igienica
Una Unità di Produzione


Il definitivo strappo interiore vissuto da Lindo Ferretti è evidente, mentre la musica racconta di uno Zamboni che ha interiorizzato una Mongolia comunque più mistica in senso lato e più interessato al concetto di viaggio come esperienza per ritrovarsi in un "altro" che può anche essere un luogo ridotto a Tabula Rasa Elettrificata, senza radici e apparentemente senza un futuro definito, eppure ancora pieno di simboli Ulzii. Un luogo/non luogo che verrà poi raccontato da un bellissimo libro intitolato In Mongolia in Retromarcia, nel film 45esimo Parallelo di Davide Ferrario e nei documentari di Marco Preti andati in onda su Geo & Geo.

Già da Unità di Produzione (che Ferretti ha raccontato in seguito essere però dedicata a Mosca) la doppia anima del disco viene fuori in maniera evidente, anche se la cosa si appaleserà in misura maggiore più avanti ed almeno fino ad Accade, con gli ultimi due pezzi un po' avulsi dal contesto a raccontare e recuperare "con cattivo gusto" le radici della band. La lacerazione interna di un Ferretti posto davanti ad una realtà che in anni passati aveva probabilmente idealizzato in maniera eccessiva, con il "grande sogno" ridotto ad una pianura elettrificata da incongrui pali davanti ai quali sono ora i cavalieri mongoli ad essere tali, immobili sui loro piccoli e nobili quadrupedi (e non dimentichiamo che il cantante ha un rapporto di retaggio millenario con gli animali ed in particolare con i cavalli), si fonde con una musica che trasmette le sensazioni vissute davanti ai grandi spazi aperti delle pianure ed a tratti rarefatta, su cui spicca l'ossessivo basso di Gianni Maroccolo. Questo sarà scheletro su cui tutti gli altri strumenti e la voce di Ginevra Di Marco danzeranno fino alla fine. E la delusione immensa per una Mongolia reale tragicamente diversa da quella idilliaca immaginata è struggente e percepibile:

Da bambino la Mongolia era per me uno spazio di fantasia totalmente mio, diverso dagli altri spazi da cui ci arrivavano le lettere dei parenti. Avevo scelto la Mongolia perché il sussidiario di scuola la descriveva come l'ultimo luogo al mondo dove c'erano ancora i nomadi, dove gli uomini sono tutti pastori, allevatori e cacciatori, dove il cielo è pieno di aquile e la terra è piena di animali
(Da un'intervista rilasciata nell'immediatezza dell'uscita del disco al giornalista e conduttore radiofonico Fabio De Luca)

E l'impatto con la Mongolia elettrificata e "rasata" fu realmente lancinante. Non appena arrivato nella sua camera ad Ulan Bator Ferretti si lava, esce su un terrazzino e vede un'aquila che sorvola la sua posizione. Proprio come aveva predetto il suo sussidiario. E non basta: appena usciti, sulla piazza principale della Capitale è una mandria di cavalli ad accoglierlo, confermando apparentemente le sue aspettative, ma solo per un attimo. E' tuttavia l'avvicinamento alla meta ad essere ancora più importante dell'arrivo. La languida Brace descrive ancora un'Asia più immaginata che reale, spazio immobile e antico, ma forse già cosciente che:

Il somigliare agli altri non la salva
Anima fiammeggiante zoppica
Zoppica brace non sa se ce la fa
Un gioco antico un bel gioco
Pericoloso solo per sé
Appare la bellezza mai assillante né oziosa
Languida quando è ora e forte e lieve e austera
L'aria serena e di sostanza sferzante


Ed importantissimo è il contributo della voce di Ginevra Di Marco, a fare da contraltare gentile all'elettricità del ritornello. Forma e Sostanza fu il grimaldello che aprì di fatto ai C.S.I. le porte delle arene passando in rotazione continua in TV. Basata su un gioco di equilibri tra il basso di Maroccolo, le chitarre di Zamboni e Canali e la voce matura di Ferretti il quale, usando quasi a pretesto il racconto trimillenario del Naadam ci parla in realtà di noi e del nostro Occidente "Civilizzato, sì civilizzato" e di come il suo abitante medio lo viva ("Voglio ciò che mi spetta. Lo voglio perché mio, m'aspetta"). E poi arrivare Vicini a quella Mongolia vagheggiata, sfumata, immobile come le voci che cantano di una parte di mondo "Oscura arresa al buio", dove "La terra penetra il cielo". Ed anche l'irrompere delle chitarre elettriche è comunque distaccato dal terreno e sottolinea con forza misurata che si può essere:

Vicini per chilometri vicini per stagioni
Traversando frontiere che preparano le guerre di domani
Vicini per chilometri vicini per stagioni
C'è modo e luogo di scoprire che il confine è d'aria e luce
D'Aria e Luce


versi -perché di versi si tratta- che andrebbero cantati ogni giorno per ricordarsi di certe cose. E poi il rivolgersi al fiume Ongii per farsi raccontare la follia della distruzione del complesso dei Monasteri Ongijn Hijd da parte dei Sovietici nel 1939 ed il raffinato e commovente racconto dei suoi giorni pieni di vita. Inanellando ancora un testo bellissimo e perfettamente musicale fuso con una musica quasi liquida come l'acqua del fiume che racconta la storia delle carovane, dei bambini, dei mercanti, del Capodanno Lunare. Un liquido di note cui Ferretti chiede: "Inondami di vita quotidiana". Mongolia = Gobi; e per raccontarlo in maniera spirituale e visuale al tempo stesso, la chiave scelta è quella del mantra Om Mani Padme Hum -in mongolo Um maani badmi khum, più propriamente- inserito nell'album in maniera molto lindoferrettiana, per così dire, dato che "non esiste fare un disco sulla Mongolia senza metterci l'Om Mani Padme Om" e come vedremo in seguito, quasi spingendolo a forza al suo interno. Con Bolormaa ecco spuntare il Lindo Ferretti bambino, quello che immaginava la Mongolia sul suo sussidiario e la ritrova in una minuta contorsionista e nelle note iniziali di una melodia che riporta anche mentalmente bambini. Ma nonostante questo, le parole cantate sono pesanti fin dall'inizio (il verso "Monito terrorista che la retta è per chi ha fretta" colpì profondamente Franco Battiato) ed il Ferretti uomo guarda a quello bambino e fa raccontare da Ginevra Di Marco a Bolormaa che:

Splendida Bolormaa arresa all'amore
Fluida contorta molle resistente
Lascia fluire il dolore
Che la felicità è senza limite
E va e viene
E va e viene


e le dissonanze che chiudono il pezzo sono quelle dell'anima di Mara Redeghieri degli Ustmamò, alla quale il pezzo è dedicato come gesto di profondo affetto nei suoi confronti come a dirle: "Non preoccuparti; passerà". Accade è il resoconto di quanto si è visto e vissuto con l'occhio dell'emiliano pragmatico. Basso sempre in primo piano, struttura musicale sfumata con la parte elettrica ad intrecciarsi a quella etnica, le voci di Ferretti e della Di Marco ad intrecciarsi. Cavernosa l'una, gelida l'altra. E non c'è niente da fare, che ci si trovi a Cerreto Alpi od a Ulan Bator, "Ciò che deve accadere, accade". Matrilineare è un tribal-punk magmatico ancora una volta molto apprezzato da Battiato, reso acido e stralunato dagli interventi della Di Marco e che aggancia la società mongola con quella emiliana e con la stessa famiglia del cantante, mentre Mimporta 'Nasega ebbe un'origine sui generis e molto aderente al modus operandi di Ferretti. O almeno, da ciò che si può immaginare dal di fuori su di lui. Il titolo viene da una scritta vista da lui e Zamboni a Firenze attorno al 1980 che si riferiva ad un gruppetto di ragazzini che volevano fare musica. Una di quelle classiche band che nascono e muoiono nel giro di mesi o addirittura settimane in ogni città ed in ogni epoca moderna. Da quella scritta, vista probabilmente su un muro, diciassette anni dopo una canzone letteralmente indicata agli altri da un Ferretti il quale, mentre si discute della forma da dare all'album si alza in piedi e dice: "Ho il titolo di una canzone, si chiama M'importa 'na sega, tiratemi fuori la musica" e poi se ne va. Ne viene fuori un brano scritto per ultimo, che alla fine predica tolleranza, che invita a concentrarsi su ciò che è importante ed a non lasciare spazio al resto. Ad accettare accomodamenti solo su principi per i quali non si ritiene di doversi spendere e dei quali, appunto, non ci importa. Non un "me ne sbatto di tutto e di tutti", quindi, ma un "sono cosciente di ciò che è davvero importante e non mi interessa il resto". Ed il fatto che la musica sia dichiaratamente punk e ribelle come quella proposta all'inizio degli anni 80 non è casuale. I versi finali che recitano "M'importa 'nasega sai, ma fatta bene che non si sa mai [...] Tabula rasa elettrificata sono forse la sintesi morale del disco; e di un'epoca.

Due canzoni, quelle che chiudono Tabula Rasa Elettrificata, scritte più dai C.C.C.P. che non dai C.S.I. e che, in un certo qual modo, tirano le conclusioni del lavoro e lo fanno mediante esplosioni di energia, all'interno di un album diluito in grandi spazi mentali che ricalcano quelli mongoli. Tabula Rasa Elettrificata è un disco fatto di immagini, che racconta più dell'avvicinamento alla meta condotto attraverso la Russia, che alla sua descrizione e più ancora alla sua esplorazione sempre più disincantata. Un viaggio assolutamente spartiacque nella vita e nella carriera di un Ferretti che non sarebbe stato più lo stesso, come resettato dall'esperienza vissuta e che racconta di due uomini alle prese con un viaggio nella psiche. Alcuni pezzi scartati finiranno nella colonna sonora del film Tutti Giù per Terra, in cui compariranno la prima ricordata Mara Redeghieri, personaggio molto vicino al gruppo e gli stessi C.S.I. nei panni di una improbabile commissione d'esame. T.R.E., inoltre, è anche il disco della maturità di Ferretti come cantante, non più in conflitto con sé stesso per il semplice fatto di esserlo e in ottima simbiosi con la voce di Ginevra Di Marco. Ed anche quello della perfezione degli intrecci chitarristici all'interno della storia dei C.S.I. e con una parte mistica che si deve a Zamboni. Quello del basso di Maroccolo ancora più in focus con le canzoni, così come Magnelli e Cavalli Cocchi coi loro strumenti. Eppure, anche quello dell'implosione del gruppo, schiacciato da una raggiunta ed involontaria popolarità di massa che era l'opposto di ciò che serviva loro per continuare. Un disco che parla di quella Mongolia nemmeno raccontata agli altri dai due viaggiatori, nondimeno così fortemente comunicata da farla chiaramente sentire anche dai loro strumenti, che portò ad un disco che in un certo qual modo si scrisse da solo, eppure suonava come prodotto di un vero consorzio di musicisti. Nato dopo alcune serate al Cencio's di Prato e registrato presso un agriturismo a circa quaranta chilometri da Reggio Emilia con lo studio allestito nel bar della struttura, fu ascoltato da Jovanotti e da lui proposto alla Polygram per avere i C.S.I. di supporto e con la paura da parte sua che la band rifiutasse schifata, T.R.E. provocò un boom mediatico che portò il volto di Ferretti in tutte le case, ma con conseguenze devastanti per la stabilità della band e delle persone che la componevano. Il 22 Settembre del 1999 si materializzò a Berlino la frattura definitiva tra lui e Zamboni, nella stessa città in cui tutto aveva avuto inizio. Con Ferretti profondamente infastidito dalla dimensione assunta dal gruppo e ormai diviso da divergenze insanabili col secondo e, pur sconvolto dalle conseguenze della decisione assunta, convinto di ciò che doveva fare. Carisma allucinato e genialità "normale" sono una miscela di elementi che quando bruciano insieme producono una fiamma meravigliosamente bella, ma quando terminano di farlo non possono più essere mischiati per riprodurla e non c'è nemmeno ragione di farlo. E non fu fatto. E per chi si stupì e provò repulsione per i C.S.I. in testa alle classifiche, Lindo Ferretti scrisse:

Solo un mercato piccolo, provinciale e quindi subordinato, può stupirsi per i C.S.I. al primo posto in classifica. Doveroso, invece, come una boccata di aria pura. Promettente. Aspetto di vederci gli Ustmamò e poi i Marlene Kuntz e poi... Allora la musica moderna italiana dimostrerà a se stessa di essere adulta. Di avere superato la fase ormonale legata alla biochimica adolescenziale che si nutre prevalentemente e giustamente di mitologie internazionali nella sua parte migliore e nel restante di clonazioni più o meno riuscite che traducono in lingua italiana emozioni o evocazioni altre. "Ho visto Sting con l'impermeabile in ginocchio sul palco". "No, sbagli, era Nek in piedi." Dice Antonacci di ispirarsi ai Sex Pistols e Ferretti ridendo renderà omaggio a Beniamino Gigli. Se la musica è una pagliacciata i C.S.I. devono essere fuori catalogo. Se la musica racconta, interpreta, anticipa il gioco della vita (gioco come lo intendono i bambini, cioè una cosa maledettamente seria) i C.S.I. sono sotto stimati, sconosciuti, incapaci di arrivare al loro vero pubblico: quello che non compra dischi perché per quello che gli ributtano addosso radio e televisione è evidentemente un giochetto stupido, superficiale e noioso, ma "molte più cose, ben più sorprendenti, vengono in visita, imprevedibili". Tutti i giochi sono aperti, onore al merito. Ultima considerazione.
Che i Prodigy siano al primo posto in USA non centra niente con i C.S.I. al primo posto in Italia. Dimostra tutt'altra cosa e complica ulteriormente il gioco. I Prodigy sono un gran bel disco, oggetto commercialmente perfetto, suoni e atmosfere potenti. E' tutto, può non essere poco, ma non c'è altro. Ho visto il loro concerto, passando dal mixer, sembra quello della Barbie. Questa potrebbe essere l'ultima delle grandi truffe: il concerto non è una discoteca con un grande cubo che pompa musica preregistrata ai limiti del sopportabile.

("La Repubblica" - 01/10/1997)



VOTO RECENSORE
96
VOTO LETTORI
95.11 su 9 voti [ VOTA]
bacodaseta
Martedì 30 Ottobre 2018, 9.00.01
13
Recensione pazzesca Fra. Applausi.
ObscureSolstice
Lunedì 1 Ottobre 2018, 12.52.45
12
Quell'omino vestito di rosso in basso che guarda i gas inquinanti delle fabbriche sullo sfondo in lontananza scommetto che è l'amministratore delegato o sicuramente il proprietario della fabbrica. Non si vede però il rolex d'oro sotto la manica rossa. E' noto, che i più grandi disastri ambientali dell'umanità e del mondo vengono dall'unione sovietica, dalla cina o dall'india su tutti. Il disastro ambientale di Chernobyl grida ancora vendetta. Recensione tuttavia molto sentita, si vede che Raven è stato colpito nel suo corso da questi Csi, ma a parte la follia della proposta che ritengo seppur valida, col tempo le balenazioni di alienazione della mente di Lindo Ferretti mi sono spesso sembrate amenità, e solo pura "agonia" delle sue allucinazioni, discorsi senza senso, o come dice lui, a me invece n'porta na sega di queste cazzate bolsceviche. Neanche De Andrè ha queste valutazioni così alte da leggende della musica da cantautorato italiano, io non credo.
Ilnuraminis
Mercoledì 26 Settembre 2018, 15.41.59
11
@Jan Hus...sottoscrivo in toto
Jan Hus
Martedì 25 Settembre 2018, 21.11.24
10
Per la serie "Non è colpa mia se faccio un album straordinario e per questo ho successo". E chi pensa "Sì, ma i CCCP" vada pure a spigolare.
Vulgar Puppet
Martedì 25 Settembre 2018, 16.42.16
9
L'album, pur avendo alcuni pezzi che amo, non è uno dei miei preferiti dei CCCP/CSI. La recensione è, come sempre, eccezionale, e l'estratto finale rappresenta alla perfezione tutto ciò che Ferretti è: duro, violento; dolce, poetico.
Red Rainbow
Lunedì 24 Settembre 2018, 9.41.28
8
Per quanto mi riguarda, uno dei dieci album italiani migliori di sempre. Amato, divorato, consumato, colonna sonora di qualche decina di migliaia di km sempre rigorosamente dopo il tramonto e prima dell'alba, perchè solo al buio "c'è modo e luogo di scoprire che il confine è d'aria e luce" e perchè è soprattutto di notte che "molte più cose ben più sorprendenti vengono in visita imprevedibili"...
Korgull
Domenica 23 Settembre 2018, 11.58.49
7
Che grande disco!! Vien da chiedersi cosa sia capitato nel frattempo alla musica indipendente italiana. Qui c'erano le capacità e la personalità
Alex Cavani
Domenica 23 Settembre 2018, 11.26.02
6
Tra l'altro il brano che preferisco di questo disco, Brace, è davvero struggente ed emozionante nella versione orchestrale contenuta nella raccolta "Noi non ci saremo Vol.2"; brividi assicurati.
Raven
Domenica 23 Settembre 2018, 11.16.53
5
Col tempo
Hard N' Heavy
Domenica 23 Settembre 2018, 10.47.35
4
Raven ha quando la recensione di live in punkow dei cccp? Complimenti per la rece...
Nihil
Domenica 23 Settembre 2018, 10.41.22
3
Lavoro eccellente. "Unità di produzione" la mia preferita.
Alex Cavani
Domenica 23 Settembre 2018, 2.35.45
2
Dai, dai, dai che prima o poi arriva anche quello che voglio io! Questo dei CSI è il disco che ho sempre apprezzato di meno, ma è anche quello che gli ha regalato la maggiore popolarità. E di certo non parliamo di un lavoro meno riuscito dei precedenti, solo per me è meno viscerale, con qualche canzone eccellente, ma poche cose che realmente si appiccicano al cuore.
Lizard
Sabato 22 Settembre 2018, 21.36.13
1
Dico solo “wow”
INFORMAZIONI
1997
Polygram Records
Rock
Tracklist
1. Unità di produzione
2. Brace
3. Forma e sostanza
4. Vicini
5. Ongii
6. Gobi
7. Bolormaa
8. Accade
9. Matrilineare
10. Mimporta 'nasega
Line Up
Giovanni Lindo Ferretti (Voce)
Ginevra Di Marco (Voce, Cori)
Massimo Zamboni (Chitarra solista)
Giorgio Canali (Chitarra ritmica, Cori)
Francesco Magnelli (Tastiere)
Gianni Maroccolo (Basso)
Gigi Cavalli Cocchi (Batteria)
 
RECENSIONI
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