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Vreid - Lifehunger
30/09/2018
( 612 letture )
Li avevamo lasciati circa tre anni fa con un pregevolissimo lavoro, li ritroviamo, con i primordi dell’autunno, ad arricchire il novero delle release più significative della stagione: stiamo parlando dei Vreid, eredi tanto materiali quanto spirituali dei Windir, in grado di dar luogo ad una produzione sorprendentemente prolifica. Lifehunger costituisce difatti l’ottavo lavoro in studio dei norvegesi e si presenta con una veste grafica assolutamente invitante, la cui scala cromatica e stile non possono che far pensare a ben note glorie novantiane. Le premesse affinché ci si accosti al platter con una certa dose di impazienza sono dunque poste: non ci resta che avviare la riproduzione per saggiare quanto di valido vi sia effettivamente nella più recente prova della formazione di Sogndal.
A margine della delicata introduzione acustica Flowers & Blood, efficacissima nel far sprofondare l’ascoltatore nell’atmosfera lunare cui mettono capo i Nostri, il dittico iniziale One Hundred Years/Lifehunger -rilasciato peraltro con significativo anticipo dalla label- intreccia graffianti incursioni chitarristiche sprizzanti devozioni alla fiamma nera a variazioni sul tema in spirito più puramente black’ n’ roll. Non mancano dense aperture melodiche lascianti spazio a clean vocals toccanti nonché concessioni, più marcate rispetto all’immediato passato, ad una certa orecchiabilità ed immediatezza delle composizioni. The Death White, pur inanellando metriche maggiormente sospinte e un riffing particolarmente graffiante, non tradisce il canovaccio del songwriting sinora delineato. Le soluzioni arpeggiate che pervadono la coda del brano nonché l’impianto armonico dello stesso tradisce peraltro una squisita vena dissectioniana. Hello Darkness è permeata dalla partecipazione di Aðalbjörn 'Addi' Tryggvason, inconfondibile ugola dei Sólstafir. Non si tratta tuttavia di una sterile apparizione frutto di una mera manovra pubblicitaria: la traccia sfodera difatti cospicui riferimenti al sound degli islandesi, recando con sé un ricco ventaglio di sfumature darkeggianti e post rock. Le influenze si rendono esplicite soprattutto nella progressione conclusiva in powerchords, sulla quale si staglia la meravigliosa prova vocale dell’illustre ospite, a vergare versi dimessi:

As the sun settles
I see the silhouette of the hangman’s noose
Hello darkness, we met again
Hello darkness, this is the end


Le maglie delle composizioni tornano a farsi più serrate con Black Rites in the Black Nights, la cui varietà ritmica, unita ai testi gradevolmente allitteranti, ne fa uno dei brani più accattivanti del lotto. Se Sokrates Must Die rappresenta una vorticosa cavalcata rockeggiante -vi trova peraltro posto una soave dinamicità delle quattro corde-, la sinuosa strumentale Heimatt ha il pregio di essere un resoconto dell’intera proposta del full-length, dando respiro sia a sezioni più serrate, dominate da progressioni chitarristiche in chiave minore, solismi chitarristichi tanto crespuscolari quanto godibili nonché persino concessioni ad un incedere festoso e folkeggiante.
Lifehunger è indubbiamente un lavoro caleidoscopico, sacrificante la coerenza interna ad un mirabile eclettismo in grado di dar voce a tutte le influenze del sound dei Vreid. Sebbene tale eterogeneità possa confondere, almeno nel corso dei primi ascolti, costituisce indubbiamente un elemento di ricchezza sul lungo tempo, rendendo il platter sempre fresco ed intrigante. Ciò si deve soprattutto ad una prestazione alle sei corde assolutamente degna di nota, in grado di incarnare tanto l’afflato più gelido del black quanto una trascinante melodiosità decadente -palesantesi in particolar modo nei frequenti solo. Pur non trovandoci dunque dinanzi ad un lavoro epocale, i Vreid ci propongono immancabilmente l’ennesimo disco splendidamente confezionato e traboccante di ispirazione, in grado di ravvivare queste giornate in cui, inesorabilmente, l’inverno si prepara a strappare via gli ultimi lembi della calura estiva.



VOTO RECENSORE
77
VOTO LETTORI
86.33 su 3 voti [ VOTA]
Tatore
Mercoledì 10 Ottobre 2018, 8.46.22
1
Lo sto ascoltando da una 10ina di giorni, ma mi accorgo della recensione solo ora. Sono d'accordo con Costanza, un lavoro davvero eclettico e vario, e mi ha anche indirettamente risposto alla domanda che mi sono posto ai primi ascolti sulla tenuta dell'album nel tempo. Per me un 80 tondo.
INFORMAZIONI
2018
Season of Mist
Black
Tracklist
1. Flowers & Blood
2. One Hundred Years
3. Lifehunger
4. The Dead White
5. Hello Darkness
6. Black Rites in the Black Nights
7. Sokrates Must Die
8. Heimatt
Line Up
Sture (Voce, Chitarra)
Strom (Chitarra)
Hváll (Basso, Tastiera)
Steingrim (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Aðalbjörn 'Addi' Tryggvason (Voce)
 
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