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MaYaN - Dhyana
02/10/2018
( 736 letture )
My prison of treason, prevail or die
Feed the force within, don’t give up
The fight begins


Atto terzo.
Questa volta è più appropriato che mai parlare dei MaYan usando termini rubati alla musica classica. Era il 2011 quando Mark Jansen decise di sfogare le sue velleità più estreme in un progetto che fosse qualcosa di diverso dagli Epica, abbandonando la chitarra e mettendosi soltanto dietro il microfono (oltre che in cabina di regia). Sembrò una scelta quasi improvvida, specie considerando quanto il growling di Mark all'epoca non fosse nemmeno particolarmente incisivo.
Eppure, una vena compositiva fuori dal normale abbinata ad un gruppo di musicisti di altissimo profilo (fu una mezza reunion di After Forever, Epica e altri grossi nomi della scena Orange) tirò fuori un disco notevole (Quarterpast ) che, per quanto non privo di elementi di criticità, dimostrò agli scettici la bontà dell'idea.
Dopo un'opera seconda che, nel 2014, mantenne il livello del lavoro precedente migliorandone alcuni aspetti Antagonise ), ecco -a quattro anni di distanza- Dhyana.
Il periodo di silenzio ha portato a diversi cambiamenti in line-up, con il solo Ariën van Weesenbeek rimasto quale unico altro membro degli Epica ad accompagnare Mark in questo ulteriore sforzo. C'è stato anche l'ingresso della giovane Merel Bechtold (Delain, Purest of Pain) alla chitarra e di Roel Käller al basso fretless, chiamato peraltro a raccogliere l'eredità di due mostri come Jeroen Thesseling e Rob van der Loo. Ma soprattutto, per ricollegarci all'apertura, vi è stata, per la prima volta, la possibilità di impiegare un'intera orchestra per le parti sinfoniche, elemento che ha portato il tastierista Jack Driessen a reinventarsi arrangiatore: ciò ha nel contempo conferito al disco una spinta in più. Tali elementi di novità non hanno fatto altro che caricare l'attesa.

Il risultato?
Dopo una manciata di ascolti sembra subito chiaro di come sia stato lecito attendere per un lavoro del genere e quanto le nuove potenzialità del gruppo siano state sfruttate appieno. Non si tratta certo dell’opera che rivoluzionerà il genere, e, del resto, molti continueranno a non considerare neppure death metal quanto composto dalla formazione, in virtù della registrazione patinata e dei cospicui stacchi sinfonici. Ciononostante, ci troviamo dinanzi ad un caleidoscopio talmente ricco da perdercisi dentro e con dei picchi decisamente notevoli, sia in termini di singole canzoni che di prove individuali.

Non trovano qui posto introduzioni magniloquenti: The Rhythm of Freedom apre le danze mostrando da subito -come peraltro ogni buona opener dovrebbe saper fare- i contenuti del disco. Poche battute di ouverture dell'orchestra sono immediatamente seguite da blast beat e tremolo picking, con gli archi che spingono alle spalle e il basso fretless che erige un muro basse frequenze andando di pari passo con il doppio pedale di Ariën van Weesenbeek.
Le chitarre di Frank Schiphorst e Merel Bechtold passano l'intero brano (e l'intero full-length) a costruire un'architettura death che viaggia tra contorti riff in palm mute tra sedicesimi e ottavi, e i citati arpeggi in tremolo, armonizzati spesso su ottave diverse. Quando il brano lo richiede, vengono inseriti anche dei passaggi più lineari con riffing in downstroke che, coadiuvati da una produzione moderna, suonano incredibilmente aggressivi. Non mancano gli assoli -ad opera di Frank- che si prodiga in svisate (con tanto di sweep picking) fulminanti ma perfettamente contestualizzate. Merel si occupa invece più di sostenere la componente ritmica e le sezioni acustiche. Non si tratta affatto di aspetti irrilevanti considerando che intere composizioni -come ad esempio la titletrack- si basano quasi esclusivamente sulla melodia della chitarra acustica. Non troviamo qui particolari virtuosismi bensì buon gusto sia nella composizione che nell'arrangiamento, che strizza l'occhio più volte a costruzioni più inclini a partiture da chitarra classica. Queste ultime ben si sposano con l'approccio spagnoleggiante di Marcela Bovio e quello lirico della nostra Laura Macrì. Oltre a citato ruolo di compositore e arrangiatore, Jack Driessen è stato comunque attivamente impegnato nelle registrazioni, curando in prima persona delle piacevoli parti di pianoforte (Saints Don't Die, The Power Process, The Illusory Self e Satori alcune delle più belle) e dei brevi ma azzeccati assoli di tastiera (The Rhythm of Freedom, The Flaming Rage of God) con i soliti -ma efficacissimi- lead. Il grosso del suo merito va però alla preparazione dell'orchestra, che rappresenta qui una quasi metà fondamentale del sound, accompagnando quasi ogni momento i brani e garantendo così una profondità che sarebbe eufemistico definire “notevole” (considerando poi il contesto in cui è calata). Va da sé che non sempre il comparto sinfonico riesce a risaltare in primo piano, tuttavia il bilanciamento con l'anima death del gruppo è da considerarsi perfettamente riuscito- con forse un solo leggero squilibrio nei confronti delle polarità più aggressive del sound. Tra l'altro, non ci troviamo nemmeno di fronte a parti bombastiche come potrebbe capitare di sentire in album di altre band affini (Nightwish su tutti): l'afflato sinfonico è robusto, ma non suona mai eccessivo o fine a sé stesso. Alla batteria Ariën mostra una mano leggermente più pesante di quella che ha di solito con gli Epica (per quanto gli ultimi non si discostino ormai più di tanto in quanto a violenza del sound). La differenza più grande risiede nell'uso più costante di figure estreme, che lo riportano indietro ai tempi dei God Dethroned . Non che a Dhyana manchino i passaggi strumentali più rilassati, ma la batteria tende a non entrarvi (con l’eccezione dei piattini di accompagnamento molto scarni), e si ritrova sempre con l'acceleratore premuto a fondo. Nonostante ciò, il drummer olandese è particolarmente capace nell'impostare variazioni che non facciano mai suonare le sue linee ripetitive. Al basso fretless Roel Käller cerca di impostarsi quale bassista technical death, senza però avere né il volume e né lo spazio per inserire partiture così complesse. Il suo lavoro è assolutamente pregevole, ma sarebbe stato sufficiente usare lo strumento senza tasti per i brevi momenti di solismo (Rebirth from Despair), anche perché una costruzione già così densa non permette alle quattro corde chissà quali linee articolate (già Thesseling, nell’esordio, non si prendeva certo le medesime libertà che si permetteva con i suoi progetti principali). Detto questo, Roel riesce comunque a difendersi, nonché a proporre variazioni che arricchiscono l'insieme, dando però più l'effetto di piccole rifiniture.
Più che ampio risulta invece il capitolo voci. La componente harsh è distribuita in parti disuguali (a favore del primo) tra Mark Jansen e George Oosthoek (cantante molto conosciuto per diverse collaborazioni nella scena olandese). Mark dimostra di essere sempre più sicuro nel suo mid-screaming (migliorato con gli anni), Non è in grado di chissà quali variazioni di registro e manca comunque un po' di impatto nelle basse frequenze (non aspettatevi parti gutturali), ma quanto realizza resta soddisfacente. George è più poliedrico e riesce bene a compensare la poca varietà di Mark con momenti più deep arricchiti da un'interpretazione a dir poco eclettica -perfettamente in linea con il personaggio. Le clean maschili sono affidate al vocalist tedesco Henning Basse, autentico protagonista di brani come Saints Don't Die. La sua performance è forse la più debole dell'intero comparto vocale, non catastrofica, ma abbastanza monocorde, elemento meno accettabile quando di parla di cantato pulito e non di harsh. I limiti sono derivano un po' dall'approccio sgraziato e dalla tendenza ad “urlare” non appena la tonalità tende a salire. Di per sé non si tratta di qualcosa che risulterebbe negativo in generi più scanzonati, ma in una produzione del genere tende un po' a non amalgamarsi. Un ulteriore aspetto che “limita” l’impatto dell’esecuzione di Henning è il fatto di trovarsi a confronto con le ragazze.

Il “salto” di Dhyana è difatti, per grossa parte, parte merito loro. La nostra Laura Macrì , per quanto limitata da un contesto che porrà sempre delle pastoie tecniche ad una cantante lirica di quelle vere, è autrice di una prova soave e delicata. Sia perché gli è stato permesso di misurarsi in pezzi maggiormente dilatati (Dhyana, Satori), dove le armoniche del suo timbro non si perdono nel sound saturo, e sia in quanto è riuscita ad interpretare i brani in un modo ancora più adatto al contesto del gruppo metal (sembra meno un pesce fuor d'acqua rispetto agli esordi con i MaYan). Per la prova di Marcela Bovio invece fatico davvero a trovare parole. É lei l'autentica regina di questo album, risultando autrice di una prestazione che surclassa anche alcuni dei suoi migliori exempla, risalenti ai tempi degli Stream of Passion. La singer messicana dispiega una potenza, versatilità e capacità interpretative che ad oggi la pongono tranquillamente nell'Olimpo delle migliori cantanti del genere. Non solo si sposa bene con l'interpretazione di Laura (da sentire entrambe nella titletrack mentre alternano italiano e spagnolo), ma catalizza l'attenzione, facendo esplodere letteralmente delle melodie che risultano vincenti in più di un brano. Nell'accoppiata Rebirth from Despair e The Power Process (rappresentanti peraltro due highlights) è veramente da standing ovation. Viene davvero da dispiacersi dello scioglimento degli Stream of Passion e da chiedersi per quale motivo venga spesso e volentieri relegata a ruolo di “cantante ausiliaria” in altri progetti.

La produzione di questa tipologia di dischi è un elemento che contribuisce da sempre a dividere detrattori e fan. In tal senso, è più inutile che difficile cercare di assegnare la ragione ad uno schieramento o all'altro. C'è alla base una differenza insanabile tra paradigmi. Da una parte abbiamo chi sostiene che il metal (in particolare nelle sue forme più estreme) vada mantenuto puro e grezzo anche nella realizzazione tecnica, adducendo elementi come la “plasticosità” o la poca personalità del suono come aspetti negativi. C'è invece chi ritiene che nell'A.D 2018 sia opportuno sfruttare al massimo le tecnologie a disposizione per confezionare prodotti il più vicino possibile alla perfezione. I MaYan appartengono da sempre alla seconda categoria. E ciò non solo sulla scorta dei mezzi garantiti dalla Nuclear Blast, ma anche in quanto il mastermind della band, Mark Jansen, è da sempre fautore di un sound moderno (elemento apprezzabile anche nei dischi degli Epica). In questo caso la band olandese ha voluto puntare più in alto possibile, organizzando una campagna di crowdfunding prima delle registrazioni con lo scopo di arruolare un'intera orchestra per le parti sinfoniche (la già citata The City of Prague Philharmonic Orchestra). La risposta del pubblico è stata quella sperata e sono stati raccolti poco meno di quarantunomila euro, che hanno permesso ai nostri di non badare a spese e dar luogo ad un sound sinfonico di livello. La resa, contestualizzata in un album di questo genere, è di assoluto pregio. Chiaramente è stato necessario spingere un po' la compressione e sacrificare le dinamiche di alcuni strumenti (d'altronde, bisogna pur sempre far suonare degli archi insieme ad un gruppo death), ma nell'insieme i timbri degli strumenti e delle voci sono stati rispettati e il mix permette di sentire tutti gli strumenti in modo chiaro, e se pensate a quando saturo sia il sound dei MaYan vi renderete conto della difficoltà.

Dhyana è il disco migliore che la creatura di Mark Jansen abbia mai dato alla luce.
Laddove Quarterpast e Antagonise si mostravano come un progetto in evoluzione ma che, talvolta, faticava a staccarsi dal cliché degli "Epica con componenti invertite", tale lavoro dispiega invece un'anima al 100% coerente e definita. Ciò risulta ancora più notevole, soprattutto considerando gli ulteriori cambi di formazione e gli impegni professionali di molti dei musicisti coinvolti. I MaYan, al momento, rimangono difatti poco più che un side-project per la maggior parte dei membri. Tutto questo, unito ad una prova sugli scudi di alcune individualità (Marcela Bovio su tutte), ha creato un'opera che credo verrà apprezzata da tutti i fan di gruppi come gli Epica e da quelli del death sinfonico (alla Fleshgod Apocalypse per capirci). Di base si tratta però di un ascolto da consigliare a chiunque non disdegni gli approcci più moderni al genere.

Fight your way out of this siege
Deceive the master of delusion
Get ready for inner war





VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
89 su 3 voti [ VOTA]
JC
Giovedì 4 Ottobre 2018, 10.51.14
5
Sono una grande band, e questo é veramente un disco di livello. La mia personale idiosincrasia verso il growling mi impedisce di goderne, ma devo ammettere la qualità. In contro corrente apprezzo molto Henning Basse, che é uno dei miei cantanti preferiti dai tempi dei Metalium. Per me se ci fossero (quasi) solo voci pulite sarebbe un disco clamoroso.
M. G.
Mercoledì 3 Ottobre 2018, 18.55.41
4
Innanzitutto complimenti per la bellissima recensione, molto tecnica! Grossomodo concordo. E sì, Marcela è stata assolutamente spettacolare qui (ma non in Hate Me As I Am, dove urla troppo; è presente dell'EP, ma mo ci arrivo). I brani migliori secondo me sono Rebirth from Despair (cattivissima, ammaliante e anche emotiva) e The Illusory Self (nel bridge c'è un riff prog che mi fa impazzire), seguite dalla violentissima Maya e dall'opener; il brano peggiore penso sia la solo sufficiente Saints Don't Die, che comunque non definirei filler. Ho rilevato due difetti: 1) Henning Basse è insopportabile e ha rovinato la bella Set Me Free con la sua interpretazione ubriaca e il suo timbro sporchissimo; 2) per quale assurdo motivo sono state scartate l'eccelsa Eradicate the Colony e la molto buona Undercurrent, relegandole a un EP esclusivo per chi ha contribuito alla campagna di finanziamento? Le avrei viste bene al posto di Saints Don't Die e di una fra The Power Process e The Flaming Rage of God. Parlando di queste due, sono molto belle, soprattutto la prima, ma mi sembrano un pochino fuori contesto. Sono scarti degli Epica, parola di Mark, e si nota; se non altro TFRoG è stata ricontestualizzata con un ritornello in growl, anche se è meno bella di TPP, ma a tratti sembrano quasi far perdere indipendenza al progetto MaYaN, soprattutto con due scarti di quel livello tra le mani. Un brano per staccare ci sta, ma due forse no, anche considerando che ci sono ben due ballad. Nondimeno, questo è un difetto trascurabile perché compensato da una grande cura nell'ordine della tracklist, che intelligentemente alterna brani aggressivi e brani melodici in un'altalena di contrasti che fa apprezzare di più all'ascoltatore entrambi i poli. Inoltre l'uso di più voci permette di normalizzare lo stacco fra i brani. Preferisco comunque i casi in cui le strutture prog permettono di connettere aggressività, melodia e stacchi operistici all'interno dei singoli brani, ad esempio in The Illusory Self. Ad ogni modo, per me Dhyana non è un capolavoro, ma "solo" un ottimo album da 8+, ben superiore al bello ma acerbo Quarterpast e, soprattutto, al noiosetto Antagonise. Senza Henning e con quei due brani scartati in tracklist, avrei potuto parlare anche di 9, però. P.S. in realtà c'è un sesto cantante, Adam Denliger, che ha scritto qualche testo e si sente cantare nel ritornello di Tornado of Thoughts e nelle parti duettate con Laura in TIS. Inoltre le chitarre sono state suonare tutte da Frank, Merel ha suonato solo la chitarra acustica nella titletrack (o in TIS? Non ricordo bene; nell'altra l'acustica la suona un ospite); non so il perché di ciò, suppongo che Merel fosse troppo impegnata col tour dei Delain e le registrazioni coi Purest of Pain.
Le Marquis de Fremont
Mercoledì 3 Ottobre 2018, 13.37.39
3
Well, recensione (notevole, del resto) che parla molto di tecnica e poco delle canzoni. Se trovo il tempo, lo ascolterò. Al momento sono preso da Iris, degli Altars of Grief. Au revoir
tino
Mercoledì 3 Ottobre 2018, 11.30.26
2
mi interessa parecchio e provvederò ad un ascolto quanto prima ma la domanda è che sventola è la macrì?
ocram
Mercoledì 3 Ottobre 2018, 7.39.26
1
Tutto molto bello........tranne Henning Basse. Consiglierei di silurare definitivamente la voce maschile pulita a fronte di un uso maggiore della portentosa Marcela.
INFORMAZIONI
2018
Nuclear Blast
Symphonic Death
Tracklist
1. The Rhythm of Freedom
2. Tornado of Thoughts (I Don't Think Therefore I Am)
3. Saints Don't Die
4. Dhyana
5. Rebirth from Despair x
6. The Power Process x
7. The Illusory Self
8. Satori
9. Maya (The Veil of Delusion)
10. The Flaming Rage of God
11. Set Me Free
Line Up
Mark Jansen (Voce e orchestrazioni)
Marcela Bovio (Voce)
Laura Macrì (Voce)
Henning Basse (Voce)
George Oosthoek (Voce)
Frank Schiphorst (Chitarra)
Merel Bechtold (Chitarra)
Jack Driessen (Tastiera, pianoforte e orchestrazioni)
Roel Käller (Basso)
Ariën van Weesenbeek (Batteria)
 
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