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Forming The Void - Rift
04/10/2018
( 385 letture )
In Louisiana, a suonar male, proprio non ci riescono. Il doom e lo stoner sono in continua evoluzione, fra intersecazioni di genere, divagazioni lungimiranti e altre contaminazioni esterne riuscite, come altre, viceversa, non pienamente indovinate. Ed infine, il paradigma del verbo “Mastodon” (pre Hunter) continua ad essere declinato con cadenza sempre più regolare dalle nuove leve. Così, nella più approssimativa di tutte le modalità, attraverso questi tre brevi enunciati, potremmo riassumere la membrana formale (spessissima) che avvolge questo Rift, terza fatica sulle lunghe distanze dei Forming the Void. Chi segue il panorama underground stoner, doom, heavy psych /rock psych e affini, si ricorderà sicuramente che il quartetto di Lafayette è, per dirlo quasi in termini calcistici, un’ex conoscenza del suolo italico. Dopo aver girovagato beatamente nelle lande dell’autoproduzione, pubblicando indipendentemente l’EP Forming the Void e il primo full-length, Skyward (2015), nel 2017, i Forming the Void si trasferiscono sotto l’ala protettrice della label genovese Argonauta Records, la quale, com’è largamente noto, non pone confini nel proprio roster sempre più ricco (dare un’occhiata al sito, per credere...), e si occupa del licenziamento di Relic. Nello stesso anno, si assiste ad una fase che non esiteremmo a definire “un nuovo inizio” per la band, contrassegnata sia dall’abbandono del batterista Jordan Boyd (sostituito da Thomas Colley in corso d’opera), sia dalla separazione dall’etichetta nostrana. A marzo dell’anno corrente i Nostri pubblicano uno split con i texani Pyreship per la neonata EndHipEndIt Record Co., per poi accasarsi, di lì a poco, presso la berlinese Kozmik Artifactz, che si è occupata della pubblicazione di questo nuovo, terzo lavoro in studio, Rift, oggetto d’analisi.

Fatta questa piccola premessa biografica, spieghiamo punto per punto le prime tre frasi poste in apertura di recensione, utili alla comprensione del platter. La prima potrebbe essere tacciata di superficialità, di approssimazione, di generalizzazione o di mera idolatria, o tutte quattro insieme, e come biasimarvi, del resto. Tuttavia, per un cultore della scena musicale gravitante attorno a NOLA (geograficamente e acusticamente parlando), è difficile, se non impossibile, vedere il bicchiere mezzo vuoto in tutto questo microcosmo popolato da talenti incommensurabili, talmente ha inciso nel metal di fine millennio...e pure nella formazione musicale di chi scrive. New Orleans, come altre città site nella Bible Belt (Jacksonville? Baton Rouge?), sono luoghi che entrano di diritto per quella porta immaginaria contrassegnata dalla targhetta “Storia del Metal”, e perché no, “del Rock”. Lo prendano, pertanto, come un consiglio da amico e non come un’esternazione arrogante, i neofiti e/o i meno pratici di certi sottogeneri, siano essi metal o rock, sorti o interpretati in questo Stato: concedetela sempre, un’occasione, a chi proviene dalla patria dei Cajun. Emigriamo dai consigli e dalle suggestioni e concentriamoci sulle successive due frasi. Si faceva riferimento al taglio o all’interpretazione che un numero sempre più consistente di band sta dando oggigiorno a questa manciata di generi, amalgamando una proposta che sobbalza di genere in genere, come questo Rift. Un lavoro che indubbiamente marcia a ritmi doom (arduo affermare il contrario...), con quell’andamento alternato fra down-tempo e mid-tempo che hanno fatto la fortuna (e la storia) del genere, contraddistinto dalle clean vocals limpidissime e nitide del singer James Marshall, ma, che non tralascia mai l’elemento psych dello stoner, i break e i cambi di tempo frastornanti del figlio più tosto e possente del rock settantiano, quale è, appunto, lo stoner, e senza ripetere una formula ormai dalla quale si è attinto fino all’ultima nota. Addentrandoci ancor di più nella proposta dei Nostri, possiamo notare come la psichedelia non sia né il costituente principale di Rift, né un elemento invadente, né viene interpretata dalla coppia d’asce, Marshall/Al Khansa, secondo il più classico (e più abusato) dei canoni, ovvero quello stupro acido-lisergico delle sei corde, risultante, alla volte, più stucchevole che abbagliante. Il loro gusto psichedelico è volto a trasportare l’ascoltatore in una dimensione arcana, mistica, oscura, metafisica: un’esperienza breve, ma d’impatto, precisa, lontana da improvvisazioni da sala prova, che lascia spazio a certi inframezzi eleganti che non guastano mai, in un genere dove a predominare sono le accordature più basse e, in generale, la robustezza dei suoni.
E se qualcuno soffrisse di Mastodostalgia (il sottoscritto, ad esempio…), in Rift potrebbe trovare un parte dell’eredità della band della Georgia (quella a stelle e strisce) e, pertanto, un toccasana spirituale. Non gli eredi, attenzione, ma alcuni lasciti dei Mastodon – azzarderei puntare il dito contro quelli della fase centrale della carriera del mastodonte-, che si materializzano in ben più di un momento, sia in nei frangenti più introspettivi, a tinte progressive, sia in quelli più movimentati, che non possono non ricordare il riffing della coppia Hinds/Kelliher o il cantato tetro di Troy Sanders.

D’altro canto, si potrà notare da subito come i Forming the Void non posseggano lo stesso, spiazzante eclettismo dei Mastodon, e a dimostrarlo sono le sette cartucce sparate, assestate su andature pachidermiche, in cui si respira per quarantacinque minuti la stessa atmosfera. Pregio o difetto? Dopo numerosi ascolti, la scarsa eterogeneità è risultata un difetto, una piaga odiosa, e lo ammetto a malincuore. Nonostante ciò, brillano di luce propria brani come l’opener, Extinction Event, che trasmette la stessa sensazione di leggiadria del passo di un mammut, squassata a 0.59 dall’arpeggio magico di Al Khansa imballato e confenzionato per essere ascoltato ad occhi chiusi, arricchito dalla voce sciamanica di Marshall e dal solo conclusivo connotato dagli stessi caratteri arabeggianti che saranno protagonisti in tutto l’operato delle sei corde nella penultima Arc Debris, la quale si evolve nella seconda metà in un mantra epico. Contrariamente a quanto accade nei filler Arcane Mystic/Transient, impantanati in soluzioni artistiche poco avvincenti, la band spinge sull’ “acceleratore stoner” con On We Sail, riaprendo di tanto in tanto voragini doom e adottando ancora una volta soluzioni non rivolte verso i deserti statunitensi, ma che guardano, piuttosto, verso quelli più vicini a noialtri, in linea d’aria. Ed è proprio innalzando i bpm, che la band confeziona uno degli apici di Rift, intitolato Arrival, incastrato fra muri noise oscuri e un refrain accattivante, quanto intrigante. Il viaggio del nostro mammut protrattosi fra buchi neri e vortici spazio-temporali si conclude sulle note della traccia finale, la suite Shrine, che si limita a riproporre in chiave allungata quanto detto fino ad ora, ma senza raggiungere gli apici dei brani citati, risultando comunque un buon sunto.

Rift non vincerà il premio di fine anno per la propria poliedricità, ma è la chiara dimostrazione di come sia possibile ancora oggi sperimentare all’interno di un genere saturo (per usare un eufemismo…) e costruire su di una quantità limitata di riff un intero lavoro. Un lavoro che è lungi dall’essere perfetto, ma che lascia ben sperare nel futuro di questa band, che giunta a questo Rift, si trova in pieno stadio evolutivo. Non ci resta che tenere gli occhi aperti e, nel frattempo, lasciarci trasportare come il mammut dell’artwork, prendendo alla lettera questo verso:

On we sail into a vast unknown.



VOTO RECENSORE
72
VOTO LETTORI
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verginella superporcella
Venerdì 5 Ottobre 2018, 17.06.58
2
ascoltati distrattamente su youtube (il che non e' quasi mai un bene, visto che distorce molto la profondita' della musica suonata, ma almeno serve a farsi un'idea del piatto che si vuol mangiare)... sembra un grandissimo lavoro.
Sentient_6
Giovedì 4 Ottobre 2018, 22.40.13
1
Bel disco quando l'ho ascoltato la prima volta credevo il cantante fosse quello dei Baroness che ha la voce identica.
INFORMAZIONI
2018
Kozmik Artifactz
Stoner/Doom
Tracklist
1. Extinction Event
2. On We Sail
3. Arcane Mystic
4. Transient
5. Arrival
6. Arc Debris
7. Shrine
Line Up
James Marshall (Voce, Chitarre)
Shadi Omar Al Khansa (Chitarre)
Luke Baker (Basso)
Thomas Colley (Batteria)
 
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