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Komatsu - A New Horizon
05/10/2018
( 241 letture )
Chi scrive aveva lasciato l’instancabile operato della label genovese Argonauta Records con l’analisi della buonissima prova (Himalayan Demons) dei meneghini The Red Coil, fautori di uno stoner/sludge imbevuto nei dogmi southern della pietra miliare NOLA. Il roster dell’etichetta continua ad arricchirsi sempre più, uscita dopo uscita, diventando, insieme alla più “settoriale”, ma altrettanto degna di lodi, Heavy Psych Sounds (Brant Bjork, Nick Olivieri, Nebula, Mos Generator, Black Rainbows), il polo italico dello stoner, doom, sludge, post-metal, con uno sguardo rivolto anche alle band che popolano il “sottosuolo” estero. E come volevasi dimostrare, da Eindhoven, Paesi Bassi, provengono questi Komatsu, proprio come i loro compagni d’etichetta Drive by Wire (Spellbound), recensiti su queste pagine dal sottoscritto pochi mesi or sono. Lo possiamo affermare, dunque, con un pizzico d’orgoglio, che nello “Stoner d’Orange” si può trovare anche un po’ del nostro amato belpaese, a prescindere dalla qualità delle uscite?

Torniamo ai nostri bulldozer olandesi, che, tradotto alla lettera, potremmo infilare brutalmente tra le tante, troppe formazioni che stanno saturando il mercato giorno dopo giorno, dedite alla pratica delle forme più canoniche e abusate dello stoner, nel caso dei Nostri, in una variante aggressiva nel riffing e con una non indifferente quantità di passaggi oscuri e introspettivi dal retrogusto “sci-fi”. I Komatsu si sono costituiti nel 2010 e vantano già alle proprie spalle un EP omonimo (2011) e altri due lavori sulle lunghe distanze: Manu Armata (2013, pubblicato per Suburban Records) e il sophomore Recipe for Murder One (2016), che segna, tra l’altro, il passaggio sotto l’ala protettrice della nostrana Argonauta Records. E se la matematica non è un’opinione, giungiamo con questo A New Horizon alla fatidica, terza fatica discografica: tralasciando fisiologiche eccezioni (ci riferiamo ai padri fondatori, onnipresenti in ogni sottogenere), la terza prova solitamente è quella che indica la maturazione definitiva della band, la prova che funge da spartiacque nella carriera di una band, la prova che segna un “prima” e un “dopo”, la prova che serve ad imporsi sulla scena, la prova che teoricamente proietta un monicker fra i nomi che devono essere tenuti in considerazione da chi segue un determinato panorama acustico o per prassi editoriale, o per puro diletto o per entrambi i motivi... ma, per sfortuna di noialtri appassionati, e mi rammarica dirlo, non è questo il caso dei Komatsu e, nello specifico, di questo A New Horizon, che sfuma, a conti fatti, in un nulla di fatto, o poco più. Spieghiamoci meglio: globalmente, questo lavoro non può essere definito “insufficiente”, perché dimostra fin dalle prime tracce di come la band sia in possesso di un’idea e di un ideale precisi, portati avanti dai Nostri con un pizzico di testardaggine lungo questi quaranta minuti, conditi da alcuni spunti che, come si diceva poco sopra, non esiterei a definire a tinte “sci-fi”, seppur questo elemento venga valorizzato e sfruttato dai Nostri solo sporadicamente. Ed è proprio accanendosi e riproponendo strutture e formule sentite e risentite, che i Komatsu commettono l’errore più clamoroso. Entrando più nel dettaglio, A New Horizon si potrebbe suddividere in due parti: la prima, costituita dai brani (strumentali e non) connotati da alcuni passaggi fantascientifici (10-4, Surfing a Landslide, Komatsu) e la seconda, più massiccia, costituita da sette mid-tempo senza infamia, e senza lode, ma sempre collegati da un filo rosso teso verso l’iperspazio. L’album si apre con una doppietta in your face: I Got Drive è uno stoner à la High on Fire, privato della sporcizia che ha reso celebre la band di Matt Pike, mentre Prophecy è puntellata da motivetti frizzanti e spassosi che fanno il verso ad alcuni inni della seconda parte di carriera dei Queens of the Stone Age. Con 10-4 l’atmosfera diventa più opprimente ed è sollevata dall’assolo conclusivo che ci svela l’altro lato della band, accentuato maggiormente dalla strumentale Surfing a Landslide, rivelatasi un episodio “library” riuscito in toto: un brano da assaporare in orbita, mentre si schivano corpi celesti, frammenti di asteroidi e altre insidie fatali. Saltando l’anonima Love Screams Cruelty (non sarà l’unica traccia ad avere questo), la band si gioca nel cuore del platter le proprie carte migliori, prima con la terremotante e battagliera Komatsu, mid-tempo thrash oriented, introdotto da sinistri segnali radio, e poi con Infected e con le sue pennellate radiofoniche nel finale, che riescono a sopperire alla staticità artistica complessiva del brano. Ed è giungendo verso il finale, dopo aver zigzagato fra nebbie, polveri e detriti, che scorgiamo la somma sagoma di Dave Wyndorf, nel rifferama e nel ritornello accattivante di Walk a Mile e This Ship Has Sailed, abbastanza acido e convincente da far perdonare loro un’opera frutto di tanto mestiere e tanta devozione, più che di soluzioni che ci facciano gridare al miracolo mano a mano che i brani si esauriscono.

Scrivere di un album che per metà è costituito da brani che potremmo aver sentito ieri o potremo sentire domani, è un compito alquanto complesso. Farlo di un album stoner, in cui la psichedelia viene accantonata a favore dell’impatto causatoci dalle bordate al gusto fuzz, rende le cose ancor più complicate. Tuttavia, sperimentare o provare a cambiare pelle non è sempre la soluzione più lungimirante. I Komatsu questo l’hanno capito, e sfornano un lavoro adatto a tacciare l’astinenza di alcuni, ma che inevitabilmente comporta un prezzo da pagare: sprofondare nell’anonimato. E oggigiorno, chi sguazza quotidianamente in ambito stoner, sa bene che questo è un prezzo elevatissimo da pagare. Nel frattempo incrociamo le dita e stiamo a guardare, verso altri orizzonti...



VOTO RECENSORE
60
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Argonauta Records
Stoner
Tracklist
1. I Got Drive
2. Prophecy
3. 10-4
4. Surfing a Landslide
5. Love Screams Cruelty
6. Komatsu
7. Infected
8. A New Horizon
9. Walk a Mile
10. This Ship Has Sailed
Line Up
Mo Truijens (Voce e chitarra)
Mathijs Bodt (Chitarra e voce)
Martijn Mansvelders (Basso e voce)
Jos Roosen (Batteria)
 
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