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Manes - Slow Motion Death Sequence
05/10/2018
( 906 letture )
Chi si aspettava un ritorno dei Manes?
Correva il 2011 quando il combo norvegese, con un comunicato diffuso in rete, dopo tre dischi all’attivo annunciava l’interruzione delle attività a tempo indeterminato. Negli archivi e nelle intenzioni rimase la realizzazione di un nuovo disco lasciato temporaneamente incompleto, la cui fase di songwriting risale alle sessioni di registrazione di How the World Came to an End, 2007. Tale lavoro, accantonato in fase embrionale, vede finalmente la luce nel 2014 con il titolo Be All End All. Quest’ultimo viene completato dopo il periodo di stallo, trascorso tra progetti paralleli e svariati problemi di salute, dalla band riunitasi per volere dello storico leader ed unico membro originale oggi rimasto Tor-Helge Skei. A distanza di quattro anni da tale tribolata release, i Nostri si riaffacciano sul mercato con un full-length nuovo di zecca, Slow Motion Death Sequence. Gli albori della carriera di quello che oggi è un quintetto (cui si aggiunge a supporto per le registrazioni il drummer Tor-Arne Helgesen) affondano le radici nel cuore dei nineties e coloro che ne hanno seguito le discusse vicende sin dai primi passi nell’underground sono senz’altro a conoscenza dell’improvviso cambio di rotta stilistica immediatamente successivo all’uscita dell’eccellente, e già atipico per l’epoca, Under ein Blodraud Maane, presto divenuto oggetto di culto. Un percorso di esplorazione ufficialmente cominciato nel 2003 con Vilosophe, che ha forgiato nel tempo una realtà considerata tra i più fulgidi esempi di evoluzione sonora. In tal senso, un parallelismo con gli Ulver è stato accennato in più sedi, in riferimento ad una comune mentalità artistica divergente e totalmente libera dagli schemi che talvolta ingabbiano un genere come il black metal. Nell’ultimo quindicennio, di fatto, i Manes hanno dimostrato solida aderenza e dedizione alla ricerca di un linguaggio avanguardistico e, anche con questa ultima fatica, non si sono contraddetti, proponendo una serie di novità da scoprire con interesse.

Dalle vibrazioni trip hop dei primi secondi prende vita l’opener Endetidstegn, sviluppata su un fulcro prettamente canoro. Lo scheletro portante è, difatti, costituito dalle linee vocali in clean, maschili e femminili, che si alternano tra eccellenti digressioni solistiche. Sullo sfondo, un tappeto continuo di elettronica sostiene un guitar work ruvido e un drumming minimale, che incidono sul pentagramma un crescendo sfumato in un calzante intarsio solistico. Per la cronaca, da questo brano è stato tratto un video diretto da Guillherme Henriques, il primo nella storia del gruppo. Nella successiva Scion, la componente macchinica è adoperata per mettere in opera una coinvolgente e placida atmosfera alla Depeche Mode, che fa da contraltare ad un cantato dal timbro manipolato, quasi sgraziato nel ricordare alla lontana il Principe delle Tenebre, ma di grande efficacia espressiva. Si giunge a Chemical Heritage, traccia nella quale i Manes evidenziano con decisione l’inclinazione verso il post-rock, con uno scorrere di armonie cristalline e dualismi al microfono fluttuanti in una equilibrata aurea elettro synth, come in un una perenne simbiosi tra macchina e uomo. Proseguendo, grigie atmosfere pervadono l’overture di Therapism e susseguenti voci filtrate recitano le liriche in maniera quasi mantrica, cucite su un tessuto digitale scandito da freddi pattern di batteria elettronica. Se fino a questo momento i suoni artificiali hanno costituito una fondamentale discriminante, nella seguente Last Resort questi vengono provvisoriamente lasciati da parte per concedere maggiore spazio agli sviluppi strumentali, mettendo così in luce un songwriting dominato da chitarre arpeggiate e consueti dialoghi cantati. Questi ultimi raggiungono uno splendido apice con l’interpretazione in solo della preparatissima Anna Murphy-già singer degli Eluveitie.

Come risulterà ormai chiaro dalla disamina, il platter si dispiega progressivamente secondo uno spettro emotivo cangiante, i cui diversi momenti sono fissati in ciascuno dei nove capitoli della tracklist. A supporto di questa tesi, Poison Enough for Everyone si addentra in meandri sonori diametralmente opposti a quelli del pezzo precedente. Psichedelia ed elettronica scorrono in perfetta simbiosi in un incedere angosciante e claustrofobico, definibile come dadaista per la portata disturbante e apparentemente illogica. Repentinamente si torna a navigare in acque post rock con Building the Ship of Theseus, una stesura semplice arricchita di una rilettura dei refrain dal retaggio pop dark ed un ottimo lavoro di arrangiamento delle sei corde che vanno ad abbellire la chiusa. Coerenza tra musica e parole si riscontra nello slow tempo Night Vision, una sequenza di manipolazioni industrial ad accompagnamento di una decadente prestazione dietro i microfoni, il tutto eseguito in un lento incedere dalle tinte fosche. Un mood che si trascina sino al termine di questa affascinante esperienza uditiva. Ater, il brano di chiusura, è suddiviso in un’introduzione che non sarebbe avulsa in un ipotetico contesto du una soundtrack di un film horror, ed una parte centrale dal carattere rock determinato dall’uso di chitarre distorte e da un solido beat batteristico. In primo piano spicca la visione melodica, sofferta e didascalica delle partiture cantate, ad accentuare le sensazioni negative che traghettano l’ascoltatore tra le note di questo suggestivo e catalizzante immaginario sonoro.

Camaleontici, imprevedibili e mai banali, i Manes soddisfano pienamente la notevole attesa con un album che abilmente rimescola le carte in tavola, composto sotto la guida di una verve ispirativa tornata ai massimi livelli. Trip hop, elettronica, pop, rock e post-rock, comuni denominatori del secondo periodo artistico, sono qui rielaborati e declinati in chiave sostanzialmente differente. Sebbene si percepisca la continuità fra i capitoli della discografia, alla fredda destrutturazione sperimentale, i sei musicisti di Trondheim per Slow Motion Death Sequence prediligono una proposta incentrata sul lato emozionale. Una più classica forma viene riconferita alle singole composizioni intrise di fini arrangiamenti, che ne determinano una precisa identità, e di uno squisito retrogusto mainstream, che imprime nella memoria temi e melodie già dai primissimi ascolti. Affiancati da una serie di artisti di eccezionale calibro alternatisi al microfono, i Manes si fanno dunque autori di un lavoro di livello qualitativo assolutamente rimarchevole, cupo, riflessivo, a tratti delicato e pregno di eleganza tradotta in note con leggerezza, audacia e classe indiscussa.




VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
91.66 su 3 voti [ VOTA]
Rob
Giovedì 11 Ottobre 2018, 15.58.15
7
Grande recensione, precisa e puntuale come al solito! Paolo non ne scazza una! Il disco è un capolavoro, l'unica pecca (per me) sono "Therapism" e "Building...", brani di livello inferiore agli altri... Ma capirai, in un lavoro così, un "neo" del genere neanche lo si nota Mio voto 90
Punto Omega
Mercoledì 10 Ottobre 2018, 21.01.02
6
Disco eccezionale, fra le migliori uscite dell'anno.
gamba.
Sabato 6 Ottobre 2018, 18.10.02
5
non mi pare così tanto orribile la copertina. l'album è interessante e non troppo immediato, va compreso. ho una piccola critica per il recensore, spero mi perdoni! perché tirare in ballo i depeche mode ogniqualvolta si senta odore di synth un po' vecchio stampo? ho ascoltato un numero indeterminato di volte scion ma non mi è mai andato a finire il pensiero sui dm. forse un nesso c'è e sono io a non vederlo, non lo escludo.
Graziano
Sabato 6 Ottobre 2018, 12.38.30
4
Stupendo ritorno. Schizofrenico al punto giusto, ma con più cura per la forma canzone. Talento compositivo assoluto. Top 5 dell'anno.
Korgull
Sabato 6 Ottobre 2018, 9.39.56
3
Ho amato vilisophe, credo adorerò anche questo... Certo potevano fare una copertina leggermente meno orribile
Flv
Sabato 6 Ottobre 2018, 9.31.20
2
per me disco dell'anno
ragade
Venerdì 5 Ottobre 2018, 22.18.47
1
capolavorissimo
INFORMAZIONI
2018
Debemur Morti Productions
Avantgarde
Tracklist
1. Endetidstegn
2. Scion
3. Chemical Heritage
4. Therapism
5. Last Resort
6. Poison Enough for Everyone
7. Building the Ship of Theseus
8. Night Vision
9. Ater
Line Up
Asgeir Hatlen (Voce)
Rune Hoemsnes (Voce, Tastiera, Batteria)
Tor-Helge Skei (Chitarra, Tastiera, Programming)
Elvind Fjoseide (Chitarra, Tastiera)
Torstein Parelius (Basso)
Tor-Arne Helgesen (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Tom Engelsøy (Voce)
Anna Murphy (Voce)
Rune Folgerø (Voce)
Ana Carolina Ojeda (Voce)
 
RECENSIONI
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