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Manilla Road - Gates of Fire
05/10/2018
( 413 letture )
Dalla notte dei tempi, dai suoi primi vagiti derivanti dai mitici riff distorti e tenebrosi e dalle tematiche controverse partorite dai Black Sabbath, l’heavy metal in senso generale è stato additato all’unisono come genere trasgressivo e fuori dagli schemi, il quale avrebbe portato le giovani e plagiabili menti a sovvertire ogni regola imposta dai “grandi” o, più generalmente, da chi ne faceva le veci. Ma quella che a molti pare sia sfuggita è una caratteristica singolare e riconducibile più che altro alle frange meno estreme del grande calderone, ovverosia quasi tutti i sub-generi che rientrano nella categoria Ancient Power della nostra webzine, ed è la nobiltà conservatrice che aleggia sia dai testi che dai suoni di tantissimi gruppi degli anni ottanta; se lasciamo da parte le derive black/death esplose in seguito possiamo notare il rigore, la fierezza e la compostezza tipici dell’epic metal, la capacità di coniugare testi impegnati socialmente e intelligenti con altri puramente fantasy sotto lo stesso sound coriaceo propria dell’heavy e del power, tutti elementi antitetici rispetto ad un qualsiasi bisogno di rottura violenta con la società e che presentano, di base, l’idea della virilità umana portata ai massimi splendori. Una sorta di musica per formare l’oltre-uomo. Forse la nostra è una visione errata dettata dai tempi in cui si scrive ma di una cosa siamo certi, cioè della superiorità etica di questo metal rispetto alla musica che va per la maggiore negli ultimi anni, e dell’epic metal su tutti per la quantità di emozioni che ci regalano da trent’anni band come i Manilla Road. Parlare dell’act statunitense a due mesi dal loro forzoso scioglimento è una buona occasione per tributare la memoria di Mark Shelton e per riscoprire un piccolo compendio di storia e di letteratura che pubblicarono il 25 luglio di tredici anni fa intitolato Gates of Fire, quarto LP realizzato in seguito alla reunion del 2000.

Ci permettiamo di definire quest’opera un qualcosa in più rispetto ad un semplice album; al suo interno troviamo una tripartizione delle nove tracce in tre sezioni (perfettamente raffigurate in copertina mediante tre triangoli infuocati), ognuna delle quali racconta in musica alcuni avvenimenti epici tratti dalla storia greco-romana e dalla letteratura norrena. Si parla quindi di un quasi concept perché i tre blocchi tematici non sono collegati in alcun modo tra loro ma nascono e muoiono durante lo scorrere delle composizioni e questo è forse l’unico limite presente in Gates of Fire, la mancanza di continuità attraverso i topics, elemento che avrebbe accresciuto i meriti extra-musicali. Musicalmente parlando, appunto, il lavoro si situa nel bollente magma con cui si forgia il metallo epico, materia di cui i Manilla Road sono tra i pionieri e tra i più apprezzati della scena, tanto che la reunion di inizio millennio pare sia dovuta alla riscoperta della band da parte di loro epigoni più giovani e alle loro dichiarazioni piene di riconoscenza verso la creatura del compianto Shelton, il quale abbandonò il microfono nella seconda reincarnazione del gruppo venendo sostituito dall’ugola non troppo distante di Bryan Patrick. Il vero filo conduttore e fulcro della musica proposta dal combo kansasiano è la sei corde suonata divinamente dal lider maximo, in grado di accentare legittimamente l’attenzione con quelli che definiremmo “virtuosismi grezzi”, definizione non ossimorica che sottintende un’ottima abilità che rimane lontana dalla pulizia del suono tipica dei classici virtuosi e che quindi si incastra alla perfezione nel tessuto connettivo dei Manilla. Il primo argomento sviscerato è impresso sotto il titolo “The Frost Giant’s Daughter” e altri non è che una storia breve del ciclo di Conan il Barbaro in cui l’eroe viene ingannato da Atali, figlia di Ymir, che lo conduce in una trappola preparata dai Giganti di ghiaccio: un riff molto simile a quello portante di Solarfall degli Immortal ci rende perfettamente l’idea del racconto, trasmette in maniera vivida le sensazioni provate in un bosco a temperatura sotto zero e apre la potente cavalcata Riddle of Steel in cui si delinea lo scenario di partenza, l’enigma che si cela dietro le rade vesti della donna. E Behind the Veil è esattamente il titolo della dolce e spiritica ballad seguente, in cui Conan si dichiara disposto a perire pur di carpire l’arcano, unico episodio acustico insieme al finale ma dotato di un mood da brividi. Capirà solo in seguito, il Barbaro, che l’illusione sarebbe stata potenzialmente fatale ed ecco che l’imboscata dei giganti viene decantata in When Giants Fall, perfetto epilogo della mini saga che raffigura la parte del combattimento nello stentoreo ritornello e negli assoli di Mark mentre al termine lascia emanare lo sconforto della fuga di Atali, tanto desiderata dal protagonista, attraverso cori cupi e privi di speranza.

Abbiamo assistito ad inizi peggiori e ancora non siamo giunti al climax, toccato, come una perfetta sinusoide, con la seconda narrazione denominata “Out of the Ashes” che fa proprie nozioni che vanno dall’Iliade allo sviluppo della civiltà Romana, con particolare accento su Enea e il suo destino di vero fondatore della stirpe da cui discenderanno Romolo e Remo. The Fall of Iliam è il pezzo più lungo e ripetitivo di Gates of Fire, parla dei fatti di Troia e della partenza del figlio di Anchise alla volta di Cartagine in compagnia di molti troiani superstiti; si divide in due parti con due diversi refrain e se nel primo il falsetto del vocalist mitiga l’aggressività delle strofe, nel secondo l’intera atmosfera è tetra e carica di sventure, proprio come il viaggio che attende il principe dei Dardani. Menzione d’onore per il lavoro dietro le pelli di Cory Christner e per l’impeccabile intermezzo ad opera del chitarrista, incapace di annoiare anche per ore. Eccoci quindi alla doppietta di rottura, quella che porta il tutto ad un livello superiore: Imperious Rise e Rome sono il culmine dell’epicità fatta canzone ed ascoltarle conoscendo il testo non può che innalzare la caratura di esse giacché non esiste tema al mondo che possa competere con la gloria e il carisma folgorante emanati dall’antica Roma, maestra di civiltà, diritto, potenza, politica, arte e chissà cosa sto tralasciando. Le linee melodiche di queste due gemme si intersecano e si emulano vicendevolmente, creando una specie di opera unica che possiede tutto il meglio che viene richiesto dall’epic metal ovverosia un suono possente ed evocativo abbinato ad un testo eroico. I Manilla Road come non li sentivamo dagli anni ottanta.

L’ultima storia, curiosamente quella che dà il titolo all’album, è quella dell’assedio delle Termopili avvenuto durante la seconda guerra persiana e presenta un trittico di canzoni ottimamente eseguite, a partire da Stand of the Spartans, abbacinante nel suo incedere che da immagine alle truppe di Serse in marcia verso Sparta, sicure della vittoria finale che non arriverà mai; si mette in mostra qui il bassista Harvey Patrick nei sinistri fraseggi che seguono al ritornello, fatto raro ma piacevole all’ascolto. Il tradimento del pastore Efialte, che suggerì agli Immortali il passo dell’Anopaia come scorciatoia per sorprendere i Greci, è il particolare esposto in Betrayal, pezzo in cui stranamente la parte del leone è prerogativa di Mark Shelton e del suo pregevole estro compositivo; otto minuti di musica da trincea, da quiete appena prima del cataclisma, da attesa spasmodica e angosciante di una tragedia che puntualmente chiude il componimento. Ed eccolo qui, l’epitaffio conclusivo, appartenente a Re Leonida I, ultimo ad arrendersi nonostante posto di fronte all’evidente sconfitta: Rest in peace my King, heroic were your deeds recita Patrick quasi sommessamente, accompagnato dall’acustica e da alcuni passaggi elettrici da pelle d’oca, degne note terminanti e terminali di un universo mitico che nessun aedo o rapsodo raccontò mai con tale intensità.

Non è per niente facile trovare veri e propri difetti in Gates of Fire, tutto scorre liscio come l’olio regalando emozioni a viso aperto e facendoci riscoprire la classicità delle nostre origini. L’unico appunto possibile è relativo alla ripetizione esagerata di alcuni riff e alcune soluzioni in brani che probabilmente avrebbero funzionato ugualmente con minutaggio ridotto, però in un contesto simile va data anche la possibilità di essere un tantino ridondanti e teatrali, specie se sotto questi strati c’è sostanza. I Manilla Road hanno dalla loro la qualità indiscutibile esposta sotto gli occhi di tutti in questo platter come in molti altri antecedenti, quindi tutto il resto va messo giustamente in secondo piano; occorre dunque rendere grazie ad un gruppo che rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo avendo influenzato frotte di giovani incalliti a ripercorrere le proprie gesta e lasciato un marchio indelebile con enorme dignità. Grazie Mark, che tu possa regnare in paradiso e sedere alla destra del Padre, siamo sicuri che anche lui adori lo strabordante pathos della tua discografia.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
87.5 su 2 voti [ VOTA]
David D.
Lunedì 8 Ottobre 2018, 23.22.52
2
Un gran bell'album davvero, ma per me (grande fan dei Manilla Road) vedere un 89 a quest'album e a Mystification 85, mi viene un po' da borbottare, infatti avrei invertito i voti. Però sta di fatto che comunque Gates Of Fire è un album davvero affascinante, sopratutto per il concept, e uno dei miei preferiti dalla loro reunion del 2001 fino alla morte di Mark, assieme a The Blessed Curse. Un genio musicale, con una fedeltà alla musica che suonava e un grandissimo rispetto verso i suoi fan e collaboratori come quello di Mark Shelton non se ne vedranno ancora molti. Una persona che nel quasi anonimato, ha contribuito a rendere l'heavy metal grande. Da me, mai verrà dimenticato. Voto album: 85
Aceshigh
Sabato 6 Ottobre 2018, 17.55.43
1
Album veramente molto affascinante, innanzitutto per la suddivisione in tre mini-concept (magari non è il termine più appropriato, ma su due piedi non me ne vengono altri), la quale però è supportata da un songwriting di livello molto alto e da un trademark sempre riconoscibile al primo ascolto. Il difetto di quest'album è una certa prolissità che rende l'ascolto un po' pesante (difetto che si riscontra anche nel successivo Voyager). I miei momenti preferiti pertanto sono quelli più immediati, in primis l'opener Riddle of Steel e la successiva Behind the Veil, pezzo veramente da brividi. Ascoltarlo e pensare che Mark Shelton non c'è più mi mette addosso una gran tristezza. Voto 85
INFORMAZIONI
2005
Battle Cry Records
Epic
Tracklist
1. Riddle of Steel
2. Behind the Veil
3. When Giants Fall
4. The Fall of Iliam
5. Imperious Rise
6. Rome
7. Stand of the Spartans
8. Betrayal
9. Epitaph to the King
Line Up
Bryan Patrick (Voce)
Mark Shelton (Chitarra)
Harvey Patrick (Basso)
Cory Christner (Batteria)
 
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