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Borknagar - Quintessence
13/10/2018
( 1112 letture )
Quintessenza: con tale termine Aristotele indicava l’etere, elemento costitutivo del mondo celeste, dotato del movimento circolare di cui solo giovano gli astri. Per gli alchimisti la quintessenza costitutiva invece la parte più pura delle cose, ottenuta dopo cinque distillazioni. In termini fisici la quintessenza è una forma, del tutto ipotetica di materia oscura o, più precisamente, un campo scalare, mediante il quale si è tentato di dar forma ad una teoria in grado di giustificare l’espansione accelerata dell’universo.

Sin dalla polisemia nonché dalla mutevolezza storicamente densa del termine scelto dai Borknagar quale titolo del loro quarto lavoro in studio è possibile scorgere quelle caratteristiche che da sempre contrassegnano la produzione dei norvegesi. A partire dall’esordio a tinte più marcatamente black/viking, la creatura sorta dall’estro di Øystein Garnes Brun ha saputo difatti istrionicamente cambiar pelle, esser plasmata dalla mano sapiente dei musicisti impegnati volta in volta nella formazione ad incarnare le ispirazioni più disparate. Queste ultime avevano ampiamente preso forma e consistenza nell’ottimo The Archaic Course, nel quale Brun e soci piantarono il seme di quanto avrebbero dato alle stampe nella decade successiva, sicché Quintessence costituisce inevitabilmente una sorta di terra di mezzo. Anzitutto si tratta del secondo disco giovantesi della prestazione vocale funambolica di I.C.S. Vortex -chiamato ad occupare l’ingombrante scranno lasciato vuoto da Garm- nonché il primo che vede avvicendarsi alle pelli Asgeir Mickelson, a seguito della prematura scomparsa di Erik Brødreskift -in arte Grim- che aveva peraltro militato nei conterranei Gorgoroth. A suggellare il novero dei nomi illustri coinvolti nel progetto è Peter Tägtgren, al quale si deve il mixing direttamente dal cuore degli Abyss Studio. Non ci resta dunque che addentrarci nel vivo della produzione al fine di godere di quanto i Borknagar ebbero da offrire al proprio pubblico quasi un ventennio fa, celato dall’essenzialità dell’artwork vermiglio. L’apertura è affidata a Rivalry of Phantoms, nella quale una sezione ritmica sostenuta e robusta fa da canovaccio a incursioni di hammond negli intermezzi in cui il drumming allenta la propria presa. Eccettuando corrivi spoken words e cori, il clean singing di Vortex non trova particolare rilievo, lasciando la scena ad uno screaming vibrante. Tale rapporto viene parzialmente ribaltato in The Presence Is Ominous, brano in cui la componente vocale corale stempera in maniera chiaroscurale, mediante sapienti armonizzazioni, il vivido sfondo strumentale. E se il tono epicheggiante di Ruins of the Future, dovuto essenzialmente ai sapienti intrecci dispiegati dalle sei corde sottolineati dalle tastiere, oltre che alle sapienti variazioni sul tema delle ritmiche non può che deliziare l’ascoltatore, la successiva Colossus -probabilmente composizione meglio riuscita del lotto- soddisfa oltremodo le aspettative. Ad un riffing assolutamente azzeccato e ficcante sono difatti uniti da un lato una prestazione di Vortex assolutamente coinvolgente ed emozionante, dall’altro ispiratissime partiture chitarristiche in grado di tessere arabeschi magnificenti, esaltanti soluzioni melodiche pregevolissime. La strumentale Inner Landscape, rappresentante una sorta di cesura tra le due porzioni del platter, è sorretta dalla mano esperta ai synth di Nedland, il quale, lungi dall’essere un mero esecutore, si occupò della stesura stessa del brano. Segue Invincible, dotata di refrain e progressioni particolarmente orecchiabili e persino -con tutte le riserve del caso- catchy. Non altrettanto avviene con Icon Dreams che, sebbene sgorghi dallo studiatissimo incastro di soluzioni di per sé efficaci, risulta a tratti costituita da sezioni non perfettamente coese. Il breve intermezzo strumentale rappresentato da Embers fa da ouverture ad un ulteriore indimenticabile highlight, ovvero Revolt. Quest’ultima riassume in sé la poliedricità sfoderata dai Borknagar in questo Quintessence, per mezzo di intrecci di linee vocali caleidoscopiche ed a tratti stranianti e un’interpretazione stellare e suggestiva dello stesso Vortex unita a fraseggi chitarristici incisivi ed intriganti.

Cosa dire dunque, giunti alla fine dei poco più di quaranta minuti di Quintessence? Non sarebbe stato semplice né scontato riuscire a produrre il degno successore di The Archaic Course eppure il combo norvegese riesce nell’intento di dar vita ad un’opera che, pur ponendosi nel solco di quanto già realizzato, conserva la propria individualità ed impronta peculiare -caratteristica questa, ascrivibile all’intera discografia dei Nostri. Pur presentando delle sezioni più deboli ed escamotage non sempre riusciti, Quintessence resta un lavoro di assoluto rilievo, che chiunque apprezzi le varianti più eterodosse del black dovrebbe includere in una ipotetica lista di oggetti da recare con sé in un’isola deserta. Sebbene sia di poco inferiore al suo immediato predecessore, non mancherà di regalare istanti indimenticabili a chiunque lo faccia proprio.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
82.5 su 4 voti [ VOTA]
draKe
Domenica 14 Aprile 2019, 15.35.56
4
discone da mettere nell'olimpo del metal! Il valore aggiunto resta Vortex sia come cantante (sperimentatore instancabile, sia nel pulito con le sue armonizzazioni che nel growl -sentasi "genesis torn") che (e nessuno lo ricorda mai...) come bassista (è un po' come se trasponesse il suo stile vocale sul basso, armonizza con accordi e arpeggi continui come se stesse suonando una chitarra, riempiendo e valorizzando così anche le trame di chitarra), ma vorrei anche spezzare una lancia in favore del nuovo entrato Mickelson alla batteria, vero mattatore dotato di una buona fantasia oltre che precisione d'esecuzione, pur ricordando molto il buon Hellhammer. Se a tutto ciò aggiungiamo un certo Tägtgren alla seggiola del mix.....ciaone!! I pezzi sono una bomba di cattiveria cosmica, con i primi quattro davvero da 100 e lode (personalmente The Presence Is Ominous e Colossus se la giocano per la medaglia d'oro), poi dall'intermezzo Inner Landscape in poi si perde un po' di ispirazione che viene invece ritrovata nella 8 e nella 10. Insomma un disco da avere a tutti i costi!!
duke
Mercoledì 17 Ottobre 2018, 20.58.02
3
una band che ha sempre prodotto bei dischi...
Korgull
Domenica 14 Ottobre 2018, 18.54.29
2
Grande grande disco!
tino
Sabato 13 Ottobre 2018, 14.30.47
1
Per me un disco splendido, non ai livelli del capolavoro the olden domain ma comunque riuscito. Simen un punto di forza con la sua voce splendida
INFORMAZIONI
2000
Century Media Records
Black / Prog
Tracklist
1. Rivalry of Phantoms
2. The Presence Is Ominous
3. Ruins of the Future
4. Colossus
5. Inner Landscape
6. Invincible
7. Icon Dreams
8. Genesis Torn
9. Embers
10. Revolt
Line Up
I.C.S. Vortex (Voce, Basso)
Øystein G. Brun (Chitarra)
Jens F. Ryland (Chitarra)
Lars A. Nedland (Tastiera, Synth)
Asgeir Mickelson (Batteria)
 
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