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Primordial - To the Nameless Dead
20/10/2018
( 1169 letture )
Where is the fighting man?
Am I he?
You would trade every truth
For hollow victories

Every empire will fall
Every monument crumble
Forgotten men who watch the centuries


Se potessimo rintracciare una grande costante nei meccanismi della storia, questa sarebbe la caducità delle strutture degli stati.
Tale “temporaneità” non coinvolge necessariamente la cultura o le tradizioni (che possono sopravvivere anche agli stravolgimenti di tali architetture), ma l'organizzazione -in senso politico- che raggruppa gli esseri umani, dalle tribù isolate ai grandi imperi.
Sin dagli albori, la caratteristica vincente di Homo Sapiens è stata la capacità di comunicare mediante linguaggi complessi e -così facendo- costruire società complesse. Queste gli hanno permesso di conquistare il mondo, ma non hanno alterato la sua natura, che se da un lato si mostrava aperta alla socialità, dall'altro non riusciva ad escludere un'innata pulsione individualistica, che spesso superava il lecito limite dell'istinto di sopravvivenza.
Violenza, brama di potere, corruzione, disonestà. Sono solo alcuni dei tanti “peccati” tipici dell'umanità. Tratti distintivi certo, ma nel contempo elementi strutturali che -sul lungo periodo- tendono a portare alla rovina.
Così caddero gli imperi, crollarono i regni e si stravolsero le democrazie. Cartagine, Roma, l'impero britannico, il Terzo Reich, il Cile di Allende, scegliete voi.

Era il 2007 quando usciva To the Nameless Dead, opera sesta di una delle band più importanti se non la più importante mai prodotte dalla Repubblica d'Irlanda.
Quei Primordial che avevano iniziato il loro percorso dodici anni prima con la pubblicazione del seminale Imrama e che da allora avevano imbastito una serie di prove -de facto- sempre di alto livello.
Una continuità importante quella del quintetto di Dublino, che album dopo album si andava a collocare in una terra di mezzo -tutta sua- tra black e folk metal, dividendo gli amanti della classificazione ed elettrizzando i fan interessati più al prodotto finale che alla sua categorizzazione.
To the Nameless Dead non fa eccezione, mesce i generi suddetti in una combinazione che suona riconoscibile anche per l'uso sottile e per niente “caciarone” della componente folk. Che in questo caso è dettata non tanto dalle singole componenti strumentali (chitarra acustica soprattutto), ma dalle melodie che fanno da substrato alla parte “violenta” del sound dei Primordial.
Per spiegare meglio: basta prendere come esempio principale Heathen Tribes, che non solo si apre e prosegue con uno strumming insistito della chitarra acustica, ma reitera quella semplice melodia durante tutto il corso della canzone (che si fa invece intenso e movimentato), ricreando -in più passaggi- quel senso di malinconia che emerge -non raramente- dal folk irlandese.

Yet when to Ireland we return
I know that I am home at last
And every sun that sets
Takes me closer to her Earth


L'inquietudine che permea To the Nameless Dead affonda le radici in quel tipo di tradizione, ma rimane come uno spettro che aleggia costantemente su brani oscuri, che si muovono avanti e indietro da territori più o meno black.
Ciáran MacUiliam e Micheál O'Floinn costruiscono un'architettura chitarristica complessa ed efficace. Dai citati passaggi acustici dal sapore folk a clean densi di delay e riverbero (apertura di Empire Falls, bridge di As Rome Burns) che contribuiscono ad enfatizzare il “meteo” plumbeo che permea il platter.
Il riffing distorto si snoda senza sosta tra tremolo picking, armonizzazioni a due chitarre, arpeggi vincenti e un modo di costruire melodie che a tratti ricorda un approccio death/doom.
C'è buon gusto compositivo, c'è classe nella scelta dei timbri e soprattutto, c'è capacità esecutiva.
Ad aiutarli c'è poi il quattro corde di Pól MacAmlaigh, che passa dal seguire i riff della chitarra in modo fedele -gonfiando però enormemente il sound- a momenti in cui, nella relativa semplicità delle sue linee, tira fuori passaggi di una drammaticità disarmante (sempre il bridge di As Rome Burns o l'apertura di Gallows Hymn).
Dietro le pelli Simon O'Laoghaire è autore di una prova maestosa. Non è tanto il fatto che abbia una bella mano e un gran gusto nel creare dei filler o delle variazioni sul tema che non rendono mai monotono il lato ritmico di To the Nameless Dead, quanto più che sappia utilizzare una grande varietà di stili per approcciare pezzi che alcuni suoi colleghi avrebbero interpretato in modo molto più mono. C'è la componente percussiva quasi tribale di Heathen Tribes, il drumming solido ma lento nell'incedere di As Rome Burns e il blast beat furioso e senza pietà di Traitors Gate, che risulta essere il brano più black oriented degli otto.
Al microfono la prova di Alan Averill “ Nemtheanga” è qualcosa che entra a buon diritto nel Gotha della musica estrema. Non solo i suoi testi sono di una profondità stupefacente, ma la carica emotiva con cui li interpreta è qualcosa che va al di là della professionalità o della passione per ciò che si fa. C'è una riuscita alternanza tra il suo straziante pulito (anche se, ad onor del vero c'è quasi sempre un filo di voluta “sporcatura”) e lo screaming usato con più parsimonia. Tra l'altro, per quanto la sua tendenza sia quella di viaggiare su tonalità medio alte, c'è anche un utilizzo delle tonalità più gravi altrettanto godibile che esce nei narrati o nei momenti più “rilassati” che contribuisce ancora di più a farci apprezzare la sua versatilità.

Vogliamo parlare poi della produzione?
Registrato in Galles presso i Foel Studios, To the Nameless Dead è un autentico esempio di come dovrebbe suonare un disco black. Non necessariamente grezzo ma sincero nei timbri, parco nella compressione e con un mix che non faccia perdere nessuna sfumatura.
Le chitarre sono ricchissime da un punto di vista delle armoniche eppure non sono patinate, conservano anche un certo approccio simil “presa diretta” udibile negli stacchi a volte sfasati.
Il basso c'è, un po' indietro, ma è presente in termini di volume, talvolta meno in termini di definizione, ma parliamo davvero di quisquilie.
La batteria è registrata sicuramente con un gran drumkit e degli ottimi microfoni, perché suona corposa ma per niente “finta”, elemento che valorizza ancora di più la capacità di Simon di gestire le dinamiche della sua esecuzione.
I volumi bilanciati e un mastering non troppo aggressivo fanno il resto.

To the Nameless Dead è uno dei vertici della carriera della band di Dublino.
Il problema con i Primordial è che la loro produzione è talmente costante (in termini qualitativi), che è poi difficile stabilire una classifica scevra dai gusti personali.
È sicuramente più produttivo pensare al quadro complessivo e inquadrare anche questo disco come uno dei capolavori di una band che in realtà non ha mai prodotto un disco sottotono.
La complessità delle sue atmosfere, la bellezza di ogni singolo brano e il concept impegnato hanno confezionato un disco da ascoltare, riascoltare e custodire gelosamente.
Gli imperi e i monumenti cadranno pure, ma i Primordial non vacillano. Mai.

Tell me what Nation on this Earth
Is not born of Tragedy?
That has not felt such harsh weapons
Wielded by cruelty's desire



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
97 su 9 voti [ VOTA]
Claudio
Lunedì 8 Luglio 2019, 23.22.07
8
Discone
Le Marquis de Fremont
Lunedì 22 Ottobre 2018, 13.53.03
7
Cito dalla (ottima!) recensione: "Il problema con i Primordial è che la loro produzione è talmente costante (in termini qualitativi), che è poi difficile stabilire una classifica scevra dai gusti personali. È sicuramente più produttivo pensare al quadro complessivo e inquadrare anche questo disco come uno dei capolavori di una band che in realtà non ha mai prodotto un disco sottotono." Faccio veramente fatica ad aggiungere altro. Una delle mie band preferite in assoluto, perché ogni loro album è da ascoltare e riascoltare nella grande intensità e bellezza dei pezzi che sanno offrire. Questo To The Nameless Dead, non fa eccezione. Spettacolare e non esagero. Au revoir.
InvictuSteele
Lunedì 22 Ottobre 2018, 1.55.26
6
Il miglior album della band, un vero capolavoro di post black. Magnifico, voto 90
Polzen
Sabato 20 Ottobre 2018, 19.19.49
5
Uno dei migliori dischi dei 2000 e non esagero, epico drammatico e guerriero
Sorath
Sabato 20 Ottobre 2018, 15.31.27
4
No Nation on This Earth mi fa venire la pelle d'oca ad ogni ascolto, e ogni volta aumenta l'epicità.Il mio commento finisce qui.Alla prossima.
Korgull
Sabato 20 Ottobre 2018, 15.12.02
3
Una delle migliori recensioni che ho letto, completa e profonda. Daccordissimo sul voto
entropy
Sabato 20 Ottobre 2018, 14.26.12
2
Fantastico!
Alessio
Sabato 20 Ottobre 2018, 13.06.55
1
Capolavoro assoluto. Forse il picco più alto della loro già molto alta produzione. Gia c'era. Voto davvero giusto.
INFORMAZIONI
2007
Metal Blade Records
Folk/Black
Tracklist
1. Empire Falls
2. Gallows Hymn
3. As Rome Burns
4. Failures Burden
5. Heathen Tribes
6. The Rising Tide
7. Traitors Gate black
8. No Nation on This Earth
Line Up
A.A. Nemtheanga (Voce)
Ciáran MacUiliam (Chitarra)
Micheál O'Floinn (Chitarra)
Pól MacAmlaigh (Basso)
Simon O'Laoghaire (Batteria)
 
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