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Alms - Act One
22/10/2018
( 443 letture )
Are you hearing this shit?!? What year we are in? Forgive me but Wolfmother you suck! (risate generali di chi sta intorno a Mike Patton)
Help me, I'm fucking crazy? Can I get an amen? (tentativo di spiegazione di qualcuno)
Oh my God! Enough already... Are people that stupid I guess they are... I didn't have to say... Y'all got ears (chi sta dietro la telecamera prova a riprendere l'argomento dell'intervista)
Sorry, I was about to... (puke ndR)
Reazione di Mike Patton durante l'esecuzione live di Woman dei Wolfmother

In effetti non è proprio il massimo che un disco porti ad evocare una delle reazioni più esilaranti all'ascolto di una band non gradita, ma questo è quanto accaduto una novantina di secondi dopo aver avviato Dead Water, ovvero la traccia che apre Act One, album di debutto degli Alms, ma andiamo con ordine... Dicevamo Alms, giovane formazione proveniente da Baltimora, nel Maryland. Con un demo pubblicato nel 2017, contenente due soli pezzi, il quintetto riesce ad accaparrarsi subito la fiducia di un'etichetta piuttosto rodata come la Shadow Kingdom Records, approdando nel breve volgere di diciotto mesi al traguardo del primo full length, oggetto di questa recensione. Età media circa 30 anni, nessuna esperienza passata significativa per i componenti della line up, dettagli simili, ovviamente, non rappresenterebbero di per sé un'aggravante, ma insieme al giudizio di merito riescono a tratteggiare un quadro più chiaro sul perché non si sia mai sentito parlare di nessuna di queste cinque persone e del perché, se non dovesse cambiare più di qualcosa nei contenuti della proposta, l'oblio pentagrammatico è minacciosamente dietro l'angolo.

Andiamo dunque al nocciolo della questione, ricollegandoci all'introduzione della recensione, i Wolfmother rappresentano uno degli sterminati esempi di gruppi che basano il proprio songwriting riprendendo le sonorità tipiche del rock anni '70. In questo calderone ovviamente si sono distinte alcune formazioni che evidentemente non si sono limitate alla riesumazione di un genere, ma che hanno preferito provare ad “andare oltre”, aggiungendo un tocco di personalità nel songwriting ad esempio ibridandolo con alcuni generi più recenti appartenenti al filone doom, fattore che (insieme ad altri ovviamente) alla luce dei fatti può fare la differenza, basti pensare alla prova degli Avatarium nei due ultimi album The Girl With The Raven Mask e soprattutto Hurricanes and Halos. Gli Alms si avventurano proprio in distretti similari ma con risultati profondamente diversi, imputabili in prima istanza a capacità e competenze tecnico/armoniche piuttosto limitate (almeno, questa è l'impressione che si ricava ascoltando il platter). Anche in questo caso, un simile parametro non rappresenterebbe un problema rilevante, se ad esso vi fosse associato un guizzo di genio sul versante compositivo (è capitato spesso e volentieri infatti in queste pagine virtuali di aver avuto a che fare con gruppi dall'approccio “ignorante” ma dalle pulsioni compositive brillanti), ma non si rivela questo il caso, anche se d'altra parte occorre ammettere che qualche spunto interessante esiste, ad esempio i bei riff introduttivi di Dead Water e For Shame, così come la sezione di basso che avvia la conclusione di Deuces Low (ma perché scrivere nei credits “Fender bass”? Ritornano prepotentemente alla memoria gli anni '90, quando alcuni ragazzini erano convinti che comprando le Air Jordan si potesse saltare di più giocando a basket...) o ancora la chiusura di Hollowed. Non si può affermare altrettanto invece del resto degli esigui trentaquattro minuti di Act One, in cui la scialberia dilaga tra sezioni piuttosto scontate e dozzinali che traboccano in qualche inciampo imbarazzante (al proposito si cita in primis lo stacco conclusivo a 5:00 di The Offering e quelli di Deuces Low in stile heavy for dummies, le battute “energiche” inserite nel core di The Toll con il fine di infondere al pezzo maggiori sfumature, l'intera The Offering ovvero la traccia peggiore del lotto, al cui cospetto risulta impossibile rimanere imperturbabili di fronte alla bruttura delle linee vocali, del main riff e dei fraseggi così basilari che perfino un bambino sforzandosi riuscirebbe a compiere un'impresa migliore). In questo marasma non riescono a sorreggere le deboli impalcature dei brani nemmeno le voci di Sweene e Kamen che addirittura assumono il ruolo di elemento peggiorativo non solo a causa delle linee vocali adottate ma anche per i timbri delle loro rispettive ugole, le quali alla lunga centrano il tutt'altro che memorabile obiettivo di suscitare una persistente sensazione di fastidio (ed in questo caso il secondo cognome citato assume un peso maggiore, nell'impresa).

Per quanto concerne il versante della produzione, invece, tutto risulta al suo posto come è giusto che sia; gli strumenti appaiono infatti ben calibrati nelle frequenze e su tutti prevale con una funzione avvolgente l'organo caldo di Jess Kamen, capace di infondere all'amalgama sonoro quel caratteristico sapore rétro; anche la copertina semplice e accattivante riprende in funzione di rinforzo tale appeal. Dal punto di vista formale, dunque, Act One si rivela un disco ben confezionato, che dietro il suo scintillio presenta nei fatti contenuti piuttosto basilari, piatti e deludenti, che ritraggono cinque musicisti che con molta probabilità hanno bruciato le tappe troppo velocemente e che devono lavorare parecchio sui diversi layer che caratterizzano la loro proposta al fine di renderla effettivamente convincente o per lo meno ergerla al di sopra di una sufficienza. A quanto pare, però, una parte non trascurabile della critica sembra essere caduta vittima di un'inspiegabile fascinazione, al punto che ci è capitato di imbatterci finanche in iperboliche valutazioni che, partendo da un enfatico “Nice!”, si sono spinte fino a “Doomilicius”, per raggiungere addirittura le colonne d'Ercole di “album of the year”, a sancire che si sta perdendo completamente la capacità di distinguere un disco valido da uno meno che mediocre. Eh vabbè... Y'all got the ears, diceva qualcuno...



VOTO RECENSORE
50
VOTO LETTORI
51.33 su 3 voti [ VOTA]
alessandro
Lunedì 25 Febbraio 2019, 9.19.16
1
mai recensione fu più sbagliata! credo sia un gran bel disco, con evocazioni a coste datate ma originale e ben suonato! ottima band
INFORMAZIONI
2018
Shadow Kingdom Records
Heavy/Doom
Tracklist
1. Dead Water
2. The Toll
3. For Shame
4. The Offering
5. Deuces Low
6. Hollowed
Line Up
Bob Sweeney (Voce e chitarra)
Jess Kamen (Voce e tastiera)
Danny McDonald (Chitarra)
Andrew Harris (Basso)
Derrick Hans (Batteria)
 
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