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Brant Bjork - Mankind Woman
03/11/2018
( 501 letture )
In un 2018 che verrà ricordato come un anno dei grandi ritorni in vari generi - si consulti il database per vedere un po’ a che nomi ci stiamo riferendo -, non poteva di certo mancare anche il comeback di uno dei padrini dello stoner: Brant Bjork. Cercherò di non dilungarmi troppo sul suo profilo, ad esempio sul perché egli sia uno dei miei batteristi di riferimento (parere, questo, figlio certamente di una certa soggettività e, pertanto, arduo poterlo spiegare “solo” a parole). Piuttosto, si tenterà di tracciare un profilo biografico, oggettivo, lineare e sintetico, rivolto, principalmente, a chi non conosce ancora questa figura di fondamentale importanza, da circa un trentennio a questa parte, del cosidetto “desert rock”. Colui che, senza troppi giri di parole, può essere considerato, insieme a pochissimi altri eletti, uno dei capostipiti del “sound del deserto”, ma allo stesso tempo, una di quelle figure che hanno trasportato l’hard rock e la psichedelia nel nuovo millennio, sia pure talvolta con esiti alterni.
Lavori essenziali, per conoscere questo polistrumentista e lo stoner-universo, sono sicuramente i full-length, di cui due pietre miliari, pubblicati in veste di batterista con i Kyuss: Wretch, Blues for the Red Sun e Welcome to Sky Valley. Dopo la dipartita dalla band di Josh Homme e John Garcia causata dagli arcinoti dissidi interni, il nostro Brant Bjork ha intrapreso inizialmente una carriera fatta di collaborazioni che lo hanno portato a suonare, ad esempio, nei Fu Manchu dal 1997 al 2001, nei Mondo Generator dell’ex compagno Nick Olivieri, dal 1997 al 2003, e nei Vista Chino, cioè con gli ex Kyuss resuscitati da Napalm Records, meno Josh Homme. Oltre all’ottima prova nelle vesti di produttore dell’esordio dei Fu Manchu, No One Rides for Free (1994, Bong Load Records), di questi anni di vagabondaggio/pellegrinaggio va ricordato almeno The Action Is Go (1997, pubblicato per Mammoth Records) con i Fu Manchu, prima di ritrovarlo ancora una volta dietro le pelli in Cocaine Rodeo (2000, Southern Lord) e A Drug Problem That Never Existed (2003, Ipecac Recordings) con i Mondo Generator e Peace con i Vista Chino. A queste collaborazioni (elencarle tutte sarebbe impossibile in sede di recensione), si somma una buona carriera solista, che può vantare almeno un capolavoro dello stoner, Jalamanta, e un altro lavoro di spessore, Brant Bjork & The Operators (2002, Music Cartel), ma anche una serie lavori non all’altezza del monicker stampato sulla copertina.

Archiviati Tao of the Devil in collaborazione con la Low Desert Punk Band (2016, Napalm Records) e il live album Europe ’16 (2017, Napalm Records), questa volta è la label capitolina Heavy Psych Sounds a licenziare la dodicesima fatica sulle lunghe distanze della leggenda di Palm Desert. Brant Bjork imbraccia ogni strumento come ai tempi di Jalamanta, salvo dove indicato, e piazza un album per nostalgici, caldo, onesto, permeato più dalla passione che dal mestiere fine a se stesso. Un album dove le sonorità stoner pastose della sezione strumentistica incontrano i fasti dei sixties, gli umori funky, la psichedelia hendrixiana, i riff dei Cream e di altri eroi dell’epoca d’oro di fine decennio. Chiedersi perché ascoltare Mankind Woman, o estendendo la domanda, perché ascoltare l’ennesimo album revivalista risulta superfluo: in primis ci sono band e band. Brant Bjork non è la prima new entry raccattata dal marciapiede di un quartiere di Los Angeles. Già questo dovrebbe farvi propendere per un ascolto, come dire, quantomeno contrassegnato da un minimo di interesse. In secondo luogo, Mankind Woman ha le “canzoni”. Brani con un’anima, brani dove i sacri crismi woodstockiani vengono rispettati, brani dove la componente passionale viene esaltata e posta sempre dinnanzi a tutto. È rock! Quando si dice che tutto è già stato scritto in passato, che questo genere non ha più niente da dire, che è meglio abbuffarsi del vecchio, piuttosto che fiondarsi sulla duecentesima band clone, beh, è terrificante sentirlo dire. Non sarà più possibile replicare un Disraeli Gears, un Are You Experienced o altri classici, semplicemente perché senza lavori come questi non ci sarebbe stato un “poi”. Essi hanno dato il “la” a un trend emulato per decenni, hanno rappresentato il “nuovo” che ha rimpiazzato il “vecchio”, e dopo di loro, altri lavori hanno raccolto questa eredità, quella di “pietra miliare”, nei decenni successivi, anche in altri generi, dando vita ad altre correnti. Mankind Woman non vuole fondare o riformare nulla, non vuole essere la voce delle masse di pacifisti, hippies o studenti in rivolta del 2018. Mankind Woman, con i suoi pregi e difetti, guardando -senza nasconderlo- al passato, vuole essere un album rock come lo si intendeva un cinquantennio fa, tondo tondo. Però Mankind Woman ha un asso nella manica. E questo asso nella manica non si chiama né Bubba DuPree, né Nick Oliveri, ma Brant Bjork. Uomo e musicista che veicola in queste undici tracce la sua personalità e i suoi tratti personali, la sua cultura, su tutti quel senso ritmico che lo contraddistingue da sempre in ogni strumento gli venga sotto mano. L’abbiamo detto in apertura: questo lavoro è onesto. È consapevole dei propri limiti, non ci sono pretese, ma, a volte, le cose semplici regalano anche delle soddisfazioni. Se il singolo Chocolatize risulta come uno dei brani più deboli del lotto, è dalla seconda traccia che cominciano a fioccare le soddisfazioni. Lazy Wizards si regge su un riff incisivo, che prosegue con un andamento, appunto, “lazy”, che si trascina in fraseggi barcollanti. Pisces esalta la voce di Bjork, prima annoiata, poi incalzante, fra chitarre sporche che vanno e vengono. Charlie Gin possiede una ritmica velvetiana, compatta, un refrain efficace e schitarrate sgangherate in apertura travolgenti. Trascorrono pochi minuti e giungiamo alla title-track, gioiellino di slow rock sixties. Chi svetta, in questo caso? Un wah e una sana dose di psichedelia, conditi da un cambio tempo avvincente nel finale. Sicuramente uno degli episodi più riusciti dell’intera opera. Swagger & Sway prosegue sulla falsariga della precedente, dilatando ancor di più la componente psych, a discapito della velocità, ma senza il pathos della title-track. Dopo sei brani farciti da questa amata/odiata/discussa componente “sixties”, i falsetti e i vocalizzi à la Prince introducono Somebody, la più affascinante jammata desert che il sottoscritto abbia avuto modo di ascoltare nell’ultimo anno. Ricetta: due riff, un wah funky, urla disconnesse saltuarie intrecciate a dei sussurri e tanto groove nel finale. Manca solo il falò e il gioco è fatto. Pretty Hair è un mid-tempo grintoso, dove prevale di più la componente blues oriented, che sfocia poi in un assolo pregevole, mentre Brand New Old Times è un brano contrassegnato da tonalità allegre, ma senza infamia e senza lode. La doppietta conclusiva, 1968/Nation of Indica, riprende in mano il discorso stoner: nella prima, questo aspetto emerge con un certo strazio, grazie ai versi ben scanditi da Bjork, aggrovigliati in ritmiche dai toni foschi, mentre la seconda è un altro marchio di fabbrica sabbioso, lento e sinuoso, in pieno stile Kyuss della seconda e ultima ora.

Mankind Woman è il ritorno di un vecchio rocker incallito che non vuol cambiare. È un’opera nostalgica, è un rimanere fedele ai propri ideali, è l’ennesima prova di forza di chi si trova a proprio agio in un determinato habitat, e quello dev’essere. Il tempo può aver affossato le idee, la freschezza compositiva, perché episodi meno riusciti, rispetto ad altri, ne troviamo anche in questo lavoro, e nonostante manchi il pezzo da antologia, il nostro guru si difende ancora egregiamente bene sia nei lidi stoner (vorrei ben vedere…), sia nei territori più marcatamente sessantiani, poiché lo scorrere del tempo non potrà mai affossare né la passione, né il talento. Questo lavoro va ascoltato senza pregiudizi. È rock, e di pregevole fattura, semplice, ma ficcante. Accantonate i pregiudizi: gli unici compagni di questo viaggio dovranno essere i vostri Wayfarer, il sole, il tramonto e risate spensierate. Siano le stelle a cullarvi, in questa lunga notte.

I’m gonna let the stars show me the way.
(Brant Bjork, Low Desert Punk)



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Heavy Psych Sounds
Stoner
Tracklist
1. Chocolatize
2. Lazy Wizards
3. Pisces
4. Charlie Gin
5. Mankind Woman
6. Swagger & Sway
7. Somebody
8. Pretty Hair
9. Brand New Old Times
10. 1968
11. Nation of Indica
Line Up
Brant Bjork (Voce, Tutti gli strumenti)
Bubba DuPree (Voce, Chitarre, Basso, Percussioni)

Musicisti ospiti
Jonas Rydberg (Basso in Traccia 1)
Nick Oliveri (Voce in Traccia 1)
Armando Secco Sabal (Basso in Traccia 1)
 
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