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Clutch - Book of Bad Decisions
08/11/2018
( 1410 letture )
AAA Indicazioni per l’uso di suddetto Book of Bad Decisions: prima di premere “play”, assicuratevi bene che il volume rimanga inchiodato a livelli dannosi per il vostro udito per tutta la durata dell’opera. Cordialmente.

Ventisette anni di onoratissima carriera, dodici lavori in studio contrassegnati da rarissimi bassi (nessuno?) e tantissimi alti, una line-up costante, stellare, affiatata come poche altre se ne vedono al giorno d’oggi e, come se non bastasse, un’etichetta, tale Weathermarker Music, di proprietà della band. Pare una storia d’altri tempi. Chi non li conosce ancora, i Clutch, colossi inossidabili del rock made in Maryland, li recuperi in fretta e furia, non appena terminata la lettura di questa recensione: cliccate a destra e sparatevi tutto d’un fiato i due full-length precedenti, Earth Rocker e Psychic Warfare, ché di qualità ne troverete a iosa in questi solchi e si tratta dei lavori più vicini (non solo temporalmente..) a questo nuovo, ultimo gioiello: Book of Bad Decisions. E poi, non lo so, entrate in “modalità scatola chiusa” e pigliatevi Blast Tyrant (2004, DRT Entertainment), con quell’artwork figlio di un trip lisergico velenoso, oppure Pure Rock Fury (2001, Atlantic Records). O più saggiamente, ripercorrete la loro discografia in ordine cronologico. Invece, per chi li conosce già, beh, fortunati noi. Tanto basta per presentare i Clutch.

Anzi, entriamo nel merito con una dichiarazione che il sottoscritto si teneva dentro, latente, da tempo. Dal 2013, per essere precisi. Dichiarazione forte, ne è consapevole chi sta scrivendo, ma necessaria per enucleare il lavoro e la band in questione, perché Book of Bad Decisions non è un album qualunque. E aggiungo: a maggior ragione mi preme farla, quando leggo, o sento qua e là, che “il rock è morto dal 1994”.
3,2,1: i Clutch, nel 2018, sono il miglior act che offre il rock duro a stelle e strisce. Quello più canonico, quello che poggia sulla tradizione seventies, per capirci. Sì, l’ho detto. Finalmente. E ripensandoci non mi sembra neppure un’affermazione così tanto scandalosa, visto cosa (non) offre oggi il panorama d’Oltreoceano in questo calderone. Perché, beh, riflettiamo un secondo e facciamo il punto della situazione. Ma prima, alt: se qualcuno avesse intenzione di polemizzare o aggiungere nomi, lo fermo in anticipo. Niente noise, niente influenze post-hardcore, niente sperimentalismi, niente indie, niente lo-fi, quindi niente Car Seat Headrest e il loro sensazionale Twin Fantasy (Face to Face) . Dunque: cosa va e cosa non va nel panorama “rock mainstream” statunitense, lo abbiamo capito un po’ tutti. Un ricambio generazionale che non arriva, o stenta ad arrivare, trend che seppelliscono i precedenti trend (che il rock non è più un fenomeno planetario, lo abbiamo capito un po’ tutti…), le band storiche continuano a riempire stadi, ricorrendo alle volte a improbabili(ssime) reunion (ogni riferimento è puramente casuale), a “Farewell Tour” veri quanto una moneta da tre euro e, nel mentre, campano di rendita da qualcosa come trent’anni. Già, inclusi i miei amatissimi Pearl Jam. Viva la sincerità, signori miei. Poi abbiamo le band che emulano più o meno bene i loro beniamini - come in tutto il resto del globo – e qui per loro, sul piano “fama-notorietà-rendita”, la situazione si complica assai, vista la concorrenza e l’ampia offerta che offre il mercato odierno. E ancora: grandi prodotti d’etichetta arrivati alle masse non si sa come (un plauso al proprio entourage, al produttore e a tutto il carrozzone che ci lavora dietro), e, giunti ormai alle briciole, abbiamo i Clutch. Briciole? Traduciamole a parole, queste briciole; Earth Rocker: posizione numero quindici di Billboard. Psychic Warfare: posizione numero undici di Billboard (miglior piazzamento di sempre della band). Book of Bad Decisions: posizione numero sedici di Billboard. E in un’epoca dove il rock lo ascoltano solo pochi superstiti e il supporto fisico viene usato ancora da pochi impavidi, questa posizione numero sedici è un dato eccellente. Ma il nocciolo del problema, o almeno così è stato fino all’uscita di questo nuovo lavoro, lo ritroviamo a monte: i Clutch ce li filiamo in quattro gatti. Un po’ per volontà loro, un po’ per volontà dei “Master of Puppets” del music business. Ecco a voi le briciole. Noi siamo le briciole. Ci auspichiamo che tutto ciò cambi, drasticamente. Non ho mai visto valutazioni negative date ad un loro album, ovunque vengono lodati, ovunque macinano consensi e quest’ultima fatica discografica è la conferma alla conferma del loro songwriting stellare e dello stato di grazia in cui i Nostri si trovano da diversi anni.

Per il momento stop con le considerazioni, perché lo so, volete sapere qualcosa sul disco. Book of Bad Decisions è l’album più accessibile mai composto dai Clutch. Che non è mica un difetto. Come capita da un paio di capitoli a questa parte, non si capisce realmente cosa stiano suonando i Nostri. Viene smorzata quasi definitivamente la componente stoner e psych, anche se l’asse degli strumenti cordofoni (Sult/Maines) suona ancora saturo e gonfio, la vena southern rimane presente in buona quantità e, a questo giro, abbiamo pure gli strumenti a fiato che conferiscono un taglio funky/ballabile ad alcuni tasselli dell’opera. Quindi, ricapitolando: cos’è? Stoner? Neanche per idea. Troppo diluito, troppo sciacquato rispetto a ciò che ci è stato insegnato dai maestri. Southern rock? Già meglio, ma, anche qui, dei dubbi persistono. Funky? Nope. It’s only fucking hard rock! Mi rivolgo a chi non li conosce ancora: è la vostra grande occasione, fatevi avanti! Questo lavoro farà a botte con i due precedenti per lo scettro di questo nuovo corso, ma perché scegliere un Re, quando possiamo averne tre, e tutti di una certa caratura? Se fossi in possesso di una radio locale trasmetterei a ripetizione Gimme The Keys, How To Shake Hands, In Walks Barbarella, Emily Dickinson o H.B is in Control, che ne so, tanto per far rifiatare la solita playlist di dieci/quindici canzoni che ci ritroviamo ad ogni ora del giorno. Potrà venir criticata la lunghezza, a questo lavoro, ma, dati alla mano, più della metà dei brani sono potenziali hit radiofoniche da inculcare con forza alle nuove generazioni, mentre gli altri li definiamo filler, quando in realtà si tratta di brani buonissimi, ma che scompaiono al cospetto della magnificenza degli altri. E scrivere di un lavoro di tale portata è tutto sommato semplice. La prima porzione, che comincia con il singolo Gimme The Keys e si chiude con Emily Dickinson, è senza dubbio la più easy-listening e anche quella più riuscita. Ma tranquilli, anche la seconda parte riserverà almeno tre gemme di uguale caratura.
Gimme The Keys porta avanti la tradizione delle “grandi opener”, alle quali ci hanno abituato i Nostri. Si tratta di un brano autobiografico (per approfondire rimando al canale ufficiale della band su Youtube, dove Neil Fallon spiegherà tutto) e presenta tutti i connotati del sound Clutch, che in queste tre minuti raggiunge esiti elevatissimi. Riffing serrato, arpeggi lievemente dissonanti, ripartenze esplosive, cambi di registro del frontman, assolo melanconico e si martella sul refrain da manuale, che, lord, merita una citazione:

Great plains, hardcore scenes
May not be the biggest, but, lord, they’re mean
And though my mind has been shot to hell
The details of the night I remember well.


Spirit of ’76 ha un ritmica più controllata rispetto alla canzone precedente, ma presenta almeno un paio di elementi che la elevano tra gli highlights del disco: in primis, il ritornello accattivante, pronto e imballato per la platea, e in secondo luogo, la successione di bending di Tim Sult, da brividi, che costituiscono anche l’ossatura principale del brano. Giunti alla title-track, si tira ulteriormente il freno a mano: tappeto di basso di Dan Maines lungo tutto il minutaggio, che va così a costituire lo scheletro del brano, sostituendosi a Tim Sult, il quale ricompare nei due assoli molto blues e poco rock. Eccola, sta arrivando, la seconda bomba a mano. Boom! How To Shake Hands: quattro minuti caciaroni, dal tiro punk, spassosi, anthemici e allo stesso tempo intrisi di un certo humor nel testo, che non nuoce mai. Del tipo:

I’m gonna be President
Of the United States
First Tuesday in November
Mark it down, and save the date
Live music in the White House
Strictly B.Y.O.B


Oppure

First thing that I’m gonna do is disclose all those U.F.O.s
Put Jimi Hendrix on the 20 dollar bill
And Bill Hicks on a five note


In Walks Barbarella, più che una granata, è un autentico RPG. Un trionfo di colori, emozioni, dove i bending della Gibson di Sult accompagnano in paradiso la sezione degli strumenti a fiato (sax, tromba, trombone), sempre seguiti da un’altra prestazione maiuscola del singer. Con Vision Quest/Weird Times si torna con i piedi per terra. Location: saloon. Protagonisti: diciamo tipetti non molto raccomandabili. Esito? Discreto, ma i Nostri possono far di meglio. Detto, fatto. Questo “meglio” si chiama Emily Dickinson, ed è uno dei vertici del full-length. Non saprei come altro definirla, questa canzone, se non bucolica. Una canzone che solo i grandi possono permettersi di comporre, metafora di un credo, fiera e maestosa come l’aquila in copertina. Canzone che vorremmo non finisse mai (e per poco i Nostri ci stavano riuscendo, a forza di ripetere il refrain...), mi piace ricordarla con queste poche righe, che ne sintetizzano al meglio le atmosfere:

Let’s watch the white clouds run
With the cool grass on our backs.


Seconda parte. Con Sonic Counselor, A Good Fire e Ghoul Wrangler si ritorna su territori più canonici, marchiati dall’ascendente degli ZZ Top, ma senza lasciare il segno. E poi arrivano i rinforzi: H.B is in Control, sfuriata rock con quegli attimi di vuoto vertiginosi nel ritornello tra una stoppata e l’altra, Hot Bottom Feeder, ricetta cantata in salsa funky e l’altra ballatona, Lorelei, che per poco non sfiora i picchi emotivi (o forse sì?) di Emily Dickinson, carica di pathos, ma dall’incedere cupo e marziale. Provateci voi.

Così si conclude Book of Bad Decisions, che, dovendolo riassumere in poche righe, non è altro che l’ennesima prova magistrale da parte dei Clutch, anche questa volta interpreti eccellenti del rock settantiano in senso lato. Quindici tracce nelle quali vengono convogliati blues, southern, stoner e hard rock di matrice seventies in un distillato che brilla delle stesse tonalità della bandiera a stelle e strisce. Book of Bad Decisions è il punto di arrivo di snellimento del sound cominciato un quinquennio fa. Quali carte si giocheranno i Nostri? Full southern? Hard funky? Pop rock? Glam rock? Aggiungeranno delle tastiere e li troveremo in veste eighties? Facciano un po’ loro, il conto alla rovescia per la prossima uscita è già cominciato.

Lo sostengo e lo sosterrò sempre: se lassù esiste un Dio, un giorno i Clutch riempiranno gli stadi, piazzeranno dischi di platino pressoché ovunque e Neil Fallon sarà “il prossimo presidente degli Stati Uniti” (How To Shake Hands), berranno margaritas e fumeranno sigari in piscina nella villa a Malibù. Una a testa. Non si è una vera rockstar senza la villa a Malibù con vista mare.
“I have a dream” diceva Martin Luther King. Ora sapete qual è il mio.



VOTO RECENSORE
88
VOTO LETTORI
83.33 su 3 voti [ VOTA]
Carlos Satana
Sabato 10 Novembre 2018, 17.28.42
12
Io li seguo da "Pure Rock Fury" (2001) e mi fa molto piacere che finalmente pure qualcuno in Italia adesso li consideri. Ok, non abbastanza da fare almeno un concerto in un pub da 50 persone, ma sempre meglio che niente. Gruppo grandioso che non ha mai sbagliato un colpo.
Antonello
Sabato 10 Novembre 2018, 12.04.30
11
Concordo su tutto quello che ha scritto Giacomo nella recensione. I Clutch sono una grandissima band!
brus
Sabato 10 Novembre 2018, 11.32.36
10
Beh anche i Ghost hanno inciso per Republic Records,sotto etichetta della Universal
Metal Shock
Sabato 10 Novembre 2018, 4.26.05
9
Per curiosità sono andato sul sito di questa Republic Records e, a parte che è una divisione della Universal, ci sono nomi come Black Sabbath, John Mellencanp e Keith Richards.......
Giaxomo
Venerdì 9 Novembre 2018, 22.28.13
8
@InvictuSteele: ciao amico, che tu mi creda o meno, avevo anche io la tua stessa opinione su di loro. Poi ho sentito Electric Worry (era circa il 2012) e da li non ho più smesso di seguirli. Prova a dare una chance a questo lavoro, perché, eccetto qualche sporadico caso, quel lato “cazzone” che pure a me non andava giù, è ridotto ai minimi termini. Oppure, facciamo una prova: ascolta “Emily Dickinson” e “Lorelei”, le due semi-ballad, brani raffinatissimi, e sono convinto ti verrà spontaneo ascoltare dall’inizio alla fine tutto il lavoro...😉Del resto, lo ripeto: in ambito “true” rock (per citare @AkiraFudo), oggi, i Clutch sono il top. Per quanto riguarda il lato acid/psych, nomino i King Gizzard..ma loro sanno fare tutto! Comunque abbi fede, a brevissimo arriva una sorpresa, che son sicuro apprezzerai..😉 @nonchalance: ...tra l’altro scoprivo in questi giorni che l’etichetta dei GVF è la stessa di Ariana Grande e Nicki Minaj! I love Republic Records..
nonchalance
Venerdì 9 Novembre 2018, 12.10.01
7
Infatti, i Greta Van Zeep sono seguiti da chi non si rende conto che vanno "solo" di moda. Hai detto bene Giax! Io loro li ho visti di supporto ai Volbeat e, avrei voluto che continuassero..
InvictuSteele
Venerdì 9 Novembre 2018, 12.01.01
6
Stranamente mai piaciuti, li trovo troppo cazzoni, se mi passate il termine, e commerciali. Comunque come al solito grande recensione Giax, io so che vanno moltissimo in America, magari da noi sono poco seguiti, ma se esistesse un dio del.rock ci sarebbe da far presente numerosissime band che nella loro carriera hanno avuto poco.
Silvia
Venerdì 9 Novembre 2018, 11.58.16
5
@Giax, assolutamente, i GVF stanno ottenendo consensi stellari, ben oltre qualunque altro gruppo rock credo
Giaxomo
Venerdì 9 Novembre 2018, 11.37.12
4
@Metal Shock: grazie! Era un'iperbole, non volevo alludere ad altro! @Silvia: rimangono comunque una band di settore. Ti porto un altro esempio, anche se scriverlo qui sotto o nel corpo della recensione poco cambia, tanto sempre mio è il nome: confronta i dati di questo "Book..." con quelli dei Greta, e ricordo che il loro è un disco d'esordio, e confronta pure le varie location dei tour imminenti. Clutch asfaltati. E si torna al punto di partenza, a quelle briciole che nominavo sopra.
Silvia
Venerdì 9 Novembre 2018, 11.16.45
3
Scusate ma i Clutch non sono seguiti da quattro gatti! Le charts relative alla prima settimana x questo album annunciano gia' posizioni eccellenti, schizzato al n. 1 come album rock in molti paesi e in alto anche nelle classifiche generali, con 3 date sold out nel tour europeo in posti medio/grandi. Detto questo, ad un primo ascolto l'album e' molto buono anche x me, tante influenze diverse e un bel "vibe". Consiglio di andare oltre le etichette perche' secondo me anche chi non ascolta hr puo' trovarci qualcosa di buono
AkiraFudo
Venerdì 9 Novembre 2018, 10.37.43
2
Grandissimo disco per una delle band più sincere e "true", nel senso letterale del termine, che esistano... appena ascoltata "In Walks Barbarella" ho subito ordinato la splendida versione picture LP.... spettacolo!
Metal Shock
Venerdì 9 Novembre 2018, 4.47.46
1
Da parte mia applausi a scena aperta per questa recensione Giacomo!! Condivido in pieno le tue parole e non solo per il disco ma per il discorso che hai fatto. Siamo in quattro gatti ad ascoltare ed adorare questa band come altre del genere?? E chi se ne frega!!!! Molto meglio essere in pochi ma buoni e veri appassionati che milioni di pecoroni che ascoltano una band solo per moda!! Il disco? Una meraviglia!! Rock a 360 gradi per un disco tra i migliori dell' anno ma non solo. Per mio gradimento diciamo tre pezzi in meno ed era perfetto. L'unica cosa che non condivido è l'ultimo paragrafo: non perché non sia d'accordo, anzi, ma purtroppo il mondo ideale non esiste e sapendo la fine che ha fatto King c'è poco da stare allegri...
INFORMAZIONI
2018
Weathermarker Music
Hard Rock
Tracklist
1. Gimme The Keys
2. Spirit of ‘76
3. Book Of Bad Decisions
4. How To Shake Hands
5. In Walks Barbarella
6. Vision Quest
7. Weird Times
8. Emily Dickinson
9. Sonic Counselor
10. A Good Fire
11. Ghoul Wrangler
12. H.B. is in Control
13. Hot Bottom Feeder
14. Paper & Strife
15. Lorelei
Line Up
Neil Fallon (Voce, Chitarre)
Tim Sult (Chitarre)
Dan Maines (Basso)
Jean-Paul Gaster (Batteria)

Musicisti ospiti
Chris Brooks (Hammond in tracce 3, 5, 8, 9. Pianoforte in traccia 6)
Mike Dillon (Percussioni in tracce 3, 5, 13)
Kevin Gatzke (Sax in traccia 5)
Vinnie Ciesielski (Tromba in traccia 5)
Roy Agee (Trombone in traccia 5)

 
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