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The Cure - Three Imaginary Boys
09/11/2018
( 603 letture )
Nel caso degli inglesi The Cure, band che raggiungerà poi uno status di “leggenda del rock” attraversando quarant’anni di carriera spesso sulla cresta dell’onda e comunque ottenendo una propria nicchia di costante devozione trasversale, l’album di debutto rappresenta un evento del tutto particolare e molto diverso da quanto seguirà. Per capire il motivo di questa peculiarità occorre ripercorrere la storia del gruppo, dai suoi primevi passi di compagine formata da compagni di scuola del West Sussex nel 1973. I tre membri che andranno a comporre la line up del primo album, sei anni dopo, sono infatti già presenti nei The Obelisk, cover band delle superiori ingaggiata per il ballo scolastico: troviamo infatti Robert Smith al piano, Michael “Mick” Dempsey alla chitarra e Laurence “Lol” Tolhurst alle percussioni, assieme ad altri due compagni di corso. La band evolverà poi nei Malice, che suoneranno tre show dal vivo nel dicembre 1976, per poi cambiare nome in Easy Cure nel gennaio dell’anno successivo. Con un cantante fisso in formazione, prima tale Gary X e poi Peter O’Toole (omonimo del famoso attore), gli Easy Cure, oltre ad un concreto aumento delle esibizioni dal vivo, vinceranno anche un concorso per talenti che porterà ad un contratto con l’etichetta tedesca Ariola-Hansa già nel maggio del 1977. A causa dell’abbandono di O’Toole e vista l’impossibilità di trovare un cantante stabile, sarà Robert Smith a prendere definitivamente posto dietro al microfono. A volte, le cose destinate a fare la storia avvengono in maniera del tutto inevitabile. La compagnia tedesca si rivela però davvero poco interessata e non pubblicherà niente del materiale che il gruppo andava componendo, per il quale verrà registrato un demo ufficiale a fine anno, rifiutando anche il singolo Killing An Arab. Vista l’impossibilità di trovare un accordo sulla pubblicazione del primo album, il contratto venne sciolto a metà 1978. In questa fase, il gruppo comprende ancora il secondo chitarrista Porl Thompson, che sarà però licenziato da Robert Smith, il quale sembra più intenzionato a percorrere la via del minimalismo, tanto da un punto di vista sonoro, quanto di immagine. Per mesi, infatti, il gruppo si tirerà dietro la nomea di “anti-image” band, uno status che verrà poi abbandonato del tutto già col secondo album, ma che nei primi tempi contribuirà ad inserire gli inglesi in quel confuso e prolifico filone che passa sotto il nome di “post-punk” e del quale sono indubbiamente uno dei figli più particolari, talentuosi e destinati a lasciare un segno profondo, influenzando l’immaginario rock e di costume in maniera diretta per ben più di un decennio.
Con l’uscita di Thompson, Smith assume sempre più il controllo della band, che cambia nome nel definitivo The Cure. In realtà, la leadership in questa fase è tutt’altro che definita e la spinta di inerzia dei primi anni resta primaria nell’indirizzo musicale, che pur rivelando alcune peculiarità, si rivela piuttosto grezzo e indefinito. Ottenuto finalmente un contratto con la Fiction etichetta indipendente fondata da Chris Parry e distribuita dalla Polydor i The Cure pubblicano il singolo Killing An Arab nel dicembre 1978 ed entrano in studio per il proprio disco di debutto, Three Imaginary Boys, che sarà dato alle stampe nel maggio del 1979.

L’album risente fortemente dell’atmosfera di quegli anni e pur presentando una band chiaramente particolare e in qualche modo già diversa dalle altre appartenenti allo stesso filone, non può dirsi davvero capostipite illustre rispetto a quanto i The Cure faranno da Seventeen Seconds in poi. Qua siamo in pieno paesaggio post-punk e del dark-new wave-gothic rock/pop che diventerà la cifra stilistica essenziale del gruppo c’è veramente poco. Qualcosa che emerge qua e là, ma è molto lontano dall’essere cosciente e strutturato. Il disco è davvero minimalista, tanto nelle composizioni quanto negli arrangiamenti, i brani risultano spesso quasi appena accennati e delineati, tutti retti da elementi abbozzati e quasi mai perseguiti fino in fondo, con un evidente spazio lasciato al basso di Dempsey da parte della chitarra di Smith, spesso con una distorsione appena accennata, mentre Tolhurst svolge il proprio compitino in maniera diligente, senza in realtà apparire mai vero protagonista. Anche la caratteristica ed inconfondibile voce di Smith, che diventerà negli anni uno dei veri punti di forza del gruppo ed elemento caratterizzante ed imprescindibile, risulta qui immatura e tutta da scoprire, pur presentando alcuni degli aspetti che impareremo a conoscere, dalla pronuncia alla cadenza, all’evidente spleen quasi annoiato e svogliato, assolutamente decadente, che le liriche cariche di non sense e disagio urbano tratteggiano lungo il disco. Eppure, nonostante questa sensazione di indefinitezza resti la cifra primaria di Three Imaginary Boys, un disco che appare irrisolto e senza una direzione definita, con alcuni brani che riprendono la veemenza punk ed una maggiore strutturazione ed altri che invece restano un qualcosa di completamente diverso e semmai anticipatore di quanto arriverà dopo, con una coscienza stilistica del tutto nuova, risulta comunque difficile non venir rapiti dall’atmosfera tetra, nichilista e in qualche modo quasi disperata che si respira in particolare nei brani della prima parte del disco, quelli per l’appunto meno definiti e più espressionisti. Come non riconoscere sin dall’opener 10:15 Saturday Night un qualcosa di indefinibile e decadente, ma di una decadenza del tutto urbana e contemporanea, aliena da elementi consolatori presi da un immaginario “classico” e del tutto figlia di una lucida immersione nella realtà odierna e cittadina, fatta di asfalto e palazzi grigi e vuoti, di vicoli sporchi e appena illuminati, di abbandono, pioggia e solitudine alienata. Non esiste ancora un nome per tutto questo e il quadro dipinto dai The Cure è indefinito e privo di contorni netti, ma non per questo meno efficace nel tratteggiare appena un mondo grigio ed infelice, solitario e schizoide. In questo, 10:15 Saturday Night è già perfetta, con la sua struttura quasi ricercata e perfino un assolo di chitarra, con tanto di finale “elaborato”. Elementi che mancano totalmente ad Accuracy, una canzone fatta di niente, che gira attorno a pochissimi licks di chitarra che lasciano tutto il proscenio al basso e ad una linea vocale annoiata e appena abbozzata. Grinding Halt recupera una maggior verve attestandosi su un saltellio che ritroveremo spesso nella carriera del gruppo, ma è solo un’impressione di stabilità, confermata dal crollo sul finale interrotto d’improvviso, quasi che la band non sapesse o non volesse dare una forma più chiara al tutto, decidendo semplicemente di interrompere il brano e passare ad altro. Another Day è invece un vero e proprio capolavoro di atmosfera: un brano stralunato e perfino inquietante, magnificamente tracciato dalla chitarra e dalla melodia intonata da Smith. Anche qua ragionare nei termini di “canzone” appare piuttosto difficile, eppure non sembra che manchi niente alla fine, anche se volendo manca tutto. Stessa identica sensazione che si prova davanti a Subway Song, brano di appena due minuti (come quasi tutti quelli contenuti nel disco) che più di una canzone sembra un cortometraggio, perfettamente espressivo dell’immagine di una stazione di metropolitana vuota e notturna, con una persona che, ritrovandosi sola, immagina il terrore nel buio e nei passi dietro di sé. Agghiacciante e delizioso al tempo stesso. Le due tracce sono intervallate da Object, brano che, come quasi tutti quelli conclusivi, si concede il lusso della dimensione di canzone vera e propria con evidenti richiami al punk ed una linea vocale definita. Arriva così la “cover” di Foxy Lady, unica traccia nella storia dei The Cure non cantata da Robert Smith, che tutto appare tranne la cover del brano di Jimi Hendrix, tanto che è quasi impossibile riconoscerla, se non per il testo. Esperimento curioso che, a dirla tutta, a Smith non è mai piaciuto, tanto da non volerla neanche sul disco. Dopo Meat Hook l’album si riappropria delle influenze punk già evidenziate in Object offrendo se vogliamo il proprio lato “migliore” in termini di strutturazione e rifinitura dei brani e perdendo appena quell’aria svogliata, stralunata e indefinibile che caratterizza la prima parte. Certo non diremo che pur nell’ambito del punk una canzone come So What appaia canonica, con Smith che segue una linea vocale più parlata e declamata che cantata, quasi aliena alla musica. Decisamente più vicina a quella che definiremmo “canzone” si rivela Fire in Cairo, con tanto di refrain quasi cantabile, seguita dalla veemente It’s Not You, anch’essa con una conclusione tronca e improvvisa. Sul finale arriva l’ultimo brano vero e proprio, ovverosia la titletrack, anch’essa traccia più elaborata e pensata, con un refrain d’atmosfera ben congeniato e una ritrovata atmosfera piovosa e decadente, ma con una creazione compositiva più definita e ricercata, pur rimanendo nell’alveo di quanto già realizzato finora. Chiude il minuto di The Weedy Burton, che ben si adatta al resto dell’album, pur essendo palesemente niente più che un cazzeggio da sala prove.

Curiosamente, nella versione definitiva del disco mancano proprio i due brani che più avevano caratterizzato la carriera dei The Cure fino a quel momento, ovverosia i due singoli Killing An Arab e la celeberrima Boys Don’t Cry, che sarà aggiunta invece nella stampa americana, al posto di Foxy Lady. Tralasciando le polemiche suscitate dal primo singolo, che in realtà faceva riferimento all’episodio centrale de ”Lo Straniero” di Albert Camus, si tratta di una scelta che all’epoca non era neanche originale e che oggi probabilmente nessuno rifarebbe. Perfino la copertina, con il suo richiamo surreale al titolo del disco, appare del tutto incongruente con quella che associamo oggi come immagine ai The Cure e conferma la particolarità di questo disco nella discografia della band. Nel relativo tour, gli inglesi faranno da supporto ai Siouxsee & The Banshees e Smith sostituirà il chitarrista John McKay sul palco finendo per essere fortemente influenzato dalla musica del gruppo; una esperienza che porterà ad una revisione totale dell’indirizzo musicale dei “suoi” The Cure, fino al raggiungimento di una dimensione ben più definita già col successivo Seventeen Seconds, grazie al successo di A Forest e l’adozione dell’immagine di band che oggi tutti conosciamo. Three Imaginary Boys resterà così un episodio a sé stante, diverso da quanto verrà dopo e figlio di un periodo di formazione che si concluderà poco dopo, con la sua ingenuità, la sua indefinitezza e un indirizzo figlio del tempo e, pur con una identità da sgrezzare, ancora ben lontano da quella che sarà la piena espressione e consapevolezza artistica dei The Cure. Un album nel quale Smith non è ancora il leader vero e proprio e del quale il cantante/chitarrista non mancherà di sottolineare più volte le mancanze e il proprio scarso apprezzamento, anche a causa della forte influenza esercitata dal produttore Chris Parry sui suoni, che ascoltati oggi sembrano davvero quelli di una sala prove scalcinata, vuoti e sgonfi. Siamo ben lontani dai grandi album di band coeve come Joy Division e gli stessi Siouxsee & The Banshees, ma questo non toglie che Three Imaginary Boys resti come documento importante di un’epoca, di un suono e di un modo di intendere la musica sul finale degli anni Settanta. Per alcuni è addirittura il miglior disco della band, proprio perché unico e diverso dal resto. Senza spingerci verso questa interpretazione, diremmo che contiene alcuni elementi del tutto peculiari, perfino affascinanti e alcuni brani che non sfigurano se paragonati ai campioni del genere, ma certo la band che nascerà da lì in poi avrà tutto un altro spessore artistico.



VOTO RECENSORE
78
VOTO LETTORI
74.75 su 4 voti [ VOTA]
ObscureSolstice
Sabato 17 Novembre 2018, 11.46.09
13
Sono d'accordo con galilee. Esordio acerbo, anche io lo presi in considerazone più tardi, a parte la produzione appunto post-punk del periodo registrata "alla buona", fuori tempo, volutamente stonato, tutti elementi di scarsa qualita' dove nonostante tutto Robert Smith, malgrado preso per caso nella band, sarà la parte centrale del sound Cure da lì a poco. Qui di fondamentale c'e' ancora poco, solo qualcosa di sufficiententemente o sufficientemente buono come casi isolati di "certe" tracce più famose, che nonostante l'indubbia qualità iniziale si riusciva a intravedere il temperamento del singer e della personalità della band. I Cure non sono solo la "sempliciotta" Boys don't cry, ma c'e' molto, molto altro lungo il percorso, anche credo piu' elevato...le solite tracks poco conosciute...ma nonostante tutto ha segnato a modo suo un tempo ben preciso. Sarebbe bello poter vedere tra queste pagine la recensione di Faith o quel piccolo gioiello che è...Wish. Come i Cure nessuno, neanche i Joy Division. 75 soltanto per "certe canzoni"...altrimenti 72 che non è malvagio...ma come si dice: c'è ancora da lavorare..
lucignolo
Venerdì 16 Novembre 2018, 15.43.50
12
copertina bellissima idem per il suono,scarno e minimale,fra punk e post-punk,album fondamentale voto 90
Galilee
Martedì 13 Novembre 2018, 16.18.52
11
Perché semplicemente questo è un disco post punk e così deve suonare. Schietto , minimale e underground. Probabilmente non ne cogliete l'essenza. Boys don't cry rimane la loro canzone simbolo più famosa e il sound è questo non quello che verrà. Si non svoglio sminuire nulla, a me l The Cure piacciono in generale.
Red Rainbow
Martedì 13 Novembre 2018, 14.17.45
10
Arrivando dall'amore a prima vista per Pornography, stesso "percorso a ritroso" di Le Marquis anche per me e stessa valutazione complessiva, non mi è mai entrato nelle vene a differenza di tutta la loro produzione fino a Bloodflowers (con l'eccezione di Wild Mood Swings). Verissimo quello che dice Saverio sul fatto che alcuni lo ritengono addirittura il vertice artistico della band, ma personalmente quando mi è toccato di incappare in siffatte affermazioni ho dovuto immediatamente ricorrere alla pasta Fissan... per lenire l'irritazione cutanea da eresia, dico....
Le Marquis de Fremont
Martedì 13 Novembre 2018, 13.55.07
9
Ricordo di averlo acquistato "dopo" per completare la discografia. All'inizio non lo avevo neanche preso in considerazione, anche per la brutta e banale copertina. All'epoca, molti gruppi "new wave" avevano copertine orrende, tra l'altro, in contrapposizione al periodo Progressive, con scarsissimi dettagli su musicisti e strumenti (mi ricordo Gyrate dei Pylon...). Poi, dopo essere stato conquistato dal sound di Seventeen Seconds e successivi, ho continuato a considerarlo poco. Effettivamente, è bruttino e sa di abbozzato, come, appunto, ben scritto nella ottima recensione. Si possono, certo trovare "spunti" ma non è che se uno trova una macchia di colore di Picasso, nel suo studio, questo sia uno "spunto" per i suoi quadri... Au revoir.
d.r.i.
Martedì 13 Novembre 2018, 12.16.49
8
Sono unici!
Lizard
Domenica 11 Novembre 2018, 10.27.21
7
@d.r.i. : diciamo che comunque sono sempre stati abbastanza particolari
d.r.i.
Domenica 11 Novembre 2018, 10.01.06
6
Lizard come osi associare la parola punk sebbene premesso da post a questo gruppo. È inconcepibile! scherzi a parte grande gruppo e ottimo disco.
InvictuSteele
Sabato 10 Novembre 2018, 22.04.49
5
Buon album, anche se il meglio arriverà in seguito. Band immensa.
Stagger Lee
Venerdì 9 Novembre 2018, 23.10.32
4
bello bello bello! 10.15 Sat. Night su tutte. ma anch'io aspetto 17 seconds anche perchè contiene A Forest....praticamente l'inno gothic.
Galilee
Venerdì 9 Novembre 2018, 22.38.32
3
Io ho il disco Boys don't cry che è più o meno lo stesso. La canzoni mi sembra siano le stesse. Spessore artistico o no il disco è stupendo. È mentre i lavori dei Sioux e dei Joy li avrò ascoltato una ventina di volte, questo senza esagerare almeno 200. Ero in Irlanda quando lo ascoltavo. In un negozio mi ero preso 3 mc se non ricordo male... Boys don't cry, Breaking the silence degli Heathen e Senderos de traicion degli Heroes del Silencio. Gran bel periodo..
Alex Cavani
Venerdì 9 Novembre 2018, 20.17.01
2
Non so perchè mi abbia concellato parte del mio commento, anyway dicevo che rimango legatissimo a "Boys Don't Cry" perchè è un brano che mi è utilissimo per impostare le mie lezioni di chitarra, soprattutto con i bambini che sono proprio all'inizio del loro approccio con lo strumento. Ma del resto l'album in questione, nel complesso, non mi ha mai coinvolto più di tanto purtroppo.
Alex Cavani
Venerdì 9 Novembre 2018, 20.14.59
1
il mio disco iconico dei Cure rimane "Seventeen Seconds", che spero recensirete.
INFORMAZIONI
1979
Fiction Records
Post Punk
Tracklist
1. 10:15 Saturday Night
2. Accuracy
3. Grinding Halt
4. Another Day
5. Object
6. Subway Song
7. Foxy Lady
8. Meat Hook
9. So What
10. Fire In Cairo
11. It’s Not You
12. Three Imaginary Boys
13. The Weedy Burton
Line Up
Robert Smith (Voce, Chitarra)
Michael Dempsey (Basso, Voce su traccia 7)
Lol Tulhurst (Batteria)
Porl Thompson (Chitarra, Cori su tracce 1,4,6,7)
 
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