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Volbeat - Guitar Gangsters & Cadillac Blood
10/11/2018
( 1128 letture )
Da sempre, se il primo album rappresenta la propria personale sfida al mondo della musica ed il secondo impone una necessaria riconferma, il terzo è (o dovrebbe essere) quello della consacrazione: la band, infatti, pur non essendo ancora composta da veterani, non ha più la “scusa” dell'inesperienza o la paura di esser catalogata come one-hit wonder, ma deve anzi possedere il necessario pelo sullo stomaco per fare un decisivo passo in avanti; o, naturalmente, per fallire nel tentativo. I danesi Volbeat, celebri per il loro intrigante misto di sonorità heavy/thrash e melodie rockabilly anni 50, hanno per loro fortuna fatto centro con il loro terzo album, Guitar Gangsters & Cadillac Blood, pubblicato nel 2008; tale lavoro, dove Michael Poulsen e soci trovarono la definitiva quadra del cerchio, seguiva due album comunque già più che buoni, soprattutto il secondo, ma vide la formula ulteriormente raffinata e potenziata, con un risultato finale che ancora oggi, a distanza di dieci anni, sa intrattenere in modo eccelso.

La produzione, scintillante e corposa, esalta sin da subito le sonorità di questo bel lavoro, inaugurato da una chitarra in pieno stile western, che potrebbe far pensare alla colonna sonora di un film di Sergio Leone o John Ford. Ben presto, però, i riff thrashy di Michael Poulsen irrompono con ferocia, affiancati dal corposo basso di Anders Kjølholm; il pezzo, uno dei più noti della band, nonché uno dei più riusciti, è il perfetto esempio dello stile coniato dal gruppo, che mescola linee vocali catchy delle quali Elvis sarebbe stato fiero (speriamo), con un sottofondo che può fare la gioia degli amanti dell'heavy incalzante e del thrash melodico. Nessun brano dei Volbeat, fino a quel momento, ad eccezione forse di Sad Man's Tongue, era stato così efficace nella sua operazione di coraggiosa commistione di questi due generi, apparentemente inconciliabili. La fortuna di questo disco è che anche Back to Prom, che alterna efficacemente passaggi heavy ad altri thrash, prosegue sull'ottimo livello della title-track, con il batterista Jon Larsen davvero in gran spolvero; più cupa e meno melodica risulta essere Mary Ann's Place, il cui testo luttuoso del resto mal si sarebbe sposato ad una traccia allegra: riff schiacciasassi sono affiancati da una melodia vocale ugualmente retrò, ma a sua volta meno spigliata, con tanto di ospite femminile, nella fattispecie la brava Pernille Rosendahl, a bilanciare la voce di Poulsen. E' poi la volta di un altro pezzo da novanta della band, l'incalzante Hallelujah Goat, le cui parti di chitarra, ben eseguite tanto dal frontma, quanto da Thomas Bredahl, non possono lasciare indifferenti, specialmente quando, nel ritornello, vengono efficacemente accompagnate dalla sezione ritmica; ritornello, peraltro, fra i più riusciti e coinvolgenti partoriti dalla band di Copenaghen. Via ancora, le melodie ruffianotte del singolo Maybellene I Hofteholder vanno benissimo come contorno per insaporire il già lauto pasto, ma siamo abbastanza certi che molti preferiranno We e Still Counting, brani che mettono in mostra il variegato caleidoscopio delle influenze del gruppo, che vanno da Johnny Cash ai Metallica, senza che ciò sembri loro innaturale, anzi! Le ver perl di questa porzione di album, tuttavia, sono immediatamente successive: Light a Day è una gemma melodica impreziosita da una sezione di archi, che, pur suonando inaspettati esattamente come un gruppo che mescola rockabilly ed heavy metal, raggiungono lo stesso, validissimo risultato. Wild Rover of Hell, viceversa, forse per bilanciare l'elemento catchy del precedente brano, è uno dei pezzi più veloci e violenti del disco, che farà andare fuori di testa gli amanti del thrash; non rinuncia, ovviamente, ad un rallentamento più classic heavy, ma lo fa con grande perizia ed eleganza, integrandolo perfettamente all'interno di un contesto più pesante. C'è il tempo per un omaggio ad Hank Williams con una versione quasi punk di I'm So Lonesome I Could Cry, con Poulsen autore, nel ritornello, della sua migliore imitazione del James Hetfield anni 90 ascoltata finora; poi i Volbeat si lanciano nella conclusione del disco, prima con A Broken Man and a Dawn, a sua volta animata da un flavour punk, poi con la più heavy Find That Soul e, infine, con un'altra cover, Making Believe, stavolta di Jimmy Work, autore country; da notare che, in ambito rock, il brano era già stato protagonista di una cover ben riuscita da parte dei Social Distortion.

Se un difetto si può trovare a Guitar Gangsters & Cadillac Blood, probabilmente è quello della lunghezza: l'album è infatti un pelo troppo lungo e, benché i brani siano quasi tutti ampiamente la media, forse un paio in meno avrebbero giovato; per il resto, però, è facile intuire il successo di questa terza prova dei Volbeat, a tutt'oggi la migliore della loro carriera: il mix per cui sono divenuti celebri è in questo album espresso al massimo della potenza e della bellezza, con numerosissime influenze che fanno capolino qua e là ed un pugno di canzoni divertentissime che non potranno che conquistare, nel tempo, sempre nuovi fan.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
85.8 su 5 voti [ VOTA]
Macca
Martedì 13 Novembre 2018, 18.32.29
4
Il mio preferito della band insieme al precedente, ispirato e divertente, brani bellissimi (alcuni veri e propri cavalli di battaglia della band). Sono contento per loro che stiano conoscendo un grande successo, però musicalmente li preferivo quando non erano famosi: con l'entrata di Caggiano (che ha fiutato i $$$) sono diventati banali e pacchiani, l'ultimo sono a malapena riuscito ad ascoltarlo una volta. Peccato soprattutto perchè, dal vivo, ci sanno davvero fare. Voto 85
Metal Shock
Domenica 11 Novembre 2018, 11.09.15
3
Per adesso il punto più alto toccato dai Volbeat: l'unica pecca del disco è l'eccessiva lunghezza; penso che con un tre pezzi in meno sarebbe stato un quasi capolavoro col crossover tra heavy thrash e country. Così rimane un grande disco.
TheSkullBeneathTheSkin
Sabato 10 Novembre 2018, 17.13.49
2
Mah... io sarei quasi per la mancata consacrazione. Nel complesso non male, anzi, ma IMHO poca sostanza, dispersività a parte, che infatti me lo hanno fatto dis-piacere come primo mezzo passo falso di una band venuta a noia prima di esplodere. Quanto prodotto negli anni a venire sembra non smentirmi. Votato 73, godibile ma senza accampare pretese. Molto meglio vederli dal vivo, dove figurano al meglio.
nonchalance
Sabato 10 Novembre 2018, 16.06.03
1
Dovrei rimetterlo su. Però, ricordo che alcune soluzioni sgrezzarono troppo il sound! Forse fu proprio la "fuoriuscita" di Franz a causare questo mutamento..
INFORMAZIONI
2008
Mascot Records/Audioglobe
Heavy/Thrash
Tracklist
1. Intro/End of the Road
2. Guitar Gangsters & Cadillac Blood
3. Back to Prom
4. Mary Ann’s Place
5. Hallelujah Goat
6. Maybellene I Hofteholder
7. We
8. Still Counting
9. Light a Way
10. Wild Rover of Hell
11. I'm So Lonesome I Could Cry
12. A Broken Man and the Dawn
13. Find That Soul
14. Making Believe
Line Up
Michael Poulsen (Voce, Chitarra)
Thomas Bredahl (Chitarra)
Anders Kjølholm (Basso)
Jon Larsen (Batteria)

Musicisti Ospiti
Pernille Rosendahl (Voce nella traccia 4)
 
RECENSIONI
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