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Blood Ceremony - Blood Ceremony
17/11/2018
( 999 letture )
"Se questi fossero vissuti davvero negli anni di cui si piccano di riproporre la colonna sonora, li avrebbero fatti suonare al massimo nelle feste scolastiche di fine anno."

Li ricordo distintamente, nel 2008, i sussiegosi commenti di molti, stagionati coetanei di chi scrive, al primo impatto con i suoni in arrivo da un quartetto canadese all’epoca fresco di rilascio dell’album di debutto. Del tutto derivativi (per i critici più clementi), anacronistici (per i detrattori più orientati alle dotte contestualizzazioni storiche), tutt’altro che tecnicamente trascendentali e con una cantante a malapena sopportabile (per i freddi medici legali del pentagramma), una parte della schiera di chi fra noi aveva vissuto più o meno direttamente l’epopea musicale settantiana non poteva perdonare ai Blood Ceremony l’oltraggio dell’assalto a un cielo popolato di nomi mitici e destinati a rimanere inarrivabili, sorta di imperituro paradigma di un’età dell’oro da venerare come Eden al cospetto della deludente contemporaneità. Da qui a pronosticare un cammino stentato e un più che probabile passaggio al novero delle meteore il passo era stato breve ma, fortunatamente, di fronte a questa irriducibile pattuglia di laudatores temporis acti, si è sollevata una ben più consistente platea di ascoltatori che ha scelto di avvicinarsi alla band in maniera “laica”, affidando il giudizio non ad articolate costruzioni filosofiche bensì a quella che dovrebbe sempre essere la bussola per orientarsi nel mare sconfinato delle uscite, vale a dire la capacità di regalare emozioni in musica. E qui, davvero, i quattro ragazzi di Toronto hanno dimostrato fin da subito di potersi giocare carte di assoluta eccellenza, peraltro poi squadernate per tutto il resto di una carriera che ha nel frattempo infranto la barriera del decennio mantenendo tutte le promesse dell’avvio.

La storia dei Blood Ceremony prende le mosse da un horror movie spagnolo del 1973, Ceremonia Sangrienta, in cui riecheggiano, romanzate e ambientate due secoli dopo, le vicende della contessa ungherese Erzsébet Báthory (figura storicamente esistita, murata viva come strega a inizio Seicento). La scelta di un simile moniker era già ovviamente indicativa dell’orizzonte artistico della band, ma il chitarrista/fondatore Sean Kennedy non avrebbe certo potuto prevedere che il vero decollo sarebbe arrivato quasi casualmente, complice la dipartita in direzione India del primo cantante e la decisione di affidare il comparto vocale a una fanciulla a cui il piano originario aveva riservato solo il ruolo di flautista. Come accennato in precedenza, sull’ugola di Alia O’Brien molto si è scritto e altrettanto si è polemizzato, non di rado in quasi frenetica ricerca di elementi che ne attestino una sostanziale incapacità di reggere la prova, ma, se è pur vero che in un ipotetico testa a testa a colpi di profondità e colori dei timbri la canadese si trova a malpartito se confrontata con una Jessica Thoth o una Rebecca Vernon (tanto per citare due supernove al debutto in quello stesso 2008), è altrettanto vero che Alia è chiamata a cimentarsi con una materia alla prova dei fatti diversa da quella modellata con divina maestria in casa Jex Thoth o Subrosa.

Non che la componente squisitamente doom/esoterica di più o meno diretta filiazione sabbathiana declini a un ruolo secondario, anzi, rimane sempre e comunque uno degli ingredienti principali della pozione distillata a Toronto, ma il tratto distintivo di questo Blood Ceremony è lo sterminato spettro di contributi in arrivo da quasi tutte le declinazioni seventies del rock. Occult, prog, folk, psichedelia, finanche qualche stilla di cantautorato, non manca praticamente nulla all’appello di un revival che si tiene lontanissimo dai rischi di una stucchevole operazione ad alto tasso di ruffianeria, regalando all’insieme una freschezza compositiva che non lascia letteralmente il tempo di domandarsi se abbia un senso entrare in una cotale macchina del tempo. Del pari, è altrettanto sterile dedicarsi a un certosino lavoro di scandaglio degli echi delle band che troneggiano dietro tutte le tracce, anche se non ci dispiace comunque ricorrere a quella definizione riassuntiva di “Jethro Sabbath” che altri hanno già opportunamente utilizzato per identificare il raggio d’azione della band, magari con l’aggiunta di qualche riferimento all’onnipresente aura magico/rituale che finisce per avvolgere quasi tutti i brani.
Ad andare in scena, dunque, non è un sabba sfrenato ma nemmeno il lato oscuro della presenza del Maligno nel mondo con tutti gli annessi, possibili turbamenti del caso, quanto piuttosto una sorta di convegno di elfi, folletti, fauni, ninfe e fate a cui abbiamo la fortuna di essere invitati (e non da semplici spettatori) nell’incantevole scenario di qualche non-luogo, al riparo di alberi secolari che fanno trascolorare la luce rendendo le forme ancora più lievi e leggiadre e in attesa dell’arrivo del Signore di quel mondo, il dio Pan, ovviamente nella sua veste pastorale antecedente la demonizzazione cristiana. Un po’ strega, un po’ sacerdotessa officiatrice di un rito, un po’ menestrella, tocca alla O’Brien il ruolo di traghettatrice verso questa dimensione in cui la trascendenza non prescinde mai dalle basi terrene dell’esperienza umana ma, anzi, prende spunto proprio dalla semplicità e dalla quotidianità di quest’ultima, seguendo un’ipotetica linea di sviluppo “anti-mistica” che dagli gnostici porta alla religiosità medievale ancora così intrisa di elementi di contatto tra divino e natura. Ecco allora il ruolo centrale riservato all’organo, accessorio liturgicamente imprescindibile nei percorsi ascetici, ma ecco anche lo spazio significativamente dilatato per uno degli strumenti “dionisiaci” per eccellenza, quel flauto traverso che Ian Anderson ha reso immortale, sulle rock frequenze.

Tracciato un simile quadro generale, per la verità, l’approccio all’opener Master of Confusion rischia di confondere un po’ le linee interpretative, complice un largo tratto ad alta fedeltà agli stilemi doom sabbathiani, ma già la seconda metà della traccia, con la sagoma di Ray Manzarek sullo sfondo a ispirare ad Alia tortuosi arabeschi lisergicamente orientati, lascia intuire che dal calderone messo in cottura dai Blood Ceremony è lecito attendersi ben più di una sorpresa. Basta poco, infatti, alla successiva I’m Coming with You per aprire il capitolo della devozione Jethro Tull, con il flauto brandito in ambiente prog secondo i sacri crismi della lezione andersoniana. Cambia ancora il fondale in Into the Coven, colonna sonora perfetta di una cerimonia di cui il testo si incarica di definire i contorni:

The season of the witch is autumn long
Weird silence falls upon the throng
They smoke black drugs with Saturn's bong
And blast our mind with evil song
I see witches in the sky
Flying toward a Quaalude eye
,

Chi si aspettasse una virata verso l’oscurità rischierebbe di restare deluso, perché dopo il rapido filler folk A Wine of Wizardry, la magnifica The Rare Lord punta piuttosto su atmosfere solenni appena increspate da tocchi delicati a cura del solito flauto Tull-oriented, prima di un finale in cui per una volta l’energia sembra sprigionarsi senza freni inibitori. Si torna su un più tradizionale canovaccio doom con gli iniziali e conclusivi echi Saint Vitus offerti da Return to Forever, ma anche stavolta siamo al cospetto di un brano dalle mille sfaccettature, che svela nel mezzo un tripudio prog impreziosito da un ricamo hard rock affidato alla sei corde di Sean Kennedy. E’ tempo però che i Nostri valorizzino la componente più spensieratamente leggera della loro ispirazione e il compito è perfettamente assolto dalla travolgente Hop Toad, traccia che sfonda addirittura il diaframma della ballabilità e che non avrebbe sfigurato in qualche corte medievale come divertissement a margine di un banchetto.
A partire da questo episodio (peraltro il vertice dell’intera compagnia, a parere di scrive), i rimandi ai Jethro Tull si fanno sempre più stringenti e anche quando, come in Children of the Future, il tiro prevalente sembra essere da trip lisergico, arriva quella zampata prog che da cinquant’anni (a proposito, auguri per le nozze d’oro con la Storia, This Was) continua a fare la fortuna della contemporanea, scozzese variante della fiaba ambientata ad Hamelin. Un discorso leggermente diverso va fatto per la conclusiva Hymn to Pan, che davvero assolve alla perfezione al compito di descrivere l’epifania del dio al convegno apprestato in suo onore: un retrogusto vagamente epico in apertura, un alone di mistero diffuso da un flauto quasi voluttuosamente sognante, la O’Brien alle prese con un cantilenato da salmo laico, tutto sembra indirizzare verso le classiche devozioni dovute alle divinità olimpiche, ma all’improvviso ecco la svolta attesa, a ricordarci che Pan è probabilmente il più umano degli dei concepiti dalla tradizione occidentale… e non può restare a lungo immobile su un altare accontentandosi di osservare le umane processioni in suo onore.

Un gioiello dai tratti antichi, finito in un wormhole e riapparso miracolosamente in un nuovo millennio mantenendo intatto il suo carico di carati, atmosfere eteree che avvolgono un mondo vivo e popolato di corpi in perenne movimento, incontro fatale tra natura e soprannaturale, Blood Ceremony è un album che sfugge a tutte le insidie potenzialmente insite nelle riproposizioni di canoni di altre, sia pur (o soprattutto se…) leggendarie, epoche. Quarantotto minuti semplicemente imprescindibili, per tutti quelli che non hanno vissuto in presa diretta l’epopea seventies ma anche per chi, dopo averne ammirato i fasti, abbia deciso di non chiudersi in un recinto sigillato a doppia mandata.



VOTO RECENSORE
90
VOTO LETTORI
84 su 2 voti [ VOTA]
Kiodo 74
Giovedì 28 Maggio 2020, 19.20.21
7
Oggi ho ripreso questo lavoro.....un esordio davvero ottimo degli stregoni canadesi.....quell'intenso retrogusto decadente che viaggia all'indietro nel tempo mi affascina sempre, le atmosfere chiaroscure ti avvolgono dentro una ragnatela e le danze di anziane magere si diffondono intorno.... Voto 88. Ossequi!
Morte
Giovedì 22 Novembre 2018, 10.08.47
6
Li ho visti live alcuni anni fa al FortaRock,una band a me completamente sconosciuta...gran bella sorpresa!validissimi musicistii anche sul palco(compresa la cantante!!). Bella recensione e mi piace particolarmente il commento nelle ultime righe sui recinti chiusi a doppiaa mandata...
Graziano
Martedì 20 Novembre 2018, 17.49.15
5
Buon esordio, ma non un disco da 90.......
Metal Shock
Lunedì 19 Novembre 2018, 13.03.28
4
Gran primo esordio dei Blood Ceremony, rispetto agli ultimi dischi con una maggiore componente doom, tra Black Sabbath Jethro Tull e dell'organo molto Doorsiano. Ed al solito l'ottima voce di Alia quanto mai magica. Altra band che, esprimendo un sound settantiano ha ottenuto ben poco.
Pacino
Lunedì 19 Novembre 2018, 10.16.47
3
Grande band, grande album. Voto 86.
Rob Fleming
Lunedì 19 Novembre 2018, 8.46.59
2
Veramente intriganti. L'organo che apre il cd mi ha fatto dubitare di ascoltare un vecchio disco di Iron Butterfly o Black Widow, ma quando parte il riff di chitarra di Master of confusion ho pensato piuttosto che si trattava dei Black Sabbath degli esordi. Molto belle sono a mio avviso I'm coming with you ed Into the coven tra Jethro Tull e doom. Wine of wizardy più orientata sul folk e The rare lord arcana e morbosa sono brani che all'epoca mi presero moltissimo.
ObscureSolstice
Domenica 18 Novembre 2018, 16.37.32
1
Mitttico Zolfo, sempre ineccepibile. Eeeeh quell'anno domini 2008... un rimando a certe sonorità per anziani, o "matusa", anche così a inizio recensione avresti dovuto scrivere. dopo l'assopimento del metal più contemporaneo (finalmente) che ha abbassato il suo interesse... Inevitabilmente... l'aura di fumo dal colore violaceo si è riavvicinata in un certo senso aleggiando dopo la consistente scena tenuta al meglio negli anni '90 dal doom più maturo tradizionale ed estremo con nomi come SLEEP, CATHEDRAL, REVEREND BIZARRE, ELECTRIC WIZARD etc, nel loro piccolo..mondo sotterraneo...di metallo pesante. Ma il turno delle sonorità ancora più passate e dimenticate più semplici alle volte anche leggere, i canadesi Blood Ceremony mischiando al metal la linfa rock dei volti femminili di proposta dei 60s-70s ha avuto la sua scelta di riaffrontare quello scenario spensierato che ci hanno lasciato temporalmente nell'isola di Wight di Woodstock tra le paladine della musica rock. Molti sono i nomi che hanno riportato questo movimento, come esempio: COVEN, JANIS JOPLIN, PATTI SMITH, NICO (Velvet Underground), JOAN BAEZ (compagna di Bob Dylan), JOAN JETT, BONNIE RAITT, etc. e perchè no MARIANNE FAITHFULL (moglie di Mick Jagger), DUSTY SPRINGFIELD, e credo giusto ripercorrere ciò che è buono e giusto da quello che ha derivato le radici blues, tra folk, soul, country e che tutto porta al rock. Vedo che anche tu rispetti una capisalda del nuovo millennio del "female fronted metal" come JEX THOTH. C'è da dire che invece questi BLOOD CEREMONY hanno aiutato molto con i jazz-flute-solos della cantante per distinguersi nel variegare ed elevare più il miscuglio di doom occulto a rock più classico pervaso di scenari medievali e antichi che rende meno claustrofobica la proposta mistica doom, gran bella formula, si attestano una bella complicità tra psychedelico doom acido e il suadente e gioioso rock dai rimandi folkloristico dagli scenari antichi tra castelli e borghi, l'inserimento di strumenti non più utilizzati sarebbe stato ancora più interessante. Una band che si attesta anche su alti livelli nei prossimi album. Più che positivo.
INFORMAZIONI
2008
Rise Above Records
Doom
Tracklist
1. Master of Confusion
2. I’m Coming with You
3. Into the Coven
4. A Wine of Wizardry
5. The Rare Lord
6. Return to Forever
7. Hop Toad
8. Children of the Future
9. Hymn to Pan
Line Up
Alia O’Brien (Voce, Flauto, Organo)
Sean Kennedy (Chitarre)
Chris Landon (Basso)
Jeremy Finkelstein (Batteria)
 
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