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Doomed - 6 Anti-Odes to Life
22/11/2018
( 480 letture )
Dagli assidui ascolti agli altrettanto continui rinvii a giudizio, giungendo, giusto per non farsi mancare nulla, alla completa dannazione per poter buttare giù uno scritto dignitoso in grado di descrivere la sesta fatica riportata su disco dei Doomed, band di cui tra l'altro molto candidamente si ignorava l'esistenza sino alla consegna del promo… in poche parole, l'ennesima patata bollente da lasciar saggiamente raffreddare in tempi ovviamente molto “doom” al fine di non inficiare un giudizio che, se affrettato, sarebbe dettato più dall'impulso e dalla frustrazione iniziale, sinonimi e indicatori dell’impossibilità di prendere una posizione equilibrata col conseguente rischio di venir meno a quel dovere di obiettività che si pretende da una recensione. Riepilogando: Doomed, one man band della Sassonia attiva fin dal 2011 e che con i suoi esigui anni di esistenza porta già sul proprio groppone ben sei full length, cinque dei quali spalleggiati da una label diventata un punto fermo del settore doom/death – funeral, la Solitude Productions. Ovviamente le domande sul perché una realtà così consolidata non fosse mai entrata nel campo radar di chi si occupa di tali sonorità in redazione appaiono legittime, così come piuttosto scontate potrebbero palesarsi le due eventuali risposte agli estremi, ed in verità quella più brutale ha aleggiato per parecchio tempo al fronte di una metodica reiterazione di ascolti di questo 6 Anti-Odes to Life. In passato inoltre sono state motivate alcune ragioni per il quale chi scrive si pone con una certa diffidenza nei riguardi delle one man band in generale, eppure nei riguardi della creatura di Pierre Laube, nonostante si fosse scatenato questa sorta di “imprinting” aizzato principalmente dai fattori di cui si disquisiva poc'anzi, si è al contempo affiancato il dubbio a sibilare che proprio tali impressioni non fossero propriamente esatte; giunti infine al giro di boa una spiegazione in questo miscuglio di sensazioni altalenanti si è identificata in una parola: produzione.

Così come capitato (con differenti esiti) in altri recenti casi inerenti a colleghi un po' più noti, infatti, questo parametro risulta, oltre che palesemente indigesto, l'elemento mascherante il valore effettivo di 6 Anti-Odes to Life; tra l'altro non si tratta neppure di un caso isolato della discografia della band, basta semplicemente andare a ritroso pescando il precedente nonché altrettanto pregevole Anna per capire come questa consuetudine si sia ormai radicata tra i vari step che scandiscono la creazione dei dischi sotto questo monicker. In definitiva, sia in questo album che nei precedenti risiede una costante sensazione di “appallottolamento” della pasta sonora, un'implosione da cui inizialmente si fatica realmente a comprendere cosa ci sia effettivamente dentro. Per caso, volontà e anche fortuna (più per la band oggetto della recensione, ovviamente) ci è capitato, girovagando in cerca di maggiori informazioni, di vedere ed ascoltare una recente testimonianza live della seconda traccia di 6 Anti-Odes to Life, Aura; l'effetto sortito è stato quello di un fendente che squarcia le nubi delle incertezze; la resa sonora della formazione Sassone in questa dimensione acquisisce tutte le sfumature che di contro apparivano soffocate su disco, rivelando il lavoro meticoloso e raffinato del suo mastermind sia in fase di composizione che di arrangiamento, tra l'altro in questa contingenza affiancato alla chitarra da Yves (sempre Laube...) e dall'ottimo lavoro al cinque corde di Ina Lüdtke. Proprio Aura diviene il primo nonché migliore esempio della visione lucida e concreta del frontman di Zwickau nel voler toccare una determinata area della sfera affettiva dell'ascoltatore; dall'introduzione acustica in cui si distende una bruma plumbea nella quale, in funzione di rinforzo, si affiancano delicate linee soliste che chiamano direttamente in causa i Daylight Dies (un simile approccio verrà peraltro costantemente riproposto lungo l'ascolto del platter), al successivo riff in cui le dissonanze si incastrano nelle stesse armonie calcate precedentemente, lasciandosi infine condurre dalla lenta progressione che culmina in esplosione sancendo la conclusione del brano e collocando infine la valutazione sul versante opposto rispetto alle impressioni scaturite da una prima analisi del disco. A parte Aura, non mancano ulteriori tasselli che confermano le sensazioni positive per l'operato del polistrumentista tedesco a partire da The Doors, apripista eretto fondamentalmente sul passaggio di testimone fra strofa (su cui si riversano dissonanze affiancate dal growl possente di Laube ad esasperarne le tensioni) e refrain, in cui gli esiti si schierano all'opposto ovvero melodia e clean vocals. Con Our Gifts si trasla verso una superficie sonora più morbida ed accessibile infusa di sentori orientaleggianti; la sua struttura è ancorata ad un tema principale sospinto gradualmente in crescendo, generando due poli collegati da un inaspettato solo di basso. Da sottolineare, nella circostanza, la notevole sensibilità verso le progressioni armoniche degli accordi da parte di questo strumento, che emerge man mano nella sua funzione ornamentale, oltre che ritmica, dei diversi tasselli che compongono il lavoro. Insignificant si delinea al contrario come il momento più greve; le congiunzioni degli accordi e delle linee soliste si fondono trascinandosi e ghermendo uno stato di mestizia e melancolia destinato ed evolvere in ira in concomitanza di un finale completamente inedito in cui il continuo incalzare del timing sfocia nella furia del tremolo picking delle chitarre e dei blast beats della batteria. Meticoloso e raffinato si asseriva ma non impeccabile; nei restanti brani conservati in quest'ultima porzione di track by track si rilevano invero alcuni strascichi che inficiano non solo la qualità dei singoli brani ma anche il giudizio complessivo del disco. Touched contrappone un’iniziale sezione convulsa ed angosciante ad una seconda in cui i Nostri si spingono parecchio oltre con l'utilizzo di accordi piuttosto ostici, fino ad agganciare alcuni passaggi cromatici che oltre a risultare ridondanti danno un'impressione di una certa ingenuità di fondo, come se in queste architetture si volesse a tutti i costi strafare annacquando alla fine quanto di buono finora elaborato. Reason, introdotta da canti gregoriani (presenti anche sul finale di The Doors), viene costruita ri-utilizzando la formula dell'alternanza strofa e refrain; nella fattispecie il cantato in clean non si rivela particolarmente a fuoco, idem per il solo di chitarra abbastanza inconcludente per la modalità con il quale viene costruito. Di tutt'altra pasta è invece il refrain che risolleva non di poco le sorti del pezzo. Il titolo Layers (Ode to Life) infine ci offre un indizio di come Laube desidera concludere questa sesta fatica, ovvero: sovrapposizioni di diversi livelli di arrangiamento su un unico giro di accordi. L'effetto può risultare anche piacevole per un certo verso ma pensare di dare il nome ad una traccia di quasi sette minuti al fine di arrotondare i conti di un album... Parliamone...

Avendo per questa recensione inglobato tra gli ascolti anche il precedente Anna, risulta evidente che con 6 Anti-Odes to Life i Doomed abbiano volutamente enfatizzato il loro lato più cupo, flemmatico ma anche ricercato (e per tale ragione ostico) del loro modo di intendere la materia death/doom a discapito di una varietà tra parti sostenute e rallentamenti, con questi ultimi che finiscono per occupare prepotentemente il centro della scena. Nonostante in sede di consuntivo questa sesta tarsìa discografica autorizzi complessivamente un giudizio positivo, evitiamo tuttavia di spingerci troppo oltre il confine di una sia pur piena sufficienza per via di alcune perplessità dovute in primis al voler perseverare sulle medesime scelte in fase di produzione. Sul versante compositivo, alcune innegabili “sviste o sbrodolamenti”, collocate in un’ottica opportunamente più ampia, ossia di un lavoro enorme da parte di un singolo nei riguardi di così tanti aspetti della sua musica, risultano tutto sommato marginali; da una differente prospettiva permane comunque l'impressione di non voler osare e di non voler spingere i Doomed verso una configurazione (soprattutto a livello di formazione quindi di incremento di input in fase di songwriting, e scelta di approcci alternativi in fase di produzione) differente da quella rappresentata attraverso questi lavori, pur riconoscendo i progressivi miglioramenti nel songwriting. Attualmente la band di Pierre Laube si è trasformata in una live band inglobando fisicamente nuovi elementi, che questo possa rappresentare uno spunto da cui partire con un piede differente?



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2018
Solitude Productions
Death / Doom
Tracklist
1. The Doors
2. Aura
3. Touched
4. Our Gifts
5. Reason
6. Insignificant
7. Layers (Ode to Life)
Line Up
Line-Up:
Pierre Laube (Voce, tutti gli strumenti)
Yves Laube (Chitarra)

Musicisti Ospiti:
Ina Lüdtke (Basso)
 
RECENSIONI
74
 
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