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The Ocean - Phanerozoic I - Palaeozoic
27/11/2018
( 1710 letture )
Cinque lunghi anni ci dividono da quando Pelagial (2013) scatenò un autentico maremoto nel campo del progressive metal di quell'anno. Reduci da una delle loro migliori opere e da uno split con i Mono del 2015, il gruppo di Berlino annuncia un nuovo doppio concept, con una prima parte in uscita nel 2018 e una seconda nel 2019. Phanerozoic I – Palaeozoic è un ambizioso ponte di collegamento fra Precambrian (2007) e Heliocentric / Anthropocentric (2010), che ha il duro compito di dare un filo di continuità a dei lavori decisamente ingombranti, sia in termini di fama che di spessore musicale. Grazie a Peter Voigtmann alle tastiere, Mattias Hägerstrand al basso e Paul Seidel alla batteria, la formazione si rinnova supportando il genio creativo del leader Robin Staps.

Inquadrare un disco dei The Ocean risulta sempre ostico, sia per i contenuti, sia per la forma con il quale esso si presenta. Si continua a percorrere la strada delle ere geologiche, che risulta affascinante da una parte, ma altrettanto complessa dall'altra in quanto può dare spazio a diverse imprecisioni a livello di concept e comprensione. Dietro l'artwork della copertina, che richiama lo stile di Precambrian, ma con colori diversi, si cela un concept tremendamente nichilista e pesante. Attraverso le ere geologiche si parla di tempo, della percezione che abbiamo d'esso e della ciclicità degli eventi. Prendendo in analisi questi argomenti viene spontaneo associare quindi la tematica del significato della vita in relazione al tempo. A tal proposito sono tanti i riferimenti, anche solo guardando la tracklist, a queste tematiche: due esempi sono la grande estinzione permiana di Permian: The Great Dying alla fine del ciclo della vita e l'eterno ritorno tanto caro a Nietzsche di Cambrian II: Eternal Recurrence. Proprio attraverso la teoria filosofica dell'eterno ritorno i The Ocean offrono una visione cupa e pesantissima della vita, secondo la quale l'universo nasce e muore ciclicamente infinite volte, dando vita agli eventi che viviamo altrettante volte in un lasso di tempo senza fine. Ad ogni modo, senza trasformare questa disamina musicale in un trattato scientifico-filosofico, possiamo dire che senz'altro Robin Staps è riuscito nel suo intento di riversare un mood cupo e titanico nel suo ultimo lavoro. La percezione di dover affrontare cose che accadono ciclicamente e che non possiamo evitare è netta, così come l'oppressiva sensazione di non riuscire a gestirle nel modo migliore. La miscela di sludge, progressive e post metal e inserti addirittura doom o elettronici dei The Ocean risulta ancora una volta -oltre che unica e inconfondibile- perfettamente in grado di dipingere la tela di un concept del genere.

Fin dalle prime note di The Cambrian Explosion veniamo traghettati nel lontanissimo passato dell'era paleozoica, attraverso dei semplici rintocchi di sintetizzatore, arricchiti dalle oscure frequenze basse. La breve intro richiama così la sezione iniziale del primo vero brano. Dopo qualche attimo di pura esitazione musicale, sul growl potente e graffiante di Loïc Rossetti esplode Cambrian II: Eternal Recurrence. Durante il Cambriano le aree continentali erano divise in due grandi blocchi chiamati Laurasia (costituita da Asia, Europa e Nord America) e Gondwana (costituita da Sudamerica, Africa, Australia, Antartide e India). Successivamente questi due supercontinenti diventeranno tre e si riuniranno per formare la Pangea, per poi fratturarsi nuovamente, ma questa è una storia che probabilmente tratteremo nel seguito di questo disco in uscita nel 2019.

Fellow man
Your whole life, like a sandglass
Will always be reversed
[...]
And then you will find every pain and pleasure
Every friend and every enemy
Every hope and every goddamn error
Every blade of grass and every ray of light
(Cambrian II: Eternal Recurrence)


La ciclicità della vita e dell'universo sono spiegati in maniera molto visiva, attraverso delle immagini come i fili d'erba e i raggi di sole, che apportano al testo una connotazione tangibile. Le parti vocali si alternano fra growl e clean, sostenute da dei movimenti musicali analoghi. Subentrano vari cambi di tempo e inserti sia di natura orchestrale che elettronica, senza tuttavia dare mai veramente un momento di pura brillantezza al brano. Dopo un finale decisamente ricco di pathos, ma altrettanto nei binari alla quale ci hanno abituato i The Ocean, sfociamo verso Ordovicium: The Glaciation of Gondwana. Durante l'Ordoviciano, le teorie più accreditate sostengono che la Gondwana, precedentemente in una posizione equatoriale, per via della deriva dei continenti finì a transitare nei pressi del polo sud, subendo una forte glaciazione. Il terzo pezzo del platter è un brano freddo e diretto, dalla durata decisamente più contenuta rispetto ai suoi colleghi e rispetta una forma canzone più canonica. Gli arrangiamenti, così come il filo logico musicale seguono quello tracciato dal pezzo precedente, strizzando vagamente l'occhio alle atmosfere del vecchio Fluxion. Il problema è che il brano vuole mettere insieme sia la violenza tipica di alcuni dei primi dischi dei The Ocean, sia le atmosfere del concept attuale e il risultato è un breve brano che scivola via senza essere né carne né pesce. Decisamente meglio con il brano che tratta del Siluriano, periodo nel quale al seguito della grande glaciazione che colpì la Gondwana, ci fu un generale innalzamento del livello dei mari. Questo favorì lo sviluppo di numerose specie di vita marine, apparirono le prime specie di barriere coralline (oggi estinte in seguito al Permiano) e aumentarono drasticamente le specie di Eurypterida, ovvero degli scorpioni marini dalla quale poi derivano gli attuali scorpioni che noi tutti conosciamo. Silurian: Age of Sea Scorpions inizia con un interessantissimo e pesante riff di chitarra e con una strofa cantata con molto più lirismo rispetto a quello che abbiamo ascoltato fino ad ora. Anche le soluzioni musicali di questo pezzo tendono a fissarsi in mente in maniera più rapida, nonostante la loro complessità compositiva. Ottimo il lavoro alle frequenze basse, dove sia il basso di Mattias Hägerstrand che i sintetizzatori più cupi si miscelano senza coprirsi a vicende. Dopo i primi due minuti subentra un breve break con la chitarra in clean di natura progressive, che lascia poi rapidamente spazio alla nuova strofa. Si susseguono delle sezioni distorte decisamente più aggressive, che vanno poi a placarsi in un lungo intermezzo orchestrale, lento e malinconico. Il violino e il pianoforte, insieme alla voce suadente e pulita di Rossetti, si adagiano su un tappeto melodico triste e distante, riportando progressivamente il pezzo ad un violento climax finale arricchito da un'orchestra di fiati che dona un'aria decisamente pomposa alla parte conclusiva della composizione. Una lunga nota di violoncello e alcuni accordi in clean, che rimbalzano dal padiglione sinistro al destro della cuffia ci portano verso il Devoniano, dove continua il florido sviluppo marino e la comparsa dei primi insetti. Devonian: Nascent è un longevo brano che vede la presenza di Jonas Renkse dei Katatonia al microfono. L'alternanza fra le voci è decisamente azzeccata e sensata, sfociando poi in uno dei momenti più alti del platter quando entrambi si uniscono sulla stessa strofa: Renkse ha un timbro profondo e paterno, mentre Rossetti -decisamente più basso di volume- offre una visione sofferta e rabbiosa della stessa strofa, un po' come fosse l'eco della coscienza del pezzo. Tante sono le decorazioni che arricchiscono il pezzo, dagli stacchi intorno a 4.17 a quelli prima della grande esplosione intorno all'ottavo minuto. Il growl sostenuto di rossetti su "Nascent" è devastante e ci regala un gran bel momento, seguito poi dalle trame di chitarra di Robin Staps sempre velenose, ostiche e imprevedibili. Durante il Carbonifero vi è stato un grande aumento di carboni fossili, come diretta conseguenza del grande sviluppo di foreste in quest'era geologica. Da questo scenario prende spunto il breve strumentale The Carboniferous Rainforest Collapse, che passa fiaccamente dopo tre minuti abbondanti di idee note e di idee compositive non tra le più originali. Ci avviciniamo così al Permiano, noto per la più grande estinzione di massa che la Terra abbia conosciuto. Le cause maggiormente accreditate -non necessariamente slegate- della quale oggi non vi è ancora assoluta certezza sono diverse: i bruschi cambiamenti climatici, l'aumento della radiazione cosmica, vulcanismo esteso con piogge acide e incendi, aumento della salinità degli oceani, caduta di un asteroide e altro. A descrivere un immaginario così infernale ci pensa Permian: The Great Dying. Il brano in questione è senz'altro il migliore del disco, riprendendo alcune sonorità di Heliocentric e integrandole con l'ultimo Pelagial. Il cantato di Rossetti, inizialmente in growl e successivamente pulito si muove su delle linee melodiche tutt'altro che scontate e rimangono in testa facilmente. Allo stesso modo le soluzioni compositive sono eccellenti e di altissimo livello, dalle parti di chitarra fino ai piatti usati dal batterista. Tantissimi sono i dettagli che decorano il brano e dallo stacco a 2.45 in poi è pura magia, poiché la musica inizia ad avvolgere letteralmente l'ascoltatore trasportandolo verso l'immaginario del Permiano, tanto tremendo quanto avvolgente.

I am not here but you can still write me, like in the beginning,
You're no longer next to me, but this is how it's always been:
you were a ghost before you became real,
That's how we got to know,
That's how we got to know.
(Permian: The Great Dying)


La tristezza e il rammarico di questi bellissimi versi si possono facilmente trasporre da una connotazione filosofica ad una più tangibile come quella di un rapporto fra due individui che viene meno. Dalla vita che è destinata a terminare, si potrebbe parlare come anche l'amore o il dolore siano destinati a terminare prima o poi. La prestazione del cantante per tutto il brano è sensazionale, ponendolo su un piedistallo ben più alto di moltissimi suoi colleghi ad oggi. In un leggero richiamo a Fluxion, dove il disco terminava su un riff di chitarra compulsivo che veniva sempre più distorto fino alla soglia del rumore, Phanerozoic I va a chiudersi nel medesimo modo, ma con un forte uso di gain applicato alla voce.

Nonostante il disco sia ricco di buone idee e di soluzioni compositive eccezionali, si è dovuto aspettare le battute finali per avere una traccia che lasci oggettivamente a bocca aperta. Phanerozoic I arriva cinque anni dopo un capolavoro eccezionale come Pelagial, che era un susseguirsi continuo di occhi sbarrati, mascelle spalancate e mani nei capelli e sente la presenza ingombrante del suo predecessore. Con i The Ocean è inutile parlare di standard compositivi ai quali ci ha abituato il gruppo, poiché quest'ultimi sono sempre stati altissimi. Ciò che lascia l'amaro in bocca è quella vaga sensazione, in diversi punti, di già sentito e di minore coinvolgimento emotivo. Senz'altro il concept decisamente articolato e leggermente pretenzioso -visto che ci si muove su un argomento del quale ancora ci sono diverse incertezze- rischia di mettere qualche bastone fra le ruote, sia a livello compositivo che di fruibilità. Resta il fatto che dopo cinque anni di lavoro, qualche momento nel quale si ha la sensazione di filler in meno era dovuto. Tolti questi problemi, che probabilmente non risalteranno all'occhio di chi si approccia a i The Ocean per le prime volte, il disco risulta comunque un buon platter con dei momenti molto validi che confermano lo stato di grazia di uno dei gruppi più eccezionali del metal dal 2000 ad oggi. Ad ora, non ci resta che attendere che inizi l'era Mesozoica per osservare cosa avrà luogo dopo il difficile e complesso Paleozoico.



VOTO RECENSORE
73
VOTO LETTORI
87 su 11 voti [ VOTA]
Macca
Mercoledì 12 Dicembre 2018, 10.11.41
22
Io continuo a pensare che la qualità di questo lavoro sia elevatissima e che vi sia inoltre un maggiore equilibrio dato dal contrasto tra le parti atmosferiche e quelle più aggressive, altro che 73...però come dice @Silvia la mia passione per i The Ocean è enorme, potrebbe in questo caso aver un pò ottenebrato il mio giudizio. Ad ogni modo confermo il 90 e come unico neo l'eccessiva brevità: personalmente sono già in attesa della seconda parte.
Michele "Axoras"
Martedì 11 Dicembre 2018, 15.03.32
21
@Gamba: 73+10 sull'ultima canzone rende molto l'idea di quello che penso del disco
gamba.
Lunedì 10 Dicembre 2018, 15.16.35
20
devo dire che l'ultima traccia con gli ascolti è cresciuta che è una bellezza. voto 73+10, di meno non potrei mai.
No Fun
Mercoledì 5 Dicembre 2018, 14.52.32
19
'azz! un'altra di quelle band che hai paura che alla fine del concerto ti interrogano... però mi è venuta voglia di riascoltarmi Pelagial
Silvia
Mercoledì 5 Dicembre 2018, 14.42.33
18
@Macca, bellissima la tua passione x questo gruppo . Io li ascoltero' appena posso, ci sono altre uscite al momento che sto macinando e con le cose nuove io sono un bradipo. Fra l'altro dalle anticipazioni che ho visto questo non e' un lavoro da ascolto distratto
TheSkullBeneathTheSkin
Mercoledì 5 Dicembre 2018, 14.38.01
17
Disco non male, concordo col voto. Svanito l'effetto sorpresa degli esordi (siamo lontani da Pelegial) questa volta annoiano un po'
jack
Mercoledì 5 Dicembre 2018, 14.31.59
16
@gt_oro nei primi due pezzi è compresa un'intro di due min....suvvia...hai provato ad ascoltare Nascent con renske? @the hollow one sicuramente in qualche intervista delpassato il motivo lo avrnno pure esplicitato, o meglio robin stapps lo avrà fatto. ma si possono intuire le difficoltà logistiche, su precambrian il numero di ospiti è enorme e vengono letteralmente anche dall'altra parte dell'oceano, e stapps avrà voluto sicuramente dare più "coerenza" ai suoi lavori, o forse prima non aveva mai sentito rossetti cantare....
GT_Oro
Martedì 4 Dicembre 2018, 12.33.00
15
Li ho sempre trovati insopportabili, ma ogni volta do un'opportunità. Niente da fare, i primi due pezzi mi sono bastati. Onestamente non riesco nemmeno a capire cosa ci sia che mi dà così fastidio, ma proprio non ce la faccio. Amen
The Hollow One
Domenica 2 Dicembre 2018, 15.44.21
14
Qualcuno sa il motivo per cui non sono più un collettivo? Per ora mi astengo dal giudicare il disco in quanto sono ancora ai primi ascolti, ma ho subito notato la natura più metal di questo lavoro rispetto al precedente. Mi riferisco soprattutto alla scarsa presenza di archi.
Danimanzo
Venerdì 30 Novembre 2018, 10.32.39
13
Ennesimo grande disco da parte di una grande band. Non saranno più un collettivo ( oramai da diversi anni ), ma l'innesto dell'unico cantante Loïc Rossetti si è rivelata una mossa vincente per la proposta della band. I The Ocean rappresentano ad oggi, secondo il mio parere, il Top della proposta in ambito cosiddetto "Post Metal". Senza dimenticare chi li ha preceduti e chi continua nella propria attività, mi sento di affermare che la loro proposta è la più completa da un punto di vista lirico, strumentale ed emozionale. In attesa della seconda parte, ci godiamo questa prima parte.
Pacino
Venerdì 30 Novembre 2018, 10.03.18
12
Gran bell'album, anche se i 2 precedenti erano ancora meglio. Voto 78
Macca
Giovedì 29 Novembre 2018, 9.39.11
11
@Axoras: immaginavo che l'inghippo fosse proprio quello: la tua analisi sul lato compositivo mi è parsa più che positiva e non in linea col voto finale, che quindi devi aver abbassato per altri motivi che non ti hanno convinto. Mi spiace che sotto quel punto di vista ti abbia lasciato un pò freddo, io personalmente l'ho trovato diverso dai predecessori ma mi ha colpito molto, già dal vivo al Santeria i nuovi brani mi erano parsi bellissimi...ma oltre che di gusti la musica è anche una questione di "pelle" confermo l'ottima impressione, se devo trovargli una pecca dico l'eccessiva brevità: con un paio di brani in più per il sottoscritto sarebbe stato un capolavoro assoluto. Alzo il mio voto a 90, stupendo album e grazie di esistere alla band.
jack
Mercoledì 28 Novembre 2018, 20.24.01
10
73 è un voto assurdo per questo disco, soprattutto nonmi pare che sia coerente con la valutazione in recensione, mi sarei aspettato 80 minimo, considerando pure i difetti che ritieni di aver evidenziato. Per il sottoscritto siamosul 90 pieno, cresce con gli ascolti, il feat con renske è spettacolare, la prova di rossetti è enorme, musicalmente i nuovi innseti in formazione fanno un ottimo lavoro e portano un arricchimento al sound. secondo me rispetto a precambrian bisogna tenere conto che allora erano un collettivo, e soprattutto credo che questo disco sconterà agli occhi della gente il fatto di essere una parte di un concept, rischia di sembrare quasiun'ep (7 tracce di cui un intro di 1 min) anche se di 40 minuti. Artwork bellissimo ma un pò troppo fragile, booklet nonaltezza dei loro standard.
progster78
Mercoledì 28 Novembre 2018, 15.40.37
9
Hanno sempre fatto dischi di ottimo livello e anche questo lo trovo piacevole...magari non perfetto ma ottimo. voto 80
Axoras
Mercoledì 28 Novembre 2018, 15.22.31
8
Ciao Macca, diciamo che sei arrivato al punto. Il disco in diversi punti mi è piaciuto, ma in molti altri ho sentito la mancanza di un carico emotivo che ho provato in molti altri dischi del gruppo (tralasciando volendo anche i paragoni con Pelagial eh). Ad ogni modo 73 non è un voto tremendo eh ragazzi.. è pur sempre un voto sopra la media. Ad ogni modo ad ora non si hanno -mi pare- notizie nette sulla data d'uscita del prossimo capitolo.
Matteo BTBAM Galli
Mercoledì 28 Novembre 2018, 14.39.28
7
Concordo con i lettori qui sotto, sotto l'80 non va. Cresce bene con gli ascolti, i picchi di Precambrian sono lontani ma siamo sempre molto in alto. Adesso attendiamo il seguito, qualcuno sa quando uscirà più o meno?
Macca
Mercoledì 28 Novembre 2018, 13.14.04
6
Più lo ascolto e più il 73 mi sembra davvero ingeneroso per un album del genere. Anche di fronte ad eventuali confronti con il precedente Pelagial, che è un album concettualmente e musicalmente epocale, non si può negare la qualità intrinseca di questo lavoro in termini di songwriting, complessità, freschezza e profondità di contenuti. Leggendo più volte la recensione ho avuto l'impressione che il pur bravo Axoras abbia in qualche modo posto l'accento solo sull'aspetto tecnico/contenutistico dell'opera tralasciando però la componente emozionale, che è imprescindibile per valutare un lavoro dei The Ocean: forse da questo punto di vista non è rimasto colpito dal lavoro dei tedeschi, mentre il sottoscritto non trattiene la pelle d'oca durante il ritornello di Cambrian, il bridge di Silurian e l'avvio di Devonian. E continua a crescere ad ogni ascolto: già non vedo l'ora che esca la seconda parte.
Diego75
Mercoledì 28 Novembre 2018, 5.30.04
5
Disco copia dei precedenti....visti a Brescia 10 anni fa'...e suonavano la stessa cosa già allora...senza voto!
gamba.
Mercoledì 28 Novembre 2018, 0.06.11
4
attendevo questa recensione con una certa ansia mista a curiosità di capire come suoni quest'album alle orecchie altrui. innanzitutto per me è doveroso mettere un paletto iniziale: pelagial è intoccabile, è quell'album che va al di là dell'alta qualità compositiva di un gruppo, quel lavoro che la maggior parte delle band possono soltanto sognarsi. ecco, alla luce di ciò che ho detto io personalmente evito di metterlo a confronto con quest'ultima uscita, non c'è paragone che tenga, e posso assicurare che che questo phanerozoic I mi sta piacendo veramente molto, fin dal primo ascolto. detto questo, mi ha fin da subito colpito cambrian II, nel bene e nel "male": si sente forte e chiaro il filo conduttore con precambrian, in special modo con quella che è la mia traccia preferita, rhyacian, ci vedo quasi (quasi) un riciclo di melodie (la tonalità è la medesima), ma questa non vuole essere una critica negativa, è anche per questo che la apprezzo molto. allo stato attuale silurian è quella su cui sto ponendo più attenzione, molto stimolante. non posso dire molto altro per ora, magari più avanti. il voto alla recensione mi ha fatto cascare la bocca per lo stupore, però capisco sia per le aspettative altissime che si generano intorno ai the ocean, sembra una disamina molto severa ma penso sappiamo tutti che qualsiasi album che esce da casa the ocean sia in automatico di una classe superiore alla media.
Ad Astra
Martedì 27 Novembre 2018, 21.58.36
3
Nella mia personale top ten di fine anno a mani basse.Droga pura.
Macca
Martedì 27 Novembre 2018, 21.53.43
2
Il mio amore per questa band è totale quindi probabilmente sono di parte, ma non concordo affatto con la disamina. Sebbene lo abbia ascoltato ancora poco (i vinili non mi sono arrivati ancora per ritardi di stampa dell’azienda produttrice) non ho affatto avvertito né la sensazione di già sentito né lamento la presenza di filler. A mio avviso ad oggi il loro lavoro musicalmente più semplice da fruire, la naturale prosecuzione di Precambrian seppur musicalmente non riesca a trovargli eguali nella loro discografia, poggia molto più che in passato sulle linee vocali di Rossetti (stupende) ma pullula di buone idee e ispirazione compositiva: il motivo portante di Cambrian è stupendo, Ordovicium uno dei loro brani più asciutti e schietti di sempre, Silurian un “esperimento” ben riuscito, Devonian si avvia ammaliante per poi progredire in un diluvio sonoro, Permian chiude degnamente un ottimo disco che secondo me potrà essere giudicato in modo compiuto solo insieme al gemello di prossima uscita. I The Ocean pur non stupendo più per qualità e quantità continuano a stupire sfornando album di classe e qualità al di sopra della media. Voto 85
dario hubner
Martedì 27 Novembre 2018, 21.44.53
1
Dare 73 a questo disco è da ergastolo, fatevelo dire. Album da top di fine anno, voto 85
INFORMAZIONI
2018
Metal Blade Records / Pelagic Records
Prog Metal
Tracklist
1. The Cambrian Explosion
2. Cambrian II: Eternal Recurrence
3. Ordovicium: The Glaciation of Gondwana
4. Silurian: Age of Sea Scorpions
5. Devonian: Nascent
6. The Carboniferous Rainforest Collapse
7. Permian: The Great Dying
Line Up
Loïc Rossetti (Voce)
Robin Staps (Chitarra, Basso e Percussioni)
Peter Voigtmann (Sintetizzatori e Tastiere)
Mattias Hägerstrand (Basso)
Paul Seidel (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Jonas Renkse (Voce sulla traccia 5)
 
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