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Mogwai - Happy Songs for Happy People
30/11/2018
( 292 letture )
Il singolo My Father My King, uscito nel 2001 a pochi mesi da Rock Action, rese (apparentemente) manifesto il desiderio dei Mogwaidi non perdere la rabbia, la cocente e malinconica disperazione degli esordi, in parte abbandonata nella prima uscita discografica del nuovo millennio. Cosa può rimanere senza quell'angoscia, quella violenza primordiale? Troppi sono i nomi di artisti e band che hanno preso a modello Mogwai Young Team e Come On Die Young, spesso semplificandone la portata in strutture, sonorità ed armonie più accessibili; Stuart Braithwaite negli anni ha tenuto le orecchie ben aperte e, non avendo mai amato l'idea di fossilizzarsi su un determinato stile, per il successivo lavoro in studio sentì il bisogno, assieme ai suoi compagni di gruppo, di insistere sulle venature più serene e meno opprimenti venute a galla nell'appena citato Rock Action.

Ricondurre il tutto alla volontà di seguire le tendenze per spirito di autoconservazione sarebbe eccessivo per una band sincera ed istintiva come questa, ma è indubbio che con Happy Songs for Happy People gli scozzesi entrino per la prima volta a piedi pari in quello che è ancora oggi il canone del post-rock, lo standard, fatto di chitarre sognanti, melodie dolci e immaginifiche, influssi di elettronica calibrati a modo, per creare atmosfere spaziali, eteree, trascedenti.

A dimostrazione del talento del gruppo c'è però il fatto che ne escano comunque brani stupefacenti come quello d'apertura, Hunted by a Freak, ancora oggi riproposto con successo durante i concerti. Basta un giro di chitarra semplice ma non scontato, la voce processata e incomprensibile di Barry Burns (nuovo al microfono) in contrasto con il palpabilissimo violoncello, mentre si sovrappongono strati e strati sonori sempre intriganti e sorprendenti. Altra succosa novità è l'interesse cristallino per l'ambient, esemplificato dall'altamente cinematografica Moses I Amn't? (utilizzata infatti ottimamente da Paolo Sorrentino nel suo 'Le conseguenze dell'amore'). Un sintetizzatore ampio ed evocativo fa da guida ai disturbi della sei corde e ai contrappunti del violoncello, con l'elemento percussivo ad opera di Martin Bulloch che si ritira, per ritornare solo fugacemente sotto forma di batteria elettronica.

La materia, però, già con Kids Will Be Skeletons comincia a farsi più generica, più monotona e meno entusiasmante di quanto sentito in precedenza. Viene subito fuori la difficoltà di staccarsi dalle caratteristiche evidenziate sopra, che si protrarrà per la maggior parte del disco. La cura del gruppo per i dettagli è sempre al massimo e non si discute, ma, anche accettata la pressoché completa rinuncia a dissonanze e distorsioni, manca comunque quel tocco che possa dare qualcosa in più alla traccia in questione. La parvenza iniziale di malinconia di Killing All the Flies, il largo uso dell'orchestrazione e la pur interessante svolta centrale non sono sufficienti a dire più di quanto non sia già stato detto. Gli stimoli vengono a mancare troppo presto, persino con un nuovo tentativo ambient su cui si destreggia il basso di Dominic Aitchison, Boring Machines Disturbs Sleep, di nuovo molto cinematografica. L'apporto della voce, di John Cummings stavolta, è abbastanza enigmatico e conduce il gruppo verso un'atmosfera che non sembra nemmeno lontanamente nelle sue corde.

Ratts of the Capital è il primo e più chiaro tentativo di recuperare i primi Mogwai. La traccia più lunga del disco, spigolosa, armonicamente sporca, si spinge fino all'accarezzare terreni post-metal, ma alla fine, per quanto di audacia sopra la media, risulta essere uno dei passaggi meno esaltanti del disco. Più interessante è la ripresa di CODY in Golden Porsche, che finalmente sembra aprire gli spazi attorno a sé e travolgere con dolcezza l'ascoltatore. Gran lavoro in produzione, nella quale figura, per la prima volta in collaborazione con la band, Tony Doogan. Peccato solo per la breve durata.

Sul piano di Cummings si costruisce I Know You Are But What Am I?, a poco a poco affiancato da un gran numero di inserti elettronici che non posso non riportare alla mente il krautrock. La canzone in sé a conti fatti è inconcludente, ma buona, nonostante dia un po' troppo l'impressione di essere stata scritta con il pilota automatico. I nostri cercano allora di dare una scossa nella conclusiva Stop Coming To My House con qualche sperimentazione noise/industrial (nulla di nuovo, nel primo caso), con tanto di appesantimento delle distorsioni ed uso particolare del violino dell'ospite Luke Sutherland, ma non ne viene fuori nulla di memorabile.

C'è da ammettere che, prendendo i brani singolarmente, Happy Songs for Happy People è un lavoro apprezzabilissimo; ma in un ascolto dall'inizio alla fine rivela meno di quanto ci si potrebbe aspettare. I Mogwai cercano sempre più intensamente di confrontarsi con brani più contenuti e diretti, ma senza idee fertili il risultato è un album nel complesso fiacco e di passaggio.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Sabato 1 Dicembre 2018, 16.55.34
1
Il mio preferito. Ogni nota è al posto giusto; e quando ho bisogno di un pò di riposto da tanta elettricità Boring Machines Disturbs Sleep e Golden Porsche sono il toccasana ideale
INFORMAZIONI
2003
Play It Again Sam
Post Rock
Tracklist
1. Hunted by a Freak
2. Moses? I Amn’t
3. Kids Will Be Skeletons
4. Killing All the Flies
5. Boring Machines Disturbs Sleep
6. Ratts of the Capital
7. Golden Porsche
8. I Know You Are but What Am I?
9. Stop Coming to my House
Line Up
Stuart Braithwaite (Chitarra)
John Cummings (Chitarra, Pianoforte, Voce)
Barry Burns (Chitarra, Tastiere, Voce)
Dominic Aitchison (Basso)
Martin Bulloch (Batteria)

Musicisti Ospiti
Luke Sutherland (Violino nelle tracce 4 e 9, Chitarra nella traccia 6)
Caroline Barber (Violoncello nelle tracce 1, 2 e 7)
Donald Gillian (Violoncello nella traccia 4)
Scott Dickinson (Viola nella traccia 4)
Greg Lawson (Violino nella traccia 4)
 
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