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Van Halen - Balance
07/12/2018
( 2280 letture )
Dall’elenco dei “dinosauri” del rock duro è impossibile escludere l’unica band al mondo che porta come monicker un cognome olandese; anzi diremo di più, i Van Halen sono patrimonio della musica globale senza alcuna specificazione di genere, sono coloro che hanno dato espressione artistica ad uno dei migliori chitarristi che siano mai esistiti, coloro che, insieme agli AC/DC, hanno portato l’hard rock ad altissimi livelli commerciali mantenendo nel contempo un’elevata qualità in quasi tutte le loro uscite. Oggi come ieri, appena parte la prima nota di tastiera della celeberrima Jump o un fraseggio della mitica Eruption, salgono letteralmente i brividi e si ascolta in religioso silenzio. Come tutti sanno, la loro storia è fondamentalmente divisa in due parti, escludendo ovviamente le ultime due tutt’altro che indispensabili uscite: la prima classicissima fase con David Lee Roth con cui si è raggiunto il successo planetario e la seconda fase in cui subentrò Sammy Hagar, ex cantante dei Montrose, un ciclo di quattro album anch’essi di assoluto valore ma spesso considerati episodi minori perché privi di quella carica dirompente e quello spirito selvaggio che solo David poteva assicurare. In realtà il nostro Hagar non ha alcunché da invidiare al suo predecessore e col suo arrivo i Van Halen hanno introdotto nel proprio sound interessanti elementi sperimentali, culminati nell’ultimo grande lavoro pubblicato nel 1995 intitolato Balance.

Realizzato durante un periodo di particolare tensione tra il cantante e i due fratelli, Balance viene dopo quello che è probabilmente il capolavoro dell’era hagariana, F.U.C.K., e il compito di riuscire a replicare tale risultato è ai limiti dell’impossibile ma i Nostri riescono quasi a superare loro stessi producendo un LP di sopraffina eleganza e splendore. Con l’aiuto dello storico produttore Bruce Fairbairn (tra le opere passate attraverso le sue mani annoveriamo The Razors Edge, Permanent Vacation e Slippery When Wet) i Van Halen compongono un insieme di canzoni derivative di varie influenze rielaborate come solo loro sono in grado di fare: blues, hard rock, heavy metal, funk, all’interno del calderone c’è tanta sostanza che segue un ordine non casuale e rispetta un ben preciso filo conduttore. Filo conduttore che si basa sull’inconfondibile sound del funambolico Eddie Van Halen e la sua Frankenstrat, in forma come suo solito, sul drumming elastico e aggressivo del fratello Alex Van Halen e sul lavoro essenziale svolto dal fedele Michael Anthony; tre mostri di tecnica a cui si aggiunge un vocalist dotatissimo, meno frontman rispetto a molti altri (figuriamoci rispetto a Roth…) ma garante di performance elevate. Il viaggio inizia con la atipica The Seventh Seal e la sua atmosfera ai limiti del misticismo: un riff geniale introduce e accompagna una delle migliori tracce dell’album, talmente avanti da risultare difficile a descriversi in termini di genere, un incrocio tra rock duro e pop ricercato. Al contrario, è fin troppo facile descrivere il classicone seguente, Can’t Stop Loving You, canzone spacca-classifiche richiesta esplicitamente dal produttore come singolo; il risultato è assicurato, gli ascolti ripetuti. A proposito di singoli, quello di lancio fu Don’t Tell Me (What Love Can Do) che parla della morte di Kurt Cobain in chiave fatalista spiegando che l’amore di qualcuno a lui vicino avrebbe potuto salvarlo; musicalmente è una composizione solida, ruvida, con Sammy e la sua voce sugli scudi con prepotenza, esattamente come Amsterdam sulle cui note è impossibile rimanere fermi grazie alla potente sezione ritmica e un groove affascinante. Finora quattro centri su quattro e la striscia positiva continua con Big Fat Money introdotta da un urlo alla Robert Plant, accompagnato dal re del tapping indemoniato on the guitar per quella che potremmo chiamare la Hot for Teacher 2.0, solo un po’ più rock’n roll. Benissimo anche Alex il quale dimostra nuovamente quanto la sua bravura sia sottovalutata nell’ambiente, probabilmente poiché oscurata dal carisma e dall’importanza del fratello-compagno. Bisogno di stemperare i toni? Il problema non si pone, abbiamo Not Enough in pole position per soddisfare il bisogno di melodie dal facile appeal, con la straordinaria partecipazione vocale di Steve Lukather degli intramontabili Toto, a cui segue un’intrigante Aftershock in puro stile Van Halen 100%, cioè chitarra tagliente ma leggera, batteria che varia sul tema e solita passione che trasuda pesantemente. La forza di Balance sta nel fatto che tutte le canzoni citate finora sarebbero potenziali hit, caratteristica ricorrente nella discografia degli originari di Pasadena, ergo ad un lavoro del genere realizzato da un qualsiasi altro gruppo verrebbe assegnato d’ufficio un 90 come minimo; il problema (enorme problema…) è che questo quartetto ha alle spalle altri album addirittura superiori per cui tutto ciò è semplice amministrazione. C’è spazio per un breve assolo di Alex ed un pezzo strumentale di scarso valore ed ecco che arriviamo alla fine: Take me Back (Dejà Vu) è con molta probabilità il pezzo meno riuscito del platter con pochi spunti interessanti, una canzonetta e nulla più, mentre Feelin’ è una toccante quanto malinconica cornice autoriflessiva che suggella nel migliore dei modi l’ultimo grande capolavoro dei Van Halen.

Che dire, un lavoro che suggella una carriera leggendaria di un gruppo che rimarrà per sempre negli annali. Non hanno inventato nulla, non sono innovatori bensì artisti in grado di combinare istinto commerciale con un’incredibile quantità di talento e capacità tecnica sopra la media. Ma nonostante tutte le parole buone sprecate fin qui per Balance, dobbiamo necessariamente escluderlo dal podio dei migliori album composti dalla band, ha insomma il paradossale difetto di essere fatto proprio dai Van Halen. Assolutamente da possedere se si vuole essere considerati amanti del rock.



VOTO RECENSORE
89
VOTO LETTORI
88.16 su 6 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Sabato 25 Maggio 2019, 16.44.41
18
Riesumato oggi. Sempre più convinto di quanto già detto sul gruppo e Sammy Hagar in particolare. Feelin’ mette i brividi ancora oggi; le ruffiane Can't stop loving you e Not enough le compongono solo i grandissimi e Dont' tell me ci regala uno dei loro brani migliori in assoluto in cui EVH si dimostra chitarrista dal gusto sopraffino e senza dover ricorrere agli effetti pirotecnici che lo hanno reso colui senza il quale...
Andy
Mercoledì 12 Dicembre 2018, 23.28.18
17
i Van Halen vorrebbero definiti..."patrimonio dell'unesco"...il grande Eddie e' stato insuperabile con il suo tocco!...ogni loro uscita e' stata interessante!...questo balance pero' a mio avviso era bello solo per meta'...perdeva il confronto con l'apice dell'era hagar che senza dubbio si deve attribuire al precedente F.U.C.K!!!!....comunque enormi!!!!
Andrea
Martedì 11 Dicembre 2018, 12.24.12
16
Bellissimo album e che produzione!
marmar
Lunedì 10 Dicembre 2018, 23.22.04
15
Il disco è buono, ma viene dopo tre capolavori tre, specialmente il roccioso e pirotecnico "F.U.C.K." e quindi soffre inevitabilmente nel confronto. Alla sua uscita ne rimasi leggermente deluso, risentendolo poi l'ho rivalutato per quel che merita ( molto), ma rimane sempre uno scalino più basso. I "Van Hagar" sono stati una band strepitosa, il bravissimo Sammy ritirò su la baracca da gran maestro, aver visto il loro concerto in quel di Milano in un Palatrussardi stracolmo e festoso rimane un grande onore.
Hard N' Heavy
Lunedì 10 Dicembre 2018, 22.36.48
14
i van halen dell'era Sammy Hagar e quelli dell'era David Lee Roth non hanno mai sbagliato un disco tutti capolavori anche il sottovalutato Van Halen III con Gary Cherone è bellissimo, i van halen per il sottoscritto risiedono nel trono dell'olimpo della musica.
5150EVH
Lunedì 10 Dicembre 2018, 14.14.43
13
Visti sia con David Lee e sia con Sammy .... Band strepitosa con tutti e 2 ... Per me anche adesso rimangono u più grandi in assoluto avendo sempre unito l immenso talento dei 4 con un energia e un songwriter senza eguali. All altezza dei Led Zeppelin.... Per me tutti gli album sono da 100 . anche l ultimo A different kind of truth !!!
Area
Lunedì 10 Dicembre 2018, 13.24.42
12
I miei album preferiti li hanno fatti con David Lee Roth, ma Sammy Hagar é un cantante e un chitarrista da paura, anche da solista, talmente tanto che uno dei suoi pezzi (There's only one way to rock) venne ripreso regolarmente nei live dei Van Halen. I Van Halen putroppo almeno in Italia non sono famosi come gli AC/DC... li conoscono in tantissimi ma spesso vedo che si tratta o di gente che era molto giovane tra la fine degli 80 e i primi 90 oppure di gente che é appassionata di Rock. Che comunque in proporzione a chi ascolta Pop o altra roba é inferiore.
P2K!
Lunedì 10 Dicembre 2018, 9.05.59
11
Io sono tra quelli che ha preferito di gran lunga l'era Hagar a quella con David Lee Roth. A livello di songwriting l'ho sempre trovata MOLTO più convincente. Questo Balance poi è la degna chiusura di un dittico incredibile con il precedente "F.U.C.K". La sola "The Seventh Seal" vale un album di qualsiasi band odierna.
Awake
Sabato 8 Dicembre 2018, 16.39.25
10
Una voce che graffia come il Jack Daniels
Awake
Sabato 8 Dicembre 2018, 16.36.19
9
Giusto quello che dici Lisa, ma io mi riferisco proprio alla voce, al di là del personaggio...
lisablack
Sabato 8 Dicembre 2018, 16.11.43
8
C'è anche da dire che DLR aveva una personalità e come dici tu, sensualità.. Questo senz'altro!
Awake
Sabato 8 Dicembre 2018, 15.21.10
7
Se per dotazione vocale s'intende chi urla più forte e chi va più in alto come estensione allora posso tranquillamente dare ragione ai sostenitori di Hagar, ma il timbro, l'espressività, la sensualità e le sfumature della voce di DLR sono un'altra storia, una voce di gran classe, una voce inconfondibile e personale, una voce unica che spicca sulle altre e ti smuove l'anima. Quella di Hagar invece ha l'imperdonabile difetto di essere semplicemente un'ottima voce fra le tante ottime voci (e che personalmente trovo un tantino piatta). Sempre secondo me e con il massimo rispetto per chi la pensa diversamente.
lisablack
Sabato 8 Dicembre 2018, 14.58.19
6
Inferiore di poco a F.U.C.K. che per me è il miglior album che hanno fatto..A me piaceva tanto Hagar, come voce e tutto il resto
Diego
Sabato 8 Dicembre 2018, 14.30.06
5
Questo e F.U.C.K. sono i miei preferiti dei VH, difficile dire quale sia il migliore. Concordo con Rob Fleming, Hagar è di un livello superiore...
Aceshigh
Sabato 8 Dicembre 2018, 14.21.59
4
Ripresentarsi al livello di F.U.C.K. era pressoché impossibile, ciononostante questo rimane un grandissimo album, dai toni a volte più seriosi rispetto al precedente (vedasi l'opener, Don't Tell Me, oppure la conclusiva Feelin'). Album da avere... come pure gli altri. Voto 85 pieno
Hellion
Sabato 8 Dicembre 2018, 13.35.44
3
L'opener, da sola, vale il disco.
thrasher
Sabato 8 Dicembre 2018, 8.40.00
2
Per me iloro migliore album voto 100
Rob Fleming
Sabato 8 Dicembre 2018, 8.18.37
1
Andrò controcorrente, ma io sono tra quelli (mi sa in pochi) che ha sempre preferito la formazione con Hagar alla voce. Meno istrionico, d'accordo, ma più Cantante (moooooolto più dotato), più Musicista (come chitarrista è strepitoso), più Compositore...Uno di quelli di cui ci ricorderemo quando sarà troppo tardi. E quest'album non fa eccezione. 80
INFORMAZIONI
1995
Warner Bros. Records
Hard Rock
Tracklist
1. The Seventh Seal
2. Can’t Stop Loving You
3. Don’t Tell Me (What Love Can Do)
4. Amsterdam
5. Big Fat Money
6. Strung Out
7. Not Enough
8. Afetrshock
9. Doin’ Time
10. Baluchitherium
11. Take me Back (Dejà Vu)
12. Feelin’
Line Up
Sammy Hagar (Voce, Chitarra)
Eddie Van Halen (Chitarra, Tastiere)
Michael Anthony (Basso)
Alex Van Halen (Batteria)

Musicisti Ospiti
Steve Lukather (Chitarra nella traccia 7)
 
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