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Between The Buried And Me - Automata II
12/12/2018
( 587 letture )
Automata II sees us at our most dynamic and most creative. It feels like turning a page into a whole new terrain and us working all these years together to arrive at this point. It's quirky, adventurous, melodic, dark and full of theatrics.

I sogni. Cosa fareste se poteste spiare i sogni altrui?
Riprendo dai concetti espressi qualche mese fa in occasione della prima recensione riguardante il sub-concept di Automata, opera contemporanea e ricca di sfaccettature. I Between the Buried and Me non hanno bisogno di presentazioni: dagli esordi, passando per i miracolosi e mirabolanti Alaska e Colors, la band ha sciorinato tutto il magmatico progressive metal del loro vasto repertorio. Grandi idee e cultura musicale a iosa, per una carriera lunga e voluminosa. La band è sempre stata unita, con una line-up super stabile che non ha visto nessuna drastica defezione e nessun repentino cambiamento. Un gruppo di amici che condivide la passione per la musica intricata, per i concept corposi e per l’esperienza live, bissata da due inappuntabili album che ne catturano la possente prestazione collettiva.

Come suona questa breve seconda parte dell’automa? Esattamente come dovrebbe. Ovvero un variopinto mix di sonorità progressive che non hanno collocazione temporale, ma che si spalmano nel corso di decenni di influenze e sfumature cromatiche. Dal neo-prog al classic rock, con tutte le robuste iniezioni death che il combo si porta dietro sin dagli esordi. Un bagaglio ostico per molti, quest’ultimo, ma che ben si adagia vicino alle melodie favolose (ma a volte ripetitive) di Tommy Rogers, così come ai preziosismi chitarristici di Paul Waggoner e Dustie Waring, coppia da sempre sottovalutata per doti non comuni e piglio camaleontico. Non da meno sono i funambolici motori bi-turbo di Blake Richardson e Dan Briggs, altro duo di importanza cosmica e capace di produrre linee ritmiche semplici quanto complesse, innovative quanto classiche. Insomma, un fantasioso pot-pourri che sin dalla opening-track si destreggia con somma maestria.

The Proverbial Bellow è una delle migliori composizioni dei BTBAM, con i suoi assoli melodici, gli intrecci complessi e i duelli strumentali. Un inizio bombastico, che riprende dal passato remoto (The Great Misdirect), aggiornandolo con una salsa gustosissima che si nutre di prog senza mai saziarsi e saziarci. Pioggia di riff, accelerazioni, blast-beat e funamboliche digressioni introduttive. Una spiaggia cosmica fatta di circuiti e memorie che non possiamo comprendere appieno. Pause, ripartenze sintetiche e sintetizzatori d’ambiente che combattono contro giga-Moog d’antan, sfiorando il capolavoro a più riprese. Poi voci e cori prendono di pugno il palcoscenico, catapultandoci ancora una volta all’interno dei sogni pre-concepiti e pre-strutturati partoriti dal combo americano. Una mente dentro la mente: menzogne e verità, pulsioni e repressioni. Una voglia di fare bene che si auto-supera all’interno dei 13 minuti dell’opener, vera perla che sorregge la doppia-opera (insieme alla validissima Condemend to the Gallows) e che fa alzare il voto complessivo di almeno dieci punti.
Cosa capita all’interno del sequel, quindi? Di tutto, anche se non sempre ci sentiamo di promuovere le scelte: la scialba Glide funge da ponte con la bella e folle Voice of Trespass senza aggiungere nulla, mentre The Grid chiude il lavoro (e l’opera nella sua interezza) in modo standard, senza strafare ma senza colpire nel segno. Possiamo quindi capire perché non gridiamo al miracolo dopo soli quattro brani e 33 minuti. Non c’è il quid che cambia le cose, che fa muovere la ruota alla perfezione. Ci sono idee e maestria, e due grandissimi brani che completano il concept nel migliore dei modi.
I contrappunti finali di The Proverbial Bellow sono da pelle d’oca, con gli assoli neoclassici ed epici di Paul Waggoner e il pianoforte, triste e solitario, che ci accompagna verso un finale pirotecnico. Voice of Trespass merita una menzione d’onore per il funambolico imprint swing, che ricorda non poco le divagazioni cabarettistiche di Devin Townsend nella storica e divertente Bad Devil. Un antico teatro impolverato, una folla di manichini e una band vetusta: un sogno che si affaccia su Broadway. Brano fuori dal coro (tra i più divertenti e irriverenti) che, come anticipato, aggiunge qualcosa di nuovo al sound del doppio album. Xilofoni impazziti e sentori di Rush e Death che si intrecciano in una danza heavy mai banale e mai prevedibile: come potrebbe esserlo? Power chord e riff muscolari anticipano addirittura un breakdown dal retrogusto groove irresistibile, con una bella ripresa/citazione di Condemend to the Gallows. Ancora una volta centro, ma è tempo di calare il sipario di questa nuova avventura sci-fi con la normale e delineata The Grid, che funge da raccoglitore universale e spegne definitivamente le iper-luci senza fuochi d’artificio.

Automata nella sua totalità è un’opera interessante, lontana e -per certi versi- più originale rispetto a Coma Ecliptic e The Parallax I & II, dai quali però non eredita il carattere epico-maestoso del primo né la verve tecnico-compositiva del secondo. Siamo contentissimi di poter continuare a seguire questa scorribanda di mirabolanti artisti della musica progressiva: non solo non hanno mai sbagliato un colpo, ma continuano a stupirci sfoderando colorate frecce soniche, tra gusto retrò e intenti futuristi.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
87 su 7 voti [ VOTA]
DEEP BLUE
Martedì 26 Marzo 2019, 8.20.59
1
Sto ascoltando Bella la prima composizione, vale l'ascolto
INFORMAZIONI
2018
Sumerian Records
Prog Metal
Tracklist
1. The Proverbial Bellow
2. Glide
3. Voice of Trespass
4. The Grid
Line Up
Thomas Giles Rogers (Voce, Tastiera)
Paul Waggoner (Chitarra)
Dustie Waring (Chitarra)
Dan Briggs (Basso)
Blake Richardson (Batteria)
 
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