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Dirge - Lost Empyrean
13/12/2018
( 1070 letture )
Un quarto di secolo di carriera, sette album, tre demo e un EP… ovvero quando un destino cinico e (molto) baro decide di confinarti in un immeritato cono d’ombra mentre tutto intorno proposte molto meno qualitativamente significative conquistano improvvisi prosceni per poi sciogliersi come neve al sole alla prova del tempo. Vista in termini di riscontri di fama e notorietà, potremmo forse riassumerla così, un po’ sommariamente e brutalmente, la traiettoria artistica dei parigini Dirge, ma sull’altro piatto della bilancia non può mancare l’ammirazione per la tenacia e la costanza con cui la band ha scelto di insistere in un percorso di ricerca dove la personalità è sempre stata il tratto distintivo, a dispetto di compulsive rincorse al successo.
Partiti da un trittico di demo contraddistinto da un orizzonte industrial impermeabile a qualsivoglia suggestione atmosferico/melodica, i Dirge hanno avviato un processo di (proficua) metamorfosi fin dal full length di debutto Down, Last Level, imbarcando innanzitutto elementi in arrivo dalla tradizione sludge ma senza disdegnare incursioni in territori già compiutamente post metal, complice un’evidente mediazione neurosisiana grazie all’esaltazione della componente core magistralmente declinata in casa Kelly/Von Till. A rendere caleidoscopico il quadro, oltretutto, provvedevano divagazioni di stampo drone (celebrate nell’interminabile intro della conclusiva Weak) e addirittura avantgarde (God Cut My Legs), a dimostrazione di come i Nostri fossero già in grado di maneggiare registri disparati. Restava da capire quale degli innumerevoli versanti dell’ispirazione fosse in grado di dare il timbro definitivo alla musica della band e la risposta è arrivata fin dal successivo Blind and Vision Below a Faded Sun, lavoro già compiutamente ascrivibile alla poetica post a cui hanno fatto seguito album sempre più articolati (provare per credere i cinquantanove minuti e cinquantanove secondi della titletrack che chiude Wings of Lead over Dormant Seas) e convintamente orientati sulle rotte dei padri nobili del genere.
Una parte non trascurabile della critica, peraltro, ha finito per non rendere un buon servizio alla causa di questi ragazzi, indicandoli come una sorta di reincarnazione in chiave transalpina dei Cult of Luna o dei Neurosis e generando così attese non di rado distanti dalla resa effettiva dei platter. Se, infatti, è innegabile che tra i Dirge e (soprattutto) i Signori di Umeå non mancano i punti di contatto, è altrettanto vero che sulle rive della Senna si coltiva una sensibilità space/ambient discretamente distante dalle monolitiche cattedrali innalzate in riva al Baltico dalla divina creatura di Persson e soci, costringendoci dunque a cercare pietre di paragone più congrue nell’altro grande ramo post, quello non di rado puramente strumentale e saldamente presidiato da nomi come Pelican o Russian Circles. Che questo secondo ingrediente abbia un ruolo decisivo per entrare davvero in sintonia con la band è stato definitivamente certificato da un rilascio come Alma | Baltica, EP che non più tardi di un anno e mezzo fa sembrava aver indicato il definitivo approdo del quartetto su lidi ad altissimo tasso di rarefazione, se non di vera e propria liofilizzazione dei brani, con annesso trionfo di spunti electro e noise. Il risultato per la verità, pur non configurando un passaggio a vuoto, non era stato del tutto convincente (sconfinare nelle lande Sunn O))) non è esattamente una scampagnata, se non si è in grado di generare senza soluzione di continuità la magia che la coppia Anderson/O’Malley distilla minimalisticamente all’intersezione di risonanze, distorsioni e ronzii) ed era legittimo qualche timore, in vista della nuova prova, ma va detto subito che questo Lost Empyrean riporta il baricentro verso coordinate più muscolari e ripropone gli antichi dosaggi tra le due componenti.

I devoti del post metal classico possono dunque stare tranquilli, stavolta il viaggio non mancherà di toccare tutte le stazioni canonicamente previste dai piani di volo del genere, in perenne oscillazione tra imponenza delle strutture, abrasioni, abbandoni e aperture liriche. Il trait d’union che sostiene e accompagna i cambi di fondale è ancora quel retrogusto space che nel predecessore aveva funzionato come “macchina spettrale” per disegnare l’immensità del vuoto e che qui, invece, lavora come carburante per un motore che sembra intrepidamente sfidare le distanze (senza spingere troppo a fondo il pedale delle ascendenze, c’è più di qualche eco della musica per astronauti dei Rosetta di The Galilean Satellites).
Con queste premesse, anche le concessioni all’elettronica e all’effettistica, dispensate se non a piene quantomeno a consistenti mani, acquistano un senso e un significato e si integrano perfettamente sia nel cuore delle trame che nei momenti di sospensione del flusso narrativo, offrendo un contributo fondamentale alla modulazione dei riflessi delle atmosfere complessive. Altra nota di merito da non sottovalutare, i parigini sembrano aver finalmente riscoperto le potenzialità del comparto vocale (spesso in passato non proprio annoverabile tra i loro punti di forza) e la coppia al microfono Marc T./Stephane L. supera abbondantemente la prova sfoderando sia un ottimo scream, spigoloso quanto basta senza mai emergere con prepotenza oltre la linea di galleggiamento degli strumenti, sia riuscite varianti in clean, particolarmente apprezzabili nei passaggi eterei in cui si valorizza la funzione della voce narrante fuori campo.

Sette tracce per poco meno di un’ora complessiva di ascolto, Lost Empyrean scopre subito le carte con l’opener Wingless Multitudes (scelta perfetta per trasporre in musica il momento del decollo verso dimensioni parallele, nel contrasto tra la forza di gravità sludge e gli eterei allettamenti space), e la successiva Hosea 8:7 (biblico richiamo alla collera divina verso il popolo di Israele scivolato nell’idolatria), che libera il secondo stadio del razzo completando la procedura di allontanamento dall’orbita terrestre. Un parziale cambio di rotta ci attende in Algid Troy, aperta da un sussulto di pelli in tribalistica (e neurosisiana) sfilata che annuncia l’ingresso in scena di ritmi cadenzati, prima di un eccellente finale dove l’industrial delle origini si affaccia a chiedere cittadinanza (legittima… e opportunamente concessa) anche ai Dirge di oggi. Le torreggianti strutture e lo scream/growl che introducono The Burden of Almost lascerebbero presagire una traccia votata alla solennità Cult of Luna, ma prima impercettibilmente e poi a vele spiegate il brano vira verso lidi ipnotici, iniettando dosi inattese di space/psichedelia che invitano al completo abbandono.
Il carosello delle sorprese è però solo agli inizi, considerato che nella titletrack si manifestano refoli alternative metal, ma i cultori dell’ortodossia post non hanno di che preoccuparsi, la mano dei Nostri sa come stringere il timone per evitare derive verso l’easy listening d’accatto e l’episodio arriva in porto tutt’altro che banalmente. Dopo una A Sea of Light in cui il quartetto non ha paura di affrontare persino qualche tornante grunge (per i più refrattari alle contaminazioni sarà forse qui, l’anello relativamente debole dell’intera catena), il gran finale è affidato alla perla visionaria del lotto, Sarracenia, che, dopo averci fatto ammirare gli attimi epici e tormentati che precedono l’arrivo sull’orizzonte degli eventi, getta lo sguardo direttamente nel mistero astronomico per antonomasia… là, dove la luce sprigiona gli ultimi bagliori prima di trovare la sua prigione eterna.

Fango sludge e polvere cosmica, claustrofobici ripiegamenti e inattesi squarci contemplativi, dense nebbie che offuscano la vista e improvvisi tripudi di colori, la fatica di corpi che procedono a stento tra gli intralci della materia e la possibile redenzione offerta da un’uscita estatica dal “sé”, Lost Empyrean è un album che rivendica prepotentemente una collocazione nell’immediata periferia a ridosso della fascia dell’eccellenza. Una conferma, per chi ha già avuto la fortuna di incontrarli, una grande occasione per conoscerli, per i tanti che non hanno mai sentito nominare i Dirge nei nobili sentieri post e dintorni…



VOTO RECENSORE
81
VOTO LETTORI
95.64 su 14 voti [ VOTA]
gennaro
Giovedì 17 Gennaio 2019, 14.17.19
7
Ascoltato sotto consiglio di un caro amico e devo ammettere che è magnifico. È incredibile come riescano a entrarti così dentro.
superbenni
Venerdì 28 Dicembre 2018, 13.53.36
6
Disco dell'anno a mani basse.
Schaff
Lunedì 24 Dicembre 2018, 14.44.33
5
Da la sensazione di ascoltare qualcosa di immensamente imponente e pesante, che si muove però in modo arioso e leggero. Bellissimo.
paolo
Martedì 18 Dicembre 2018, 21.46.18
4
Che botta, un disco post metal così bello non lo ascoltavo da tempo
loris
Lunedì 17 Dicembre 2018, 14.36.32
3
Questo disco è un viaggio meraviglioso. Io avrei azzardato anche un 90
cassandro
Venerdì 14 Dicembre 2018, 23.22.56
2
Che figata
InvictuSteele
Venerdì 14 Dicembre 2018, 11.39.25
1
Non sapevo della nuova uscita, me lo dovrò procurare subito. Considero i Dirge tra le migliori post metal band al mondo. Immensi.
INFORMAZIONI
2018
Debemur Morti Productions
Post Metal
Tracklist
1. Wingless Multitudes
2. Hosea 8:7
3. Algid Troy
4. The Burden of Almost
5. Lost Empyrean
6. A Sea of Light
7. Sarracenia
Line Up
Marc T. (Voce, chitarre e programmazione)
Stéphane L. (Voce, chitarre e programmazione)
Luz (Basso)
Alain B. (Batteria)
 
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